​Un singolare incontro in piazza San Pietro - «Lei deve scrivere un giallo tomistico!»

2015-12-12 L’Osservatore Romano

Certe avventure possono accadere solo una volta nella vita, quando si è giovani. Ventidue anni fa, armato di un dittafono, mi misi in macchina e attraversai l’Europa per preparare una tesi di filosofia che allo stesso tempo era anche un giallo. Come un detective volevo indagare sulla fine del neo-tomismo, il sistema filosofico che, per ottant’anni, aveva dominato la formazione dei sacerdoti cattolici.

Nel 1879 Leone XIII, con la Aeterni patris, l’aveva introdotto come risposta di mondo cattolico che era senza difesa dagli attacchi delle nuove filosofie atee; negli anni successivi il tomismo si sarebbe diffuso nel mondo cattolico attraverso riviste, università e intellettuali, dappertutto ma specialmente in Francia e tra i domenicani.

Ludwig Seitz, «Armonia tra fede e ragione nell’insegnamento di san Tommaso»(XIX secolo, Musei Vaticani)

Ogni nuovo prete, prima della teologia, per due anni studiava, in latino, filosofia aristotelico-tomistica, dall’antropologia alla logica. Non si trattava solo dei testi di san Tommaso ma del sistema sviluppato soprattutto dai suoi grandi commentatori. Sistema che chiaramente aveva i suoi limiti, ma che, come mi dicevano tanti intellettuali che avevano goduto di questa formazione, era un punto di partenza per formare al dibattito e alla chiarezza del pensiero. Negli anni Cinquanta l’entusiasmo si attenuò e poi, fra il concilio e il Sessantotto, il tomismo sparì totalmente, senza rumore né contrasti.

Sparì, ma io volevo sapere se per omicidio, malattia o incidente. È allora che saltai in macchina — era il 1993 — e visitai le grandi leggende del tomismo in tutta Europa: Joseph Pieper e Marie-Dominique Philippe, Hyacinthe Paissac e Józef Maria Bocheński, Joseph de Finance e, purtroppo solo per qualche minuto, Yves Congar. Parlai con una ventina di docenti, riempivo il mio registratore a cassette con interviste anche di due ore.

I due momenti più toccanti furono probabilmente la conversazione con Christoph Schönborn, oggi cardinale, che mi raccontava il maggio ‘68 quando venne issata la bandiera rossa sul centro di formazione domenicana Le Saulchoir nei pressi di Parigi e quando l’assemblée générale decideva ogni giorno quali materie potevano essere insegnate e quali no: chiaramente il tomismo era proibito e Schönborn lo imparava in segreto con un vecchio domenicano, con un piccolo gruppo che si riuniva in un abbaino. Poi, l’incontro con il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Lo visitai in Vaticano, subito dopo aver visto Edward Schillebeeckx a Nijmegen e, in Italia, Cornelio Fabro.

Non fu una lunga intervista — una ventina di minuti — e il prefetto mi raccontò soprattutto le sue impressioni sulla scomparsa del tomismo durante il concilio. Ma molto più tardi, quando gli mandai la tesi finita, mi scrisse una bella lettera dove mi diceva che proseguire quel tema sarebbe stato molto importante; mi suggeriva di farne «un documentario per la tv oppure un giallo». Due anni più tardi il cardinale in piazza San Pietro incontrò mio fratello e gli disse: «Ricordi a suo fratello che mi deve ancora un documentario o un giallo sul tomismo». Quando il prefetto fu eletto in conclave mi resi conto che dovevo qualcosa al Papa. Gli scrissi una lettera, spiegando che l’interesse per il tomismo era minimo nei miei paesi, ma se l’antico prefetto mi avesse concesso una breve intervista per quel documentario. Ma sapevo bene che il Papa era molto occupato: ricevetti una cordiale risposta di monsignor Gänswein, ma quel documentario non si fece mai.

E quel giallo tomistico? Un giorno lo potrei comunque scrivere.

di Eduard Habsburg-Lothringen,
Ambasciatore di Ungheria presso la Santa Sede