Usa, Conferenza sull'Aids. Mons. Vitillo: serve approccio integrale alla malattia
2012-07-20 Radio Vaticana
Si aprirà domenica 22 luglio a Washington la 19.ma Conferenza internazionale sull’Aids. All’appuntamento sono attesi 30 mila tra scienziati, esperti e attivisti. Ci sarà anche la Caritas, che porterà il suo personale contributo partendo da una pre-conferenza - in programma oggi - che coinvolgerà le organizzazioni cattoliche impegnate nella realizzazione del Piano globale: eliminare entro il 2015 i nuovi contagi tra i bambini e mantenere in salute le mamme. A parlarne, al microfono di Roberta Barbi, è mons. Robert Vitillo, consigliere speciale per l’Aids della Caritas:
R. - Caritas sta organizzando con altre organizzazioni cattoliche una pre-conferenza per le persone che vengono da tutto il mondo e che lavorano in programmi patrocinati dalla Chiesa cattolica, così possono prepararsi per questa grande conferenza riflettendo sui valori della Chiesa cattolica.
D. - 31 anni di epidemia del virus Hiv hanno chiamato la Chiesa a trovare una risposta pastorale alla malattia oltre a quella assistenziale…
R. - È molto importante avere una risposta completa che consideri non solamente i bisogni medici, ma anche i problemi sociali, economici, affettivi e finalmente quelli spirituali.
D. - In quali Paesi la situazione è più critica e quali armi abbiamo a disposizione oggi per combattere l’Aids?
R. - L’impatto è molto più forte nei Paesi africani: di questi, 22 registrano il maggiore numero di contagi. Abbiamo fatto dei progressi, specialmente con l’accesso alle cure antiretrovirali, alle quali solamente la metà delle persone che ne necessitano, però, possono accedere.
D. - Le organizzazioni cattoliche partecipano attivamente alla realizzazione del Piano globale che mira a eliminare entro il 2015 i nuovi contagi tra i bambini e a mantenere in salute le mamme. Come si può conseguire questo obiettivo in contesti in cui il malato viene lasciato solo ed è rifiutato dalla famiglia?
R. - È molto importante promuovere l’accettazione e il coinvolgimento da parte di tutta la famiglia con le persone che vivono con l’Hiv e in particolar modo con le madri. Inoltre, è importante coinvolgere i mariti a prendere parte all’iniziativa di sottoporsi ai test e provvedere alle cure antiretrovirali per le madri e - quando è necessario - per i bambini. Abbiamo fatto un’indagine riguardo alle organizzazioni cattoliche nei 22 Paesi e abbiamo scoperto che molte sono già coinvolte in questi programmi di prevenzione del contagio da madre al bambino. Loro fanno un tipo di approccio focalizzato su tutta la famiglia.
R. - Caritas sta organizzando con altre organizzazioni cattoliche una pre-conferenza per le persone che vengono da tutto il mondo e che lavorano in programmi patrocinati dalla Chiesa cattolica, così possono prepararsi per questa grande conferenza riflettendo sui valori della Chiesa cattolica.
D. - 31 anni di epidemia del virus Hiv hanno chiamato la Chiesa a trovare una risposta pastorale alla malattia oltre a quella assistenziale…
R. - È molto importante avere una risposta completa che consideri non solamente i bisogni medici, ma anche i problemi sociali, economici, affettivi e finalmente quelli spirituali.
D. - In quali Paesi la situazione è più critica e quali armi abbiamo a disposizione oggi per combattere l’Aids?
R. - L’impatto è molto più forte nei Paesi africani: di questi, 22 registrano il maggiore numero di contagi. Abbiamo fatto dei progressi, specialmente con l’accesso alle cure antiretrovirali, alle quali solamente la metà delle persone che ne necessitano, però, possono accedere.
D. - Le organizzazioni cattoliche partecipano attivamente alla realizzazione del Piano globale che mira a eliminare entro il 2015 i nuovi contagi tra i bambini e a mantenere in salute le mamme. Come si può conseguire questo obiettivo in contesti in cui il malato viene lasciato solo ed è rifiutato dalla famiglia?
R. - È molto importante promuovere l’accettazione e il coinvolgimento da parte di tutta la famiglia con le persone che vivono con l’Hiv e in particolar modo con le madri. Inoltre, è importante coinvolgere i mariti a prendere parte all’iniziativa di sottoporsi ai test e provvedere alle cure antiretrovirali per le madri e - quando è necessario - per i bambini. Abbiamo fatto un’indagine riguardo alle organizzazioni cattoliche nei 22 Paesi e abbiamo scoperto che molte sono già coinvolte in questi programmi di prevenzione del contagio da madre al bambino. Loro fanno un tipo di approccio focalizzato su tutta la famiglia.




