Un libro di Silvano Maria Tomasi - Nella famiglia delle nazioni

2017-09-23 L’Osservatore Romano

«Sono contento di questa occasione che ci è stata offerta, della presentazione del libro che raccoglie un po’ l’attività e gli interventi di monsignor Tomasi all’Onu, dopo lunghi anni di attività, proprio perché ci permette di ribadire l’importanza del multilateralismo in un periodo in cui il multilateralismo per molti aspetti è in crisi: la tentazione è di fare da sé e di prendere decisioni unilaterali che escano da questo quadro». Così il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha detto in un’intervista ad Alessandro Gisotti trasmessa dalla Radio vaticana, a margine della presentazione, nella serata del 22 settembre a Roma, del libro The Vatican in the Family of Nations. Diplomatic Actions of the Holy See at the UN and other International Organizations in Geneva (Cambridge University Press) dell’arcivescovo Silvano Maria Tomasi. In questa pagina pubblichiamo integralmente, in italiano e in inglese, l’intervento del segretario di Stato.

Natalya Kochak, «Famiglia umana»

Eminenza,
Eccellenze,
Signori Ambasciatori,
Signore e Signori,

Sono lieto di prendere la parola in occasione della presentazione del libro di S.E. Mons. Silvano Tomasi, The Vatican in the Family of Nations . Vorrei, innanzitutto, esprimere la mia sentita gratitudine al Signor Louis Bono, Incaricato d’Affari a.i. dell’Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede, per aver organizzato questo significativo evento.

Un grazie lo rivolgo anche a voi tutti che avete voluto onorare questo momento con la vostra presenza e l’interesse per quest’opera che corona il servizio svolto da Mons. Tomasi dal 2003 al 2016 come Osservatore Permanente della Rappresentanza della Santa Sede a Ginevra.

1. Guardando il volume non posso negare la sorpresa per due aspetti essenziali. Il lavoro ponderoso – e non mi riferisco solo al numero delle pagine e al prestigio dell’Editore, la Cambridge University Press – e la funzione. Il libro, infatti, non è una semplice raccolta, ma fa luce su quanto realizzato dalla diplomazia dalla Santa Sede nello specifico ambito del multilaterale, nella sua sollecitudine verso la famiglia umana universale. E’ un servizio rivolto alla pace, ai diritti umani, allo sviluppo, alla mobilità umana, all’educazione, al commercio, alla proprietà intellettuale, alla comunicazione e alla cooperazione internazionale intesa nelle forme più ampie possibili.

Tutto questo rientra direttamente nella dimensione ecclesiale che è propria della diplomazia pontifica. Infatti, la cattolicità della Chiesa, ossia il suo essere universale, si è da sempre manifestato nell’annuncio alle diverse culture, società e istituzioni del messaggio di Gesù di Nazareth, fedele al mandato di proclamare la “buona novella” a tutte le genti. La storia, poi, ci mostra quanto sin dalle sue origini la Chiesa presti particolare attenzione ai gruppi vulnerabili ed emarginati della società per favorirne la crescita, lo sviluppo e anche la sopravvivenza, uscendo fin verso “le periferie dell’esistenza”.

In quest’opera la Santa Sede, con la sua diplomazia, utilizza le regole e la pratica che sono proprie del diritto internazionale e si pone come voce di mediazione e di proposta, e non solo di riferimento morale. E così essa si adopera per l’elaborazione di norme, per la soluzione pacifica delle controversie, per la regolazione delle relazioni internazionali e per la tutela, attraverso le Istituzioni intergovernative, della dignità di ogni persona, al di là dell’appartenenza etnica, religiosa o culturale.

L’azione della Santa Sede, pur facendo uso degli istituti e strumenti propri della sovranità internazionale, resta distinta da quella di altri Stati, poiché essa non ha particolari interessi commerciali, militari o politici da difendere o perseguire, ma serve l’interesse della persona, di ogni persona, ponendosi dunque al servizio del bene comune dell’intera famiglia umana. La tutela della persona umana evoca il principio di sussidiarietà quale principio regolatore dell’ordine sociale , che, partendo dalla medesima persona, garantisce i diritti e le libertà individuali, come pure quelli legati alla dimensione comunitaria, cioè la libertà di associarsi e di dar vita alle formazioni sociali e agli enti intermedi, fino alla realtà dello Stato e quindi alla Comunità internazionale con le sue istituzioni.

