Sotto la protezione della Vergine Maria

2013-01-23 L’Osservatore Romano

Dopo il magistrale Gesù di Nazaret, dedicato all’ultima settimana della vita di Cristo, niente era più atteso del nuovo libro del Papa sulla prima settimana. La Passione viene narrata nei minimi dettagli e in diversi capitoli dai quattro vangeli. Alla settimana della nascita è invece dedicata una sola pagina in Matteo, due in Luca, ed è praticamente tutto. Eppure in essa si concentrano le feste più popolari della devozione cristiana, care persino a quanti non hanno che un ricordo della loro religione: Annunciazione, Visitazione, Natale, Santi Innocenti, Epifania, Presentazione al tempio. E che posto immenso occupa nell’arte e nell’iconografia! I pittori si immergono letteralmente con grande gioia nella raffigurazione di questi avvenimenti, che vengono chiamati appunto «misteri gaudiosi».

L’infanzia di Gesù è un soggetto difficile. È comprensibile che il Papa l’abbia lasciato alla fine. La documentazione così scarna espone a ogni fantasia, a ogni errore, e Dio sa quanto ne sono stati fertili questi venti secoli. È un carniere prelibato per lo “storico-critico” che può avanzare innumerevoli argomenti tratti dalla storia generale, dalla storia comparata delle religioni, dalla scienza mitologica, e anche dalla conoscenza filologica delle Scritture e degli usi del mondo ebraico. La posta in gioco è decisiva, poiché si tratta del mistero centrale, l’Incarnazione. O il bambino Gesù è Dio (e uomo) fin dal suo concepimento, o è solo un uomo particolarmente buono che ha avuto una fine tragica.

Si prende dunque in mano con una certa ansia questo libro che il Papa firma nella sua duplice veste di sommo Pontefice e di teologo “privato”. È abbastanza diverso da quelli precedenti. Non si presenta sotto forma di trattato, ma piuttosto come un susseguirsi di omelie o di meditazioni spirituali, che hanno per filo conduttore la fede. Questa virtù è la base necessaria per una comprensione autentica del testo. Praestet fides supplementum sensuum defectui. Senza l’intelligenza della fede il racconto emerge come una leggenda o un tessuto di assurdità.

Occorre anche scienza. Con il metodo che gli è proprio il Papa intesse l’Antico Testamento con il Nuovo come una sola Rivelazione. Non si limita a fare come Matteo che giustifica le parole del vangelo attraverso citazioni dei salmi e dei profeti. In effetti, agli occhi degli ebrei o dell’esegesi moderna, quelle parole profetiche non designano in modo univoco gli avvenimenti futuri. Non sono previsioni. I fatti non sono neppure illustrazioni delle parole antiche. Secondo l’espressione di Joseph Ratzinger, queste ultime sono parole «senza padrone». La realtà che portano non era direttamente riconoscibile, ma esse attingono significato mediante l’avvenimento nel quale diventano realtà. Se si svuota l’avvenimento, resta solo un «midrash haggadico», un’interpretazione della Scrittura mediante una narrazione. Ora Luca non costruisce un pio racconto, riferisce dei fatti positivi e ne ricerca il significato attraverso parole chiare o «in attesa», ascoltate alla luce della fede. È ciò che la Chiesa ha sempre mantenuto.

Una volta posto questo quadro metodologico, Benedetto XVI esamina minuziosamente i pochi versetti, le poche parole che gli evangelisti hanno ritenuto sufficienti per la salvezza del mondo. Spetta a noi scoprire fino a che punto sono inesauribili. Nulla viene trascurato, nulla viene saltato. Faccio un esempio: l’annuncio della nascita e il parto verginale. Tutti i sensi possibili di Matteo e di Luca vengono passati al vaglio. Che cosa voleva dire Isaia quando profetizzava: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele»? È una parola rivolta al re Achaz, che riveste un significato politico in una circostanza storica particolare? Oppure è una «parola in attesa» rivolta a Israele o a tutta l’umanità? Al termine dell’indagine, alla fine dell’analisi parola per parola e di un’esegesi che vuole essere al tempo stesso scientifica, teologica, spirituale, la ragazza di Nazaret viene identificata come sede della Shekinah, trono della Sapienza, Arca dell’Alleanza e tutti i titoli che la Chiesa ha da sempre attribuito alla Madre di Dio, semper virgini.

Una domanda assilla da tempo il mondo cristiano. A partire dall’espressione «fratelli di Gesù», molti fedeli si chiedono: perché Maria non avrebbe potuto avere altri figli? Non è naturale e conforme alla Torah? Ci si poteva dunque aspettare che, senza entrare nel dibattito esegetico, il Papa dichiarasse con la sua autorità che secondo ogni evidenza teologica una tale supposizione è impensabile. Essa di fatto fa crollare il dogma dell’incarnazione e in definitiva l’intera fede cattolica. Il Papa non lo fa. Lascia i fedeli dedurre da soli che — considerando ciò che è la Vergine Maria, così come egli l’ha presentata, e ciò che è Giuseppe — una tale supposizione è semplicemente impossibile. Era del resto quello che pensavano anche Lutero e Calvino. Il Papa ne è così convinto da applicare, se si può dire, l’aforisma di Wittgenstein: là dove non si può parlare, bisogna tacere.

Tutto il libro è immerso in un’atmosfera serena. Nessuna polemica, ma una riflessione pacata, di una grande densità e al tempo stesso di grande dolcezza. Evidentemente il Papa per scriverlo si è messo sotto la protezione della Vergine Maria, che è il suo soggetto principale.

Alain Besançon