Un classico moderno

2012-06-19 L’Osservatore Romano

Quando uscì, nell’ormai lontano 1980, The Blues Brothers dovette superare anche il fuoco di fila di prestigiosi critici d’oltreoceano. Oggi che torna sul grande schermo — per due soli giorni, il 20 e 21 giugno — restaurato in occasione del trentesimo anniversario della morte di John Belushi, è ormai consacrato come un capolavoro. Anzi, di più: come un classico moderno. La sfida, semmai, è rappresentata dal conquistare le nuove generazioni, che difficilmente potranno apprezzare alcuni dettagli legati indissolubilmente all’epoca della realizzazione. Per esempio il rispetto del regista John Landis e dei colleghi della sua generazione (non a caso nel finale compare in un cameo anche l’altro neoclassicista Steven Spielberg) per il cinema hollywoodiano d’un tempo. La difficoltà di tornare a fare un musical negli anni in cui nasceva l’estetica aggressiva dei video-clip. Più in generale, la voglia che c’era di lasciarsi alle spalle due decenni di traumi nazionali con un cinema più spensierato che contribuisse a risanare prima di tutto l’immaginario collettivo.

Nonostante ciò, ne siamo già sicuri, i nuovi spettatori rimarranno a bocca aperta di fronte a un senso del ritmo e un’energia che oggi non si vedono più, a una comicità che si tiene sul confine del surreale senza travalicarlo mai in modo grossolano, o anche solo smodato, a scene di massa che non hanno bisogno di interventi col digitale, a una miscela di generi che non ha la spocchia intellettualistica delle alchimie postmoderne, ma solo l’istinto di una macchina cinematografica che si muove in tutta libertà. A un cinema, insomma, che era creatività e sudore, proprio come una blues band.

Emilio Ranzato