Terza predica di quaresima in Vaticano - Come si evangelizza dietro la scrivania

2016-03-04 L’Osservatore Romano

Meno parole e più fatti. È la raccomandazione espressa da padre Raniero Cantalamessa venerdì mattina, 4 marzo, nella terza predica di quaresima tenuta nella cappella Redemptoris Mater, alla presenza del Papa.

Il predicatore della Casa Pontificia, portando a termine la riflessione sulla costituzione Dei verbum, dedicata alla parola di Dio, ha rilanciato la lectio divina «seguendo lo schema tracciato da san Giacomo». E dopo che, nelle due prediche precedenti, aveva indicato «tre operazioni successive: accogliere, meditare e mettere in pratica la parola», ne ha approfondito una quarta: «annunciare la parola».

Come punto di partenza il religioso ha scelto una frase di Montini: «Lo Spirito Santo è il principale agente dell’evangelizzazione». Se «voglio diffondere una notizia, il primo problema che mi si pone è con quale mezzo trasmetterla» ha spiegato. E «il mezzo primordiale e naturale con cui si trasmette la parola è il fiato, il soffio, la voce: esso prende la parola che si è formata nel segreto della mia mente e la porta all’orecchio dell’ascoltatore». Così «anche la parola di Dio segue questa legge, si trasmette per mezzo di un soffio: lo Spirito Santo». Dunque «lo Spirito Santo è il vero, essenziale mezzo di comunicazione senza il quale non si percepisce del messaggio che il rivestimento umano».

«La prima cosa da evitare quando si parla di evangelizzazione — ha affermato Cantalamessa — è pensare che essa sia sinonimo di predicazione e quindi riservata a una categoria particolare di cristiani». In sostanza «non si evangelizza soltanto con le parole, ma prima ancora con le opere e la vita; non con quello che si dice ma con quello che si fa e che si è». McLuhan «ha spiegato il suo famoso slogan “il mezzo è il messaggio” in modo per noi illuminante: soltanto in Gesù Cristo “non c’è differenza alcuna tra il mezzo e il messaggio; in realtà il suo è l’unico caso in cui si può dire che il mezzo e il messaggio sono perfettamente identici”». Una «identificazione» che «dovrebbe realizzarsi anche in colui che predica il Vangelo». Non a caso Paolo vi ammonisce che «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni».

Condividendo l’esperienza evangelizzatrice del suo ordine cappuccino, padre Cantalamessa si è detto certo che «il contributo maggiore non è stato quello dei predicatori di professione, ma quello della schiera di “fratelli laici”: semplici e incolti portinai dei conventi o questuanti». Tanto che «intere popolazioni hanno ritrovato o mantenuto la loro fede grazie al contatto con loro». Inoltre il predicatore ha ricordato che Maria è chiamata «stella dell’evangelizzazione: non ha portato una parola particolare a un popolo particolare, come hanno fatto anche i massimi evangelizzatori della storia; ha portato la Parola fatta carne e l’ha portata anche fisicamente al mondo intero». Maria «non ha mai predicato, non ha pronunziato che pochissime parole, ma era piena di Gesù: chi può negare che la Vergine di Guadalupe abbia avuto un ruolo fondamentale nell’evangelizzazione e nella fede del popolo messicano?».

«Parlando a un ambiente di curia», il predicatore ha messo «in luce il contributo che danno di fatto all’evangelizzazione quelli che passano la maggioranza del tempo dietro una scrivania e a trattare affari apparentemente estranei all’evangelizzazione». Così «se concepisce il proprio lavoro come servizio al Papa e alla Chiesa, se rinnova ogni tanto questa intenzione e non permette che la preoccupazione della carriera prenda il sopravvento nel suo cuore, il modesto impiegato di una congregazione contribuisce all’evangelizzazione più di un predicatore di professione, se questi cerca di piacere agli uomini più che a Dio».

Insomma, per diventare evangelizzatori bisogna uscire anzitutto dal proprio io: «Secondo Teilhard de Chardin — ha ricordato il cappuccino — bisogna decentrarci da noi stessi e ricentrarci su Cristo». E «la Bibbia ci offre un’immagine che contiene più verità di interi trattati di pastorale dell’annuncio: quella del libro mangiato che si legge in Ezechiele». In realtà «c’è una differenza enorme tra la parola di Dio semplicemente studiata e proclamata e la parola di Dio prima “mangiata” e assimilata». Nel primo caso «si dice di un predicatore che parla come un libro stampato ma non si arriva così al cuore della gente, perché al cuore arriva solo ciò che parte dal cuore».

Per il religioso «lo sforzo per un rinnovato impegno missionario è esposto a due pericoli principali. Uno è l’inerzia, la pigrizia, il non fare nulla e lasciare che facciano tutto gli altri. L’altro è il lanciarsi in un attivismo umano febbrile e vuoto, con il risultato di perdere a poco a poco il contatto con la sorgente della parola». Invece «più aumenta il volume dell’attività, più deve aumentare il volume della preghiera».

Padre Cantalamessa ha anche messo in guardia dal rischio di «annunciare Gesù Cristo per motivi, non in se stessi cattivi, che hanno poco o nulla a vedere con l’amore». Serve però «quel genuino amore e compassione per gli uomini che è l’anima del Vangelo». E «il Vangelo dell’amore non si può annunciare che per amore: se non ci sforziamo di amare le persone che abbiamo davanti, le parole ci si trasformano facilmente tra le mani in pietre che feriscono e dalle quali ci si ripara, come ci si mette al riparo da una grandinata».