​Un saggio su Gesù di Robert Hugh Benson - L’unico vero amico del mondo

2017-09-07 L’Osservatore Romano

«Avendo cercato di suggerire argomenti per la riflessione più che approfondirli, mi scuso per la forma molto concisa con cui questi appunti sono qui pubblicati» scrive l’autore dei testi raccolti nel libro L’amicizia di Cristo (Milano, Jaca Book, 2017, pagine 154, euro 12) presentando il suo lavoro; quello che per l’autore — vissuto a cavallo fra Otto e Novecento — era un limite di cui scusarsi, per noi lettori del XXI secolo è un vantaggio. L’estrema brevità rende infatti i concetti affilati e incisivi, più vicini alla nostra sensibilità di un lungo, ampio, tranquillo saggio in folio sul tema. Per destare il nostro interesse, comunque, è sufficiente il nome scritto in copertina: Robert Hugh Benson, l’autore de Il padrone del mondo, romanzo distopico di fanta-sociologia dalla sorprendente forza profetica. Un long-seller destinato a essere sempre più letto, che, come tutti i classici, sembra miracolosamente contemporaneo del futuro.

Edward Burne-Jones  «The Last Sleep of Arthur in Avalon» (1881-1898)

«Queste pagine — scrive Benson nella brevissima introduzione — raccolgono, in sintesi, conferenze tenute nel 1911 a Roma, nella chiesa di San Silvestro in Capite. Alcune erano già state tenute nella chiesa dei carmelitani a Kensington nel 1910. Tutte — più altre — sono state ripetute nel 1912 nella chiesa della Madonna di Lourdes a New York».

Il pensiero di Benson guizza rapido tra le citazioni del Vecchio e del Nuovo Testamento, a volte ruvido, spesso lievemente ironico, mai banale. Il sacerdote-scrittore sfida continuamente il lettore con frasi chiare e assertive — come ad esempio «sono escluse dalla nostra vita esperienze veramente nuove se la sua amicizia non rende vera la nostra esperienza» — argomentandole con un breve giro di frasi, per poi riprendere il valzer della riflessione con rinnovata energia.

Rinuncia alla tentazione di voler spiegare tutto — letale per un teologo — e ricorda a ogni passo la vastità del mistero, la radicale, inesauribile alterità della “terra incognita” in cui ci inoltriamo quando parliamo di Dio, ma anche dei fattori base, dei “fondamentali” della vita di ogni uomo. «Il sentimento dell’amicizia — scrive Benson— è certamente uno tra i più forti e, nel contempo, misteriosi istinti dell’uomo. Siamo di fronte a una passione che, più intensamente di ogni altra, non trovando risposta al proprio desiderio nella concretezza di ciò che è effimero, punta direttamente all’eterno. Non vi è dubbio: Gesù Cristo desidera essere nostro amico». Un desiderio espresso in modo esplicito in molte pagine del Vangelo, ma non facile da accettare.

Come non è affatto facile accettare — accettare davvero, con tutte le conseguenze che questo implica nella vita di tutti i giorni — di essere amati da Dio. Vedere la presenza divina nei santi è semplice, continua Benson, dato che la Sua luce «vive nei santi come una fiamma vive in una lanterna». Persino la diversità di temperamenti, situazioni storiche, vocazioni, compiti all’interno della Chiesa ci aiuta, come un prisma, a mettere a fuoco meglio la grazia divina. Meno immediato è cercare Cristo nell’uomo qualsiasi, ammette Benson. L’empasse logico è superato tornando alla fonte, fidandosi del significato letterale di quello che dice Gesù. Nei saggi-omelia di Benson il «se non sarete come bambini» evangelico non resta una frase bella e poetica ma inincidente sulla vita quotidiana. Diventa un chiaro suggerimento di metodo, estremamente operativo.

«A nessuno — scrive il sacerdote inglese — è mai capitato di vivere una vita piena di egoismo fin dalla primissima infanzia. A nessuno è mai capitato di rifiutare volontariamente l’amore al prossimo o di negare la fraternità reciproca senza sentire almeno in qualche istante della vita che ciò contrastasse con la stessa natura umana».

I problemi arrivano quando cerchiamo di ingannare noi stessi. «Mi dico di stare coltivando la mia amicizia con Cristo, ma in realtà si tratta di una cosa ben diversa: coltivo una mia particolare concezione dell’amicizia con Cristo». Con sottile ironia, Benson cita Tennyson, e il suo commovente Morte di Arthur: «Io lo trovo nel fiorire della campagna/Io lo trovo nello splendore delle stelle/ Ma, nelle sue vie con l’uomo, io non lo trovo». In sostanza, fantasticherie romantiche a parte, chiosa l’autore, non lo trovo né dove né come egli desidera essere trovato. Viene in mente la bellissima Lord Jim, di Vinicio Capossela: il giovane ufficiale inglese nato dalle penna di Conrad sogna imprese eroiche. Ma al primo incidente della Patna, la vecchia bagnarola di cui è responsabile, preso dal panico abbandona la nave: una circostanza troppo normale, penosa e squallida per essere l’occasione di un’impresa eroica. «Nessuno è mai protetto/Dalla sua debolezza/Che se ne sta nascosta/Come una serpe dentro un rovo/Vilmente sconosciuta/Appena sospettata/Ma invece rivelata/Nel momento che sta a te» canta Capossela nell’album Marinai, profeti e balene.

Per questo, un grande aiuto per riconoscere Cristo, scrive Benson, viene dalla crescita della coscienza di sé. Sembra difficile ma in fondo «lo è solo superficialmente, come frutto della mia immaginazione: mi riesce difficile, cioè, trovare il modo di riconoscere colui che è unico quando egli si presenta nella banalità». Se, però, saprò conoscere più a fondo me stesso, diventerò consapevole di quanto io stesso sia banale. «Scoprirò poi che, nonostante questa mia sciatta banalità, Cristo mi sopporta, mi tollera e dimora in me. Ciò mi renderà più facile la comprensione del fatto che Cristo è nel mio prossimo». Allora, conclude Benson, diventerà più facile capire «come Cristo possa nascondersi anche dietro la faccia del mio vicino poco simpatico: infatti non potrei mai essere così convinto della sua indegnità così come lo sono della mia».

di Silvia Guidi