​Sui musei ecclesiastici e le tre virtù teologali - L'orso e l'eremita

2017-05-17 L’Osservatore Romano

Heinz von Foerster pone una domanda che lui stesso definisce indecidibile: «Sono a parte dall’universo o sono parte dell’universo?». Esamina entrambe le possibilità e le commenta in modo chiaro. Nel caso in cui si dice: sono a parte dall’universo, si stabilisce una radicale distanza fra sé e il mondo. Da una parte c’è̀ il mondo, dall’altra c’è un osservatore che è distaccato dal mondo e guarda come attraverso uno spioncino, descrivendo cosa vede. In tale posizione l’ipotetico osservatore potrebbe dire: «Sono fuori dal mondo e da questa posizione osservo le cose che accadono non influenzate dalla mia posizione, dalle mie preferenze, dai miei desideri e dalle mie insofferenze». Questo concetto di oggettività è naturalmente predominante nella visione scientifica del mondo e nel mondo accademico. Ma tutto cambia nel caso in cui si dica: sono parte dell’universo. Con questa affermazione si potrebbe dire che: «qualsiasi cosa io faccia, lo faccio nel mondo, e qualsiasi cosa il mondo faccia, avviene su di me». Questa è̀ la posizione che Heinz von Foerster adottò̀ su sé stesso: «Sono parte del mondo. Quando io cambio, l’universo stesso cambia, perché sono parte dell’universo». 

Sassetta, «Sposalizio mistico di san Francesco con le virtù teologali» (1450, particolare)

Ho voluto aprire la conversazione odierna da queste considerazioni, perché mi consentono di chiarire la prima delle questioni che, parlando del museo e in specie di quello ecclesiastico, ritengo fondamentale. Il museo è nel mondo, è parte del mondo e deve stabilire con esso una relazione vivace. Qualunque cosa conservi non lo può fare a porte chiuse, ma consentendo alla realtà di penetrare negli spazi del museo, stabilendo con esso una connessione che nel tempo non può che crescere e suggerire il tema del cambiamento. 

