Tripoli nel caos: la diplomazia cerca una nuova intesa

2017-03-18 Radio Vaticana

Nuova situazione di caos a Tripoli, da oltre 4 giorni tornata ad essere un vero e proprio campo di battaglia. Impossibile per ora rispettare il cessate il fuoco sancito mercoledì tra alcuni gruppi armati e il governo di unità nazionale del premier Fayez Al-Sarraj, appoggiato dall'Onu. Forte la reazione popolare scesa in piazza a manifestare: due le televisioni attaccate. Intanto la diplomazia torna a riunirsi al Cairo per sostenere la mediazione Onu. Il servizio di Gabriella Ceraso:

La grande manifestazione dei libici ieri in piazza a Tripoli è una rara dimostrazione del rifiuto dello strapotere ndelle milizie che controllano la capitale. E’ il segno che la misura è colma: in realtà la tregua, siglata mercoledì scorso dopo il ferimento dell’ex premier Khalifa Al Ghwell, non sta reggendo. Inutile, non tutti i gruppi armati sono disposti a riconoscere il premier designato Fayez Al-Sarraj, appoggiato dall'Onu. Abbiamo chiesto il parere di Antonio Morone ricercatore in Storia dell'Africa all’università di Pavia:

"Il problema di Tripoli è sicuramente questo: quando si disse che la città fu liberata nel 2011 dal regime di Gheddafi in realtà venne occupata da diverse forze tra cui quelle di Misurata. Ad oggi la partita continua ad essere quella, cioè che gli uomini di Misurata a Tripoli non si rassegnano ad un governo di Serraj sempre più indipendente e che non sta alle logiche di controllo che fanno capo a Khalifa Al Ghwell. Ovvio che Serraj, per essere uomo nuovo, cerca di affrancarsi, probabilmente aprendo una linea di comunicazione e di dialogo con l’Est del Paese e con Khalifa Haftar".

A questo punto occorrerebbe coinvolgere tutte le rappresentanze in Libia in un dialogo che apra un nuovo corso, di pace e stabilizzazione nella regione: a questo lavora il Quartetto riunito al Cairo e composto da Onu, Lega Araba, Unione Africana e nuova invitata, l’Unione Europea con l’alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini:

"Probabilmente una soluzione alternativa sarebbe quella, invece di imporre dall’esterno un ipotetico governo di unità nazionale, poi incapace di radicarsi nel Paese, lavorare molto più sulle amministrazioni locali capaci invece di operare a livello regionale e perlomeno interrompere la conflittualità e riportare una trattativa politica". 

E lunedì prossimo il primo ministro libico Fayez al-Sarraj sarà a Roma a colloquio con il premier Gentiloni: sul tavolo anche l’opzione militare, che resta "non auspicabile", sottolinea il professor Morone:

"Una pessima mossa. Lo è stato anche solo il fatto di volerlo annunciare, un po’ più di un anno fa: il risultato più immediato fu quello poi di produrre la chiusura dell’ambasciata italiana, l’unica che riusciva a parlare con entrambi gli schieramenti in lotta. C’è da ricordarsi poi che la Libia è un’ex colonia. I libici hanno dato prova di vivere questa presenza militare con grande fastidio e questo può essere un elemento determinante". 

La Libia resta la maggiore responsabile del grosso flusso migratorio nel Mediterraneo cui sono connesse infinite violenze. L’ultima testimonianza in tal senso arriva dalla confessione di uno dei responsabili, un ventenne ghanese, arrestato ad Agrigento e autore di torture, sevizie e stupri per bocca degli stessi migranti, privati della loro libertà personale in Libia in una safe house delle tante che li accoglie prima di intraprendere la traversata in mare. "E' una situazione totalmente fuori controllo", ammette Riccardo Noury portavoce di Amnesty Italia:

"La catena di comando di questi orrori purtroppo è terribilmente lunga e porta fino all’interno dell’Africa; non basterà una confessione per trovare una soluzione. Il problema è all’origine: è aver affidato alle criminalità organizzata la gestione in maniera irresponsabile di questi flussi, non prevedere percorsi legali e sicuri, non spingere perché la Liba abbia uno Stato di diritto e perchè riconosca la Convenzione Onu sui rifugiati; questi sono i problemi che sono all’origine della violenza. Il quadro è terrificante. È una situazione di violenza indicibile che va avanti durante il transito, l’ingresso in Libia e che peggiora nei centri di detenzione con un paritcolare accanimento nei confronti delle persone di fede cristiana, e in particolare nei confronti delle donne cristiane. In passato abbiamo potuto vistare alcuni di questi centri, ma sono pochi quelli gestiti dallo Stato. Qui la situazione è cattiva ma non è al livello dei centri controllati dalle milizie e dalle bande armate".

(Da Radio Vaticana)