​Valentin de Boulogne al Louvre - Per reinventare Caravaggio

2017-03-17 L’Osservatore Romano

Fu uno dei protagonisti dominanti della colonia dei pittori d’oltralpe nella Roma del Seicento, la cui figura non risulta ancor oggi un elemento perfettamente lineare, Valentin de Boulogne, nato a Coulommiers-en-Brie nel 1591, visse e morì a Roma nel 1632, dove esplose il suo talento. 

Il Louvre celebra, dal 22 febbraio, con una grande esposizione monografica, intitolata Valentin de Boulogne. Réinventer Caravage, il più grande dei caravagggeschi francesi, impegnato per le più illustri committenze dell’Urbe, tra cardinali e nobiltà romana. Visitabile fino al 22 maggio, la mostra è organizzata in partnership col Metropolitan Museum di New York, dal quale giunge.

Valentin de Boulogne «Allegoria dell’Italia»  (1628-29, Institutum Romanum Finlandiae Roma)

Figlio di un maestro vetraio, restano oscure di lui le radici culturali, i rapporti col mondo artistico d’origine, ma le recenti scoperte archivistiche consentono di accertare il suo arrivo a Roma nel 1614, probabilmente al seguito di Simon Vouet, presso il quale si mise a bottega. 

Erano gli anni di fioritura della seconda generazione di caravaggeschi, tra il 1615 ed il 1620, come asseriva Roberto Longhi, e Valentin rimase folgorato dal naturalismo di Caravaggio, che da pochi anni aveva lasciato la città (1606), e del suo seguace, lombardo anch’egli, Bartolomeo Manfredi, che su lui eserciterà un indiscusso ascendente. L’olio su tela di Davide con la testa di Golia, (1615-1616), giunto dal museo Thyssen-Bornemisza di Madrid avvia il percorso espositivo, illustrando la fase giovanile di Valentin. L’artista raffigura in uno stato di ferma fissità, l’atto conclusivo del brano biblico, col giovane Davide imberbe, emergente dalla semi oscurità, con lo sguardo rivolto verso lo spettatore e col volto del filisteo di fronte, al centro del piano pittorico. Non ha ancora raggiunto la singolare cifra espressiva delle opere successive, il francese, ma l’ampiezza dei soggetti trattati confermano l’elevatissima cultura del suo talento.
Scene di vita bohémienne romana, interni d’osteria, conversazioni musicali, tematiche religiose, il pittore si dimostra uno dei più rigorosi interpreti della lezione morale di Caravaggio, così come di quella formale, per le immagini fedelmente ispirate alla realtà della vita. Così è visibile nel Baro, di Dresda, (1614) o ne I giocatori di carte, di Washinghton, (1618), tema particolarmente trattato dai caravaggeschi, e ancora nella Buona Ventura del 1620, giunto dal Museum of Art di Toledo, nell’ Ohio, e mirabile per il dinamismo scenico col quale viene resa la scena del dialogo in penombra tra la zingara e i soldati.
Attorno dunque agli anni venti del secolo, Valentin venne chiamato sempre più spesso ad affrontare “dal vivo”, temi legati alla Historia Sacra del Nuovo Testamento, dove realismo e lirismo, in consonanza ai soggetti evangelici trattati, raggiungono un’armonica unità di intenti. Documentano questa fase dell’ esposizione La negazione di San Pietro, (1617 ca.), della Fondazione Longhi di Firenze, dove un nuovo senso del classicismo emerge nel gusto archeologico, nell’ara scolpita del bassorilievo, lungo la quale si sviluppa la scena del drammatico rinnegamento dell’apostolo di fronte a braciere acceso.
Nell’Ultima Cena (1625- 1626), della Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini, commissionata da Asbrubale Mattei, spiccano la grande compostezza scenica, espressione di un caravaggismo addolcito, e il realismo descrittivo, definito dalla luce argentea che colpisce il volto dei personaggi biblici e dal drappo accuratamente descritto sul tavolo.
E ancora il forte senso del realismo intriso di spiritualismo, si esprime nel Cristo che caccia i mercanti dal tempio (1618- 1622), secondo la narrazione di Matteo, anch’esso presso la Galleria di Palazzo Barberini, che attesta la profonda meditazione condotta dal francese sul Martirio di San Matteo di Caravaggio, presso la chiesa di San Luigi dei Francesi, oppure nell’olio su tela del Mosè di Vienna, (1626-1627), dove il vecchio profeta, quasi a figura interna, è colto con le tavole della legge in grembo e il sontuoso mantello chiuso in spalla da una fibula di rubino.
Le straordinarie doti dell’artista anche nella ritrattistica autonoma, genere poco diffuso tra i caravaggeschi, vengono inoltre documentate dal ritratto ad Angelo Gori, intimo dei Barberini del 1623, e del buffone dei Barberini, Raffaello Menicucci, (1626-1627), giunto da Indianapolis.
A partire dal 1627, Valentin comincia a comparire nei registri di Francesco Barberini “cardinal nepote” di Urbano viii. La gloria della sua fama è ormai consacrata dalle imponenti commissioni che gli vengono affidate, come L’Allegoria dell’Italia, (1628-1629) dell’Istituto Finlandese di Roma, dove una giovinetta trionfante con i simboli del potere temporale e spirituale, sovrasta le elegiache allegorie del Tevere e dell’Arno.
Chiude il percorso, quello che è stato definito il testamento spirituale di “Valentino”. Entrato nell’olimpo degli artisti chiamati a partecipare alla grandiosa Fabbrica, ottenne di dipingere per la basilica di San Pietro, in sostituzione del bolognese Francesco Albani, l’imponente Martirio dei Santi Processo e Martiriano (1629-1630), presso la Pinacoteca Vaticana.
La vicenda, narrata da Paolo, illustra con concitazione la scena del martirio dei due soldati, convertiti al cristianesimo dopo essere stati i custodi di Pietro e Paolo. L’ombroso impasto è l’ultima lezione di uno dei più grandi esponenti del caravaggismo in Europa. 

di Luisa Nieddu