Un museo in relazione con il presente e disponibile quindi al cambiamento, è un museo che al di là della conservazione guarda alla valorizzazione, intendendo con il termine la possibilità di stabilire fra opere e pubblico una relazione di significati. Se ciò vale per il museo in generale, ha una specifica importanza nel museo ecclesiastico, dove le problematiche del tempo presente investono la vita del cristiano e dove il senso dell’opera conservata ha a che fare con il sacro e quindi con il mistero dell’esistere.
E questo è il secondo punto della mia riflessione odierna: la valorizzazione non consiste nella spettacolarizzazione dell’opera d’arte, né con l’organizzazione di eventi specifici, ma con la percezione della sua verità, per la quale il museo ecclesiastico esiste e si impegna.
Ma siamo certi che in questo consista l’impegno del museo ecclesiastico? È questo il terzo punto su cui intendo fermare l’attenzione oggi. L’ampia e ventennale esperienza mi impone di denunciare la quasi generale disattenzione al problema e, molto spesso, al suo imbarazzante fraintendimento. Risolto, quando viene risolto, il problema conservativo, il museo ecclesiastico, soprattutto quello diocesano, viene vissuto dalla gerarchia come un peso e un costo di cui non si avverte la necessità. La carità e la missionarietà assorbono non solo gli sforzi economici delle curie, ma anche l’interesse. E se Federico Borromeo diceva che la cultura è una forma di carità, oggi, considerata la carità come una cosa estranea alla cultura, di essa si rischia di cogliere solo il senso di una generosa solidarietà o, più genericamente, il senso clericale. Un museo per i sacerdoti, per il catechismo ecc. Un museo di carattere devozionale, quasi una sorta di grande sagrestia delle sagrestie, da cui il non credente è naturalmente escluso, ma lo stesso credente non vi trova quel senso profondo dell’esistere che dovrebbe cogliere nell’opera d’arte, sia essa di soggetto religioso o meno. Ho spesso scritto di ciò, ma non volendo autocitarmi, mi riallaccio, invece, alla recente riflessione sull’arte sacra contemporanea, con cui padre Andrea dall’Asta apre il suo recente volume Eclissi-Oltre il divorzio fra arte e Chiesa: «per sacro si intende una nebulosa di termini di non sempre chiara interpretazione. Anche se in ambiente ecclesiale l’espressione arte sacra è considerata generalmente un equivalente di arte liturgica, con questa arte sacra mi riferisco qui a quella manifestazione estetica che parla di quanto è autenticamente umano nel suo aprirsi a un desiderio di assoluto, a un’indagine sul mistero del nascere, del morire, del senso della gioia e del dolore, che racconta l’uomo nella sua totalità, nella sua vita affettiva e intellettuale, nelle sue relazioni con la società, con la natura, con la politica». Come non cogliere in un’arte così concepita la sua vera sacralità, la sua possibilità di aprirsi al divino, al trascendente, proprio perché sa andare alla profondità dell’umano. Di questo ho parlato a lungo con il cardinale Martini, quando mi ha chiesto di fondare il Museo diocesano di Milano. Su tutto ciò si apre l’idea di un museo vivo e capace di accogliere tutti, proprio per la capacità di interpellare l’uomo e di scoprire, come faceva Martini, il credente che è in lui, mentre ogni credente capisce quanto in sé ci sia del non credente. E non è a questo che allude Papa Francesco quando dice: chi sono io per giudicare?
Questa è la cultura/carità a cui pensava Federico Borromeo e questa è la cultura del museo ecclesiastico, concepito non come propaggine parrocchiale, ma come luogo di incontro di tutti con l’arte e il suo senso profondo e misterioso in cui l’uomo inquieto trova ristoro, nutrimento all’anima.
Il quarto e ultimo punto della mia riflessione ha a che fare dunque con la carità, intesa in senso proprio e dunque come virtù teologale, come la fede e la speranza. Ma qual è allora il riferimento delle virtù teologali con il museo ecclesiastico?
Se la dimensione culturale del museo è prettamente culturale, significa che il museo ha come scopo primario non soltanto l’esposizione dell’opera d’arte, ma quello di consentire al visitatore di percepire/intuire il mistero che è nell’arte e nell’atto creativo che l’ha generata. E se a fondamento del gesto creativo è l’amore, recuperiamo, rileggendo anche san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (13,1), il rapporto stretto che è fra carità/amore e cultura. Ma di quale amore parliamo se non lo immaginiamo come il naturale derivato della fede, che sempre secondo san Paolo (Ebrei 11,1): «è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono». Dante traduce fedelmente il passo citato, nel Paradiso (xxiv, 64-66), scrivendo che fede è «sustanza di cose sperate/e argomento de le non parventi; /e questa pare a me sua quiditate».
Qui ritrovo il perché del museo ecclesiastico, luogo di un senso che è domanda, spesso inespressa, di ogni uomo e nel contempo anche speranza. Speranza di contemplare il volto del Signore? Ma qui siamo già molto avanti. La speranza allarga il nostro sguardo e il nostro sentire verso orizzonti più vasti. È speranza d’amore? Credo di si, e allora è speranza in Chi è Amore.
Non è detto che tutto ciò sia chiaro all’uomo, è, però, mia convinzione che su tutto ciò si debba fondare il museo ecclesiastico, come luogo per eccellenza dell’arte, perché essa, come disse Paul Klee, «non restituisce il visibile, ma rende visibile».
Dunque non è improprio parlare delle tre virtù teologali a proposito dei musei ecclesiastici e considerare l’abbandono in cui essi troppo spesso si trovano, per colpa manifesta delle curie vescovili o arcivescovili, nonostante tutte le buone intenzioni. Ma a proposito delle buone intenzioni concludo proponendo la fiaba di Heinz Van Foerster). La favola narra di un vecchio eremita che viveva in una caverna nella foresta e di un orso. L’eremita incontrò̀ un orso che era stato punto da un’ape e lo medicò̀. Riconoscente, l’orso gli chiese di diventare il suo guardiano. L’eremita accettò e invitò l’orso nella sua caverna trattandolo con molta ospitalità. I due passarono del tempo insieme amichevolmente. Poi un giorno, facendo molto caldo, l’eremita si addormentò e l’orso si mise a guardia del suo riposo scacciando le mosche che gli ronzavano intorno. Ma ce n’era una particolarmente fastidiosa che ritornava all’attacco e a un certo punto si posò sul naso dell’eremita. Allora l’orso assestò un violento colpo sulla faccia dell’eremita per eliminare la mosca. La conseguenza fu dannosa e dolorosa per l’eremita che, svegliandosi, in preda a una collera furente, si scagliò contro l’orso cacciandolo dalla grotta. Van Foerster loda le buone intenzioni dell’orso e dice che queste salvano da qualsiasi conseguenza negativa. Io credo che sarebbe bene considerare diversamente le intenzioni e che esse dovrebbero essere giudicate anche dalle loro conseguenze. Vorrei che chi si occupa dei musei ecclesiastici pensasse tanto alle virtù teologali, quanto alla responsabilità che, buone intenzioni a parte, si assumono nei confronti dell’uomo e della sua identità.

di Paolo Biscottini