Tutto questo però per la Chiesa trova fondamento nella forza dell’amore che ispira anche l’azione diplomatica della Santa Sede. Lo sintetizza molto bene Papa Francesco quando indica: “Questa è l'unica forza che la rende universale e credibile alle persone e al mondo; questo è il cuore della sua verità, che non erige muri di divisione, ma si fa ponte che costruisce la comunione e chiede l'unità della razza umana. Questo è il suo potere segreto che alimenta la sua tenace speranza, invincibile nonostante le sconfitte temporanee”. [1] In questo senso, si comprende perché spesso si dice che quella pontificia è una diplomazia di “soft power”, ovvero una diplomazia che dipende dalla capacità di conoscere e comprendere le situazioni e quindi persuadere. La diplomazia pontificia, in sintesi, agisce come voce della coscienza, e pone attenzione agli aspetti antropologici, etici e religiosi delle diverse questioni che riguardano la vita dei popoli, delle Nazioni e della Comunità internazionale intera.

2. I numerosi interventi contenuti nel volume mostrano anzitutto come al cuore di questa missione vi sia un’idea chiara della persona umana, della sua dignità innata, come pure della sua volontà e libertà che si realizza in settori diversi. Si tratta dell’applicazione alle relazioni internazionali di quanto espresso dall’insegnamento sociale della Chiesa quando affronta l’organizzazione della società e altre sfide che interessano la socialità della persona. Penso ai rapporti con la famiglia, all’attività economica, alla cultura, alla politica, alla giustizia e ai diritti umani, al disarmo, all’ambiente. Un passaggio che consente di cogliere un elemento interessante.

Esprimendo quella necessaria sintesi tra la visione della fede e la dimensione della ragione, i discorsi consentono di realizzare dei passi in avanti ad un insegnamento consolidato, ma che ha bisogno di mostrare la sua vitalità nell’oggi della storia, poiché proprio in ragione delle questioni sociali questo insegnamento è chiamato “ad arricchirsi sempre di più partendo dalle nuove sfide” [2]. Lo dimostra l’attenzione alle tematiche che sono costitutive non di un semplice appello alla pace, ma di una prevenzione dei conflitti. A tal riguardo, ci si può allora riferire a un “fattore umano della pace”, considerando anzitutto il ruolo della persona che è capace di costruire la pace, ma anche di farla vacillare e addirittura di negarla ricorrendo all’uso delle armi e della violenza. Ed ecco manifestarsi il ruolo che ognuno di noi può avere, nelle diverse responsabilità e compiti, nel porre fine alle guerre e anzitutto nel prevenirle, mettendo in atto tutti gli strumenti possibili, dalla giustizia alla riconciliazione, dalla riduzione delle spese militari al disarmo. Proprio quest’ultima dimensione ritorna costantemente nel volume, orientata in particolare verso il settore del disarmo nella sua visione programmata e graduale prevista dalla Carta delle Nazioni Unite (artt. 11 e 47). In proposito, è stata ufficialmente annunciata la volontà del Santo Padre di diventare parte del Trattato sulla messa al bando delle armi nucleari, adottato in sede ONU lo scorso luglio, firmato e ratificato dalla Santa Sede due giorni fa a New York.

Non si tratta, dunque, solo di riproporre l’idea che la missione della diplomazia della Santa Sede è favorire l’unità della famiglia umana, ma anche di promuovere gli strumenti in grado di poter raggiungere un tale obiettivo. Ed ecco, il ruolo del servizio diplomatico pontificio è di favorire il dialogo tra le Nazioni, una cooperazione ispiratrice della condotta di governi e popoli in vista del bene comune con una convivenza pacifica come obiettivo ultimo. Il Santo Padre, parlando ai Rappresentanti Pontifici in occasione del loro Giubileo della Misericordia, ha delineato la loro funzione di testimoni di comunione per il superamento delle tensioni, delle incomprensioni, dei conflitti in ogni forma: “siete portatori e artigiani di quella comunione che è linfa per la vita della Chiesa e per l’annuncio del suo messaggio” [3].

Così pensata e interpretata, l’azione diplomatica diventa il modo per seguire, partecipare e incidere nella vita internazionale e nei suoi sviluppi quotidiani, tenendo sempre presenti la missione universale della Chiesa e le attese che il mondo esprime attraverso desideri di pace, giustizia e bene comune. All’interno delle Organizzazioni internazionali il messaggio del Vangelo domanda di essere declinato nei modi che possono raggiungere le persone di oggi, instaurando quel dialogo continuo con il mondo contemporaneo nelle sue varietà e differenze. Nel suo apporto al dibattito internazionale, la Santa Sede è ben cosciente dell’ambiente pluralistico e della diversità di visioni, ma sa bene che in ognuna, al di là delle differenze, sono presenti i semi della comune umanità.

