Testimoni di obbedienza (27 aprile 2017)

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Testimoni di obbedienza

Giovedì, 27 aprile 2017

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.98, 28/04/2017)

«Sì, sono peccatore, sono mondano, tante mondanità ho nel mio cuore ma, Signore, tu puoi fare tutto: dammi la grazia di divenire un testimone di obbedienza come te, e anche la grazia di non impaurirmi quando arrivano le persecuzioni, le calunnie, perché tu ci hai detto che quando ci portano dal giudice sarà lo Spirito a dirci cosa dobbiamo rispondere». Ecco la preghiera che Papa Francesco ha improvvisato, invitando a recitarla aprendo il cuore, durante la messa celebrata giovedì mattina, 27 aprile, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Chiediamo questa grazia» ha insistito il Pontefice, perché «il cristiano non è testimone di un’idea, di una filosofia, di una ditta, di una banca, di un potere» ma è unicamente «testimone di obbedienza, proprio come Gesù».

«Nella prima lettura — ha fatto subito notare Francesco all’inizio dell’omelia, riferendosi al passo degli Atti degli apostoli (5, 27-33) — continua quel dialogo degli apostoli cominciato con Giovanni e con i capi, con i dottori della legge». Il fatto è che «dopo il miracolo della guarigione dello storpio, che ha scatenato la furia dei capi, la comunità continua a crescere e gli apostoli facevano tanti miracoli, tanti segni». Così «la gente andava da loro, li cercava per sentirli e portava anche gli ammalati perché fossero guariti». Si legge infatti, nello stesso capitolo degli Atti degli apostoli, che i malati venivano accompagnati «perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro». E «questa era la fede del popolo».

Certo, ha fatto presente il Papa, «c’erano problemi anche nella comunità: in mezzo a questa consolazione c’erano dei furbetti che volevano fare carriera, come Anania e Saffira». E lo stesso, ha aggiunto, accade anche oggi. «C’era gente — ha insistito Francesco — che quando vedeva questo popolo credente portare gli ammalati lì, in pellegrinaggio dagli apostoli, diceva “ma che gente ignorante, non sa, questo popolo non sa”». È «il disprezzo al popolo fedele di Dio che mai sbaglia, mai». Lo stesso avviene oggi, ha riconosciuto il Papa. Ma «il Signore voleva che la Chiesa fosse forte in quel momento come segno della propria risurrezione».

Sempre gli Atti, ha proseguito il Pontefice, ci dicono che «i capi, quando hanno visto tutto questo, pieni di gelosia presero gli apostoli e li chiusero nel carcere pubblico». Ma «quella notte — ha detto il Pontefice — come è accaduto anche a Pietro quando era in carcere, un angelo del Signore è andato lì, ha aperto la porta» chiedendo agli apostoli di andare ad annunciare al popolo. E gli apostoli andarono subito, «sul far del giorno», a insegnare al popolo nel tempio, ma i capi dei sacerdoti vennero informati e gli apostoli vennero convocati davanti al sinedrio. «Tutto questo l’ho detto per vedere lo sviluppo della vita della Chiesa in questi primi mesi» ha spiegato il Papa, facendo di nuovo riferimento alla prima lettura. «In quei giorni — riferiscono, dunque, gli Atti — il comandante e gli inservienti condussero gli apostoli e li presentarono nel sinedrio; il sommo sacerdote li interrogò dicendo: “Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome?”». Intendendo ovviamente «nel nome di Gesù». Infatti Pietro e Giovanni erano stati già arrestati e, interrogati dal sinedrio, avevano risposto: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato». Ma i capi avevano proibito loro di continuare a predicare. Ecco perché la nuova accusa: nonostante quel divieto, dicono agli apostoli i membri del sinedrio, «avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo».

Ma ecco che «Pietro — lo stesso Pietro che per paura aveva tradito il Signore nella notte del giovedì — oggi, coraggioso risponde: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”». Proprio «la risposta di Pietro — ha affermato il Papa — ci fa capire cosa è un apostolo, cosa è un cristiano: un cristiano è un testimone dell’ubbidienza, come Gesù». E infatti «Gesù obbedì, si è fatto uomo, si abbassò, si annientò». Così, allo stesso modo, «il cristiano è testimone di obbedienza, come Gesù che ha detto al Padre: ecco un corpo, io vengo per fare la tua volontà; come Gesù che nell’orto degli ulivi chiese al Padre di allontanare da lui quel calice “ma si faccia la tua volontà, non la mia: io ubbidirò”».

«Il cristiano è un testimone di obbedienza — ha rilanciato Francesco — e se noi non siamo su questa strada di crescere nella testimonianza dell’obbedienza, non siamo cristiani». Bisogna dunque «camminare su questa strada» per essere davvero «testimone di obbedienza, come Gesù». Ecco perché il cristiano «non è testimone di un’idea, di una filosofia, di una ditta, di una banca, di un potere» ma «è testimone di obbedienza, come Gesù».

Una verità non facile da capire, ha riconosciuto il Pontefice. Tanto che viene da chiedersi «come si diventa testimone di obbedienza, dove si studia per diventarlo?». Ma «questo può farlo soltanto lo Spirito Santo» ha spiegato Francesco, perché «divenire testimone di obbedienza è una grazia dello Spirito Santo: è Lui che fa questo». È «lo stesso discorso che abbiamo sentito fare da Gesù a Nicodemo: “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna, chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita”». Ma «è dall’alto che viene questo, è dallo Spirito: Gesù, unto dallo Spirito, porta il lieto annuncio. Pensiamo alla sinagoga di Nazaret, soltanto lo Spirito può farci testimoni di obbedienza».

Magari, ha proseguito, qualcuno potrebbe dire «io vado da quel maestro spirituale» oppure «leggo questo libro». Sì, ha spiegato il Papa, «tutto sta bene ma soltanto lo Spirito può cambiarci il cuore e può farci a tutti testimoni di obbedienza: è un’opera dello Spirito e dobbiamo chiederlo, è una grazia da chiedere: “Padre, Signore Gesù, inviatemi il vostro Spirito perché io divenga un testimone di obbedienza”, cioè un cristiano».

Il Pontefice non ha mancato di indicare «quali sono le conseguenze per una persona che è testimone di obbedienza». A questo proposito, ha detto, «la fine del passo della prima lettura odierna è chiaro: “All’udire queste cose essi si infuriarono e volevano metterli a morte”». Perché «le conseguenze del testimone di obbedienza sono le persecuzioni». E infatti «quando Gesù elenca le beatitudini finisce» affermando: “Beati voi quando siete perseguitati, insultati”».

«La croce non si può togliere dalla vita di un cristiano» ha affermato Francesco: «La vita di un cristiano non è uno status sociale, non è solo un modo di vivere una spiritualità che mi fa buono, che mi fa un po’ migliore. Questo non basta. La vita di un cristiano è la testimonianza in obbedienza e la vita di un cristiano è piena di calunnie, dicerie, persecuzioni». E, ha concluso, «questo è il messaggio della Chiesa di oggi» che chiede di domandarsi se si è davvero cristiani, cioè «testimoni di obbedienza come Gesù».