​Roma: la Chiesa nella Città. Carità credibile in estate. La Caritas diocesana in campo contro le solitudini

La puntata del 12 luglio è andata in onda dal centro Caritas di Santa Giacinta in via Casilina Vecchia, insieme a Massimo Pasquo, sociologo, responsabile dei servizi di domiciliarità della Caritas, avviato dal 2005. Con lui parliamo della solitudine e delle solitudini a Roma.

Ricordo la pagina Facebook di questa trasmissione dove si trova l’audio di ogni puntata ed una trascrizione dell’intervista andata in onda.

«La Caritas dieci anni fa ha voluto invertire la dinamica sociale, anticipando l’intuizione della Chiesa che va a cercare le persone laddove vivono. La casa è uno di questi, è il luogo dove si vive una relazionalità piena, dove si crea rete. Siccome questo senso di domiciliarità e di relazione è andato a perdersi, allora la Caritas ha scelto di andare a cercare le persone che vivono in solitudine nelle proprie mura domestiche. Questa solitudine non è accettabile da parte di noi credenti. Abbiamo iniziato con gli anziani, andando a cercare queste situazioni attraverso i presidi che la Chiesa ha a Roma».

Che vuol dire solitudine a Roma?

«La solitudine è una malattia sociale che si innesta su altre malattie e ne produce anche. La solitudine è una causa di altre patologie, una malattie che crea malattie. Pensiamo che la solitudine sia frutto della perdita di relazioni. Invece è un percorso, dove si perdono gli agganci, ma negli anziani produce problemi cardiovascolari, deficit immunitari e altre patologie che dalla morte sociale portano alla morte fisica. La perdita di senso crea depressione e altri problemi. Non sottovalutiamo la solitudine nelle fasce giovanili, di quanti vivono in casa attaccati al computer e alla relazionalità on line. Vale per i giovani, vale per le famiglie che sono abbandonate, vale per gli anziani».

Ci sono famiglie dove la relazionalità non funziona?

«Non ci siamo resi conto che da 30 anni ci è stata tolta la soddisfazione di essere una comunità. 30 o 40 anni fa i bambini venivano guardati dalla vicina di casa senza problemi. I territori hanno perso gli spazi di socializzazione e di incontro. Pensiamo alle separazioni: te la devi cavare da solo, perdi gli agganci sociali. La vita è oggi diventata più complessa, dove un reddito non basta. Allora la solitudine economica insieme a quella relazionale diventa un fenomeno grave e la comunità ecclesiale non può ignorarlo. Non c’è una persona sola; c’è una persona sola in un circuito che produce solitudine»

«La Caritas - aggiunge Massimo Pasquo - si muove sul livello della domiciliarità leggera per cercare di affrontare i gravi problemi delle famiglie. Le famiglie hanno bisogno di essere contattate e avere un presidio di prossimità. Andiamo nelle case non per sostituirci ai servizi sociali del Comune ma per curare la relazionalità. Mandiamo dei volontari a stare con le persone, dando loro quello di cui hanno bisogno, aiutandoli a esigere i loro diritti ma fondamentalmente stiamo con loro. Abbiamo poi un progetto che si chiama Quartieri Solidali e ci sono 8 parrocchie collegate per metterci in rete e offrire una risposta sistemica. Il sacramento essenziale è l’Emmanuele, lo stare insieme, per dare risposte significative per essere segno, cercando di comprender le problematiche delle persone. La Chiesa è parrocchia, parrocchia è Chiesa in movimento. All’interno di questo progetto, si svolgono poi anche le attività di disbrigo pratiche o di telesoccorso e le persone si sentono comunque collegate ad una realtà che fornisce senso alla vita».

Le statistiche dicono che l’età media aumenta. Come si può intervenire per fronteggiare i problemi sociali che arriveranno?

«Oggi a Roma l’età media si è elevata a 44 anni, e i dati europei dicono che nel 20150 ci troveremo davanti ad una emergenza anziani. È un processo in atto e se non ce ne rendiamo conto diventerà uno tsunami. Attivare una rete di aiuto e sostegno di comunità è l’unica via di uscita. Si parla sempre più spesso di welfare di comunità attivando processi che vedono la comunità come centro e gli anziani integrati nel percorso. Ma questa è la strada della comunità cristiana, niente di nuovo. Le grandi città hanno un problema strutturale perchè rischiano di perdere la tradizione di territorio. Accade anche a Roma. Dobbiamo riprogettarci come comunità. Serve una rivoluzione culturale e pastorale, mettendo al centro un piccolo problema per risolvere i grandi problemi attivando una dimensione sistemica. Oggi pensiamo che dobbiamo cavarcela da soli. 50 anni fa non era così. La dinamica sociale ci ha spinto a pensarla così ma possiamo cambiare ottica. I Quartieri Solidali sono un piccolo progetto ma cambiano la percezione e l’ottica. Dobbiamo poterne discutere in chiave sociologica, in chiave teologica, in chiave pastorale, per leggere la realtà e intervenire. Se vogliamo semplicemente conservare l’esistente, il costo è insostenibile».

Dopo Massimo Pasquo della Caritas la trasmissione prosegue presentando il libro del teologo Massimo Naro, docente nella facoltà Teologica della Sicilia che si intitola «Le Vergini annunciate. La teologia dipinta di Antonello da Messina», Edb, Bologna 92 pagine euro 9,50. Ascoltiamo lo stesso autore, don Massimo Naro.

«Guglielmo Durante, nel Medioevo, affermava che «la pittura commuove gli animi più della scrittura»: vale a dire che un’immagine, soprattutto l’immagine artistica, riesce più di mille parole a impressionare l’attenzione di una persona, suscitando in lei interesse sincero e – perciò – una reale disposizione a interrogarsi, a pensare, a conoscere, a ricordare. Le immagini che sono illustrate e spiegate in questo piccolo libro (non soltanto le due suggestive Vergini annunciate di Antonello da Messina, ma anche il maestoso Compianto sul Cristo morto realizzato da Nicolò dell’Arca per la chiesa di S. Maria della Vita a Bologna) sortiscono proprio quest’effetto: riescono cioè a far comprendere appieno il significato dell’annuncio dell’Angelo a Maria di Nazaret e lasciano intuire il senso del mistero dell’incarnazione del Verbo. Sotto un tal profilo, queste opere d’arte possono essere considerate come una vera e propria esegesi della pagina evangelica di san Luca che contiene – appunto – il racconto dell’annunciazione: un’esegesi, però, più efficace di quella elaborata nei libri di tanti studiosi, in quanto più immediatamente fruibile tramite la visione e l’ammirazione. Così, ciò che l’annunciazione ci invita a sapere e ad accogliere, s’imprime nella nostra coscienza e si traduce in intima consapevolezza, grazie allo sguardo della Madonna dipinta da Antonello, che ci interpella dolcemente. E, ancora, grazie al gesto umile della sua mano sinistra che richiude il velo azzurro sul suo petto e attorno al suo viso, quasi a significare la profondità del mistero. E, infine, grazie al cenno coraggioso della mano destra, con cui la Vergine sembra squarciare – stavolta – il velo invisibile della nostra perplessità».

È tutto per questo appuntamento. Alla prossima!