3. Un secondo aspetto emerge da quest’opera che Mons. Tomasi, e un affiatato team di collaboratori, oggi affidano al mondo diplomatico, accademico e politico. Gli interventi segnalano il crescente coinvolgimento della Santa Sede nella diplomazia multilaterale, dando concretezza alla visione di Giovanni Battista Montini, il Beato Paolo VI, quando come Sostituto della Segreteria di Stato formalizzò le relazioni tra la Santa Sede e le Istituzioni del nascente Sistema delle Nazioni Unite. Una visione che lo stesso Papa riprendeva in occasione della Sua visita alla sede delle Nazioni Unite nel 1965. In quel momento, la discussione nel Concilio Vaticano II sul rapporto Chiesa-Mondo evidenziava la necessità di un comune impegno per unire i popoli e non solo farli coesistere, impegno che secondo Papa Montini l’ONU può assolvere creando “un sistema di solidarietà per cui finalità civili altissime ottengono l'appoggio concorde e ordinato di tutta la famiglia dei Popoli per il bene comune, e per il bene dei singoli. Quest’aspetto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite è il più bello: è il suo volto umano più autentico”. [4]

Da quel lontano 4 ottobre 1965, le visite dei Papi alle Nazioni Unite e alle Organizzazioni Internazionali hanno rinsaldato questo dialogo evidenziando come sebbene può essere spesso diversa la premessa antropologica e differente la prospettiva nelle questioni affrontate, l’obiettivo è per entrambi l’attenzione alla persona specie quando è nella condizione di ultimo, e la capacità di “potenziare, per il bene comune, il meglio di ciascun popolo e di ciascun cittadino” [5].

Quanti operano nell’ambito della diplomazia troveranno conferma negli interventi raccolti in questo volume che ci sono certamente delle differenze, anche sostanziali, nel modo in cui la Santa Sede propone soluzioni rispetto a quanto esprimono gli Stati; come pure sussistono divergenze nelle motivazioni offerte o negli assetti che si vogliono raggiungere, magari ricorrendo ad un consensus che mette tutti d’accordo su ciò che va tralasciato o ignorato, ma evidenzia solo il minimo di quanto è possibile fare. Ed ecco che dinanzi alle nuove sfide o anche alle ripetute minacce che affollano la scena internazionale, l’immagine più realistica che emerge è quella di un’azione preoccupata di diventare notizia, tralasciando le cause dei fenomeni e i fondamenti della vita di relazione internazionale. Nel contesto della sicurezza, è il caso di quei principi che, anche in situazioni drammatiche, vengono derisi da condotte e soluzioni poco efficaci, magari adottate al di fuori delle assise intergovernative per lasciare spazio a comportamenti unilaterali. Analogamente, mentre si continua a ripetere che la prevalenza d’interessi egoistici è tra le cause della povertà, del mancato sviluppo, dello sconvolgimento dei diversi ecosistemi, della corsa allo sfruttamento di territori e risorse, non si sanzionano i comportamenti che causano tali situazioni. E questo nonostante l’esistenza di regole e procedimenti certi, o di un’opinione pubblica che vuole veder garantito l’ordine tra le Nazioni e quindi la coesistenza pacifica della famiglia umana, considerando inscindibile il legame tra sviluppo e sicurezza.

Il Pontefice all’assemblea generale delle Nazioni Unite (25 settembre 2015,  foto Ap)

E allora come guardare al domani? Possiamo ancora manifestare fiducia oltre che speranza? Lasciandoci guidare dal volume, possiamo trovare un riferimento agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, formulati dalle Nazioni Unite nel 2015 con l’ Agenda 2030, presentati come la migliore sintesi per evitare danni irreparabili al pianeta e ai suoi abitanti, sulla scia di quanto l’Enciclica Laudato Si’ ha reso evidente. Questo vuol dire operare utilizzando gli strumenti e le regole offerti dal diritto e dalle Istituzioni della Comunità internazionale, per dare risposte concrete innanzitutto per prevenire i conflitti, tutelare i diritti, favorire lo sviluppo e attivare la cooperazione.

Da parte sua, la diplomazia della Santa Sede offre la sua voce per cercare soluzioni e regolazioni in grado di evitare ogni possibile degenerazione nell’irrazionalità della forza delle armi. È questo il senso di quell’essere veri “operatori di pace” e non “operatori di guerre o almeno operatori di malintesi”, come ha spesso affermato Papa Francesco [6]. Storicamente, questo ruolo di mediazione svolto dalla Santa Sede è stato cruciale in diverse circostanze e vuole esserlo ancora oggi, attraverso una sinergia tra quanti sul terreno svolgono i diplomatici pontifici nei diversi Paesi e nelle Istituzioni intergovernative. Il Rappresentante della Santa Sede non potrà mai essere un intermediario, ma piuttosto un mediatore, e cioè colui che “con la mediazione fa la comunione” [7] . Un’azione quest’ultima certamente inusuale per il linguaggio internazionalistico, ma in un modo frammentato e dilaniato anche dall’idea dei processi globali, la comunione riduce all’unità le strategie, gli intenti, le azioni, favorendo la condivisione piuttosto che la sola coesistenza.

4. Come ha scritto il Segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, nelle conclusioni del libro: “Il contributo diplomatico della Santa Sede non si limita alla mera osservazione degli eventi in corso o all’annuncio di principi solenni. Intende piuttosto – e spesso riesce – ad influenzare il processo decisionale, proponendo sovente soluzioni alle situazioni politiche, economiche e sociali di impasse”. E questo è stato l’importante servizio all’opera della Chiesa che Sua Eccellenza Mons. Silvano Maria Tomasi ha portato avanti nei suoi tredici anni da Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra. Con grande impegno, egli si è dedicato intensamente ai vari settori dello sfaccettato mondo delle Nazioni Unite avendo come certezza sorgiva e fine ultimo la missione della Chiesa nel mondo e nella storia degli uomini. Un’opera paziente e mirata di negoziazioni e partecipazione in prima persona alle tematiche discusse, hanno visto, così, la Santa Sede protagonista di traguardi di grande rilievo dalla Convenzione sulle munizioni a grappolo del 2008, al problema dell’acceso ai farmaci all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), fino ad arrivare al Trattato di Marrakech del 2013, ormai in vigore, che ha superato i limiti e le eccezioni ai diritti di privativa di fronte ad un interesse maggiore: l’accesso alla cultura delle persone ipovedenti. Infine, non posso non ricordare l’impegno nell’ambito del diritto internazionale del commercio, dove gli accordi di Bali e di Nairobi alla WTO, del 2013 e del 2015, hanno dimostrato come il multilateralismo nell’ambito del commercio possa essere una soluzione sostenibile.

La testimonianza, riportata nel volume, è voce esemplificativa della diversificata e intelligente attività di Mons. Tomasi nell’ambito delle Nazioni Unite. Come credenti, non possiamo certo dubitare che il Padre nostro celeste ci farà mancare ciò di cui abbiamo bisogno ( Mt 6, 32), ma come donne e uomini che vivono ogni giorno il loro pellegrinaggio terreno abbiamo certamente la responsabilità di impegnarci nella costruzione della pace, dello sviluppo, del rispetto dei diritti umani. Aspirare a questi traguardi non basta, così come non è sufficiente l’intenzione di operare: occorrono comportamenti concreti e coerenti, azioni mirate e, soprattutto, la piena coscienza che ognuno, pur nei diversi compiti, incarichi e funzioni deve contrastare la “globalizzazione dell’indifferenza” e l’egoismo puramente utilitaristico, in modo da fare concretamente qualcosa di buono per gli altri anche attraverso le Istituzioni multilaterali. [8]

Si potrà così evitare che l’immobilismo resti l’unica strategia, le armi la sola risposta, lo sviluppo soltanto un obiettivo e così consolidare una reale fraternità all’interno della famiglia umana. L’ opus magnum di Mons. Tomasi traccia un percorso per tradurre in pratica questo nostro impegno quotidiano.


[1] Francesco, Discorso ai futuri diplomatici della Santa Sede , testo in L’Osservatore Romano , 26 giugno 2015.

[2] Cfr. Francesco, Enciclica Laudato Si’, 63.

[3] Francesco, Udienza ai Rappresentanti Pontifici, 16 settembre 2016.

[4] Beato Paolo VI, Allocuzione all’Assemblea Generale dell’ONU , 4 ottobre 1965.

[5] Francesco, Discorso alle Nazioni Unite, 25 settembre 2015.

[6] Francesco, Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 9 giugno 2014.

[7] Francesco, Discorso ai Rappresentanti Pontifici, 21 giugno 2013.

[8] Cfr. Francesco, Sfida per il futuro, 10 novembre 2013.