Quell’artigiano che affittò per due anni interi

2017-03-17 L’Osservatore Romano

Le riflessioni proposte dal suggestivo studio di Enrique Mena Salas sull’attività e sulla condizione dell’apostolo Paolo a Roma e il tentativo di una possibile localizzazione della casa affittata a sue spese, ricordata dagli Atti degli apostoli (28, 16-20), conducono a riconsiderare con attenzione i luoghi romani collegati al soggiorno e alla prigionia dell’apostolo delle genti.
All’arrivo in città, l’apostolo Paolo può essersi rivolto ad Aquila e Prisca, i coniugi che lo avevano ospitato a Efeso, e che potrebbero averlo accolto nella loro dimora romana, dove presumibilmente si svolgevano delle riunioni liturgiche e dove soggiornarono anche Luca e Pietro. La loro residenza, sede di una vera e propria domus ecclesiae, è tradizionalmente localizzata sull’Aventino, sotto la chiesa di Santa Prisca, dove sono stati rinvenuti i resti di una domus e di un luogo dedicato al culto di Mitra.

Graffiti della triclia con preghiere rivolte agli apostoli Pietro e Paolo  (III secolo, Roma, basilica di San Sebastiano fuori le mura)

Le fonti, però, ricordano che l’apostolo Paolo aveva ottenuto di abitare in una casa in affitto, dove rimase per «due anni interi» (Atti degli apostoli, 28, 16); una passio greca ci informa che si sistemò in una zona di magazzini, dove è probabile che svolgesse la sua attività di tessitore. A tal proposito acquista interesse la tradizione che colloca la prima dimora romana di Paolo nel luogo in cui sorse la chiesa di San Paolo alla Regola, vicino al Tevere, dove si erano stabiliti artigiani che si occupavano della lavorazione del cuoio e in un settore tradizionalmente legati alla comunità giudaica, nell’ambito della quale si innestò il cristianesimo della prima ora. Sotto la chiesa, gli scavi hanno portato alla luce due magazzini di epoca domizianea e una domus con pavimenti in mosaico di epoca severiana.
Più difficile risulta attribuire veridicità alla localizzazione di una casa di Paolo nei sotterranei della chiesa di Santa Maria in Via Lata dove, insieme a Luca, l’apostolo avrebbe dimorato e dove sarebbe stato incatenato in attesa del processo. Collegata a questa leggenda è la colonna in granito addossata al muro del primo vano, che mostra tracce degli anelli di una catena e che reca incise, in diagonale, le parole latine verbum Dei non est alligatum, ossia “la parola di Dio non è incatenata”, citazione della seconda lettera a Timoteo (2, 9). Proprio questa sarebbe la colonna alla quale venne incatenato l’apostolo, mentre un pozzo con vera ottagonale sarebbe stato costruito nel luogo in cui le preghiere di Paolo fecero sgorgare miracolosamente l’acqua dal terreno. Una tarda iscrizione, infine, ricorda il luogo come l’oratorio di san Paolo apostolo, di Luca evangelista e di Marziale martire, dove si trovava una delle sette immagini della beata Vergine dipinte da san Luca e dove quest’ultimo scrisse gli Atti degli apostoli.
Per completare il quadro delle ipotesi, è necessario menzionare un altro luogo tradizionalmente collegato alla presenza paolina a Roma, ossia la basilica di San Sebastiano sulla via Appia. Proprio al terzo miglio della regina viarum si trovano le testimonianze più antiche del culto congiunto di Pietro e Paolo, che i calendari liturgici romani fanno partire nel 258, l’anno del consolato di Tusco e Basso. La tradizione vuole che durante gli anni complicati delle persecuzioni le reliquie dei principi degli apostoli furono portate ad catacumbas per motivi di sicurezza. La memoria apostolorum, dove si svolgevano i riti funerari e i refrigeria in loro onore e che conserva centinaia di graffiti che invocano Pietro e Paolo, è inglobata nella basilica circiforme voluta dall’imperatore Costantino e dedicata in origine proprio ai due apostoli.
All’interno della chiesa, inoltre, venne apposto l’elogio che papa Damaso (366-384) compose in loro onore. L’incipit del carme recita: Hic habitasse prius sanctos conoscere debes nomina quisque Petri pariter Paulique requiris (“Tu che vai alla ricerca dei nomi di Pietro e insieme di Paolo, devi sapere che i santi in passato qui dimorarono”). L’utilizzo del verbo latino habitare, senza alcun riferimento preciso allo status funerario di tale permanenza, portò Bruno Luiselli, seguito da Margherita Guarducci, a immaginare che esistesse una tradizione, ben nota nel iv secolo, di un loro temporaneo soggiorno, da vivi, in quella stessa località. A sostanziare ulteriormente questa tradizione dobbiamo ricordare la presenza di un graffito, all’interno di uno dei mausolei addossati alla chiesa, che fa riferimento alla domus Petri, che alcuni non hanno esitato a identificare con la cosiddetta villa grande, una casa di abitazione rinvenuta negli scavi sotto il complesso basilicale.

L’individuazione dei luoghi paolini nell’Urbe continua a rimanere ipotetica, sia per la difficoltà nel definire la condizione di Paolo durante la prigionia, sia per la realtà oscillante delle prime domus dove l’apostolo delle genti si sarebbe spostato durante il soggiorno romano. Mentre alla luce delle ricerche archeologiche e delle fonti letterarie sono sicuri i luoghi del martirio e della deposizione di Paolo sulla via Ostiense, dove si innalza ancora il santuario apostolico, completamente ricostruito dopo l’incendio del 1823, i luoghi della vita e delle gesta a Roma del principe degli Apostoli, del doctor gentium, rimangono ancora nel campo fluttuante delle ipotesi e si legano alle chiese titolari, attorno alle quali si sono create nei secoli del medioevo delle affabulazioni leggendarie che documentano un culto diffuso piuttosto che controprove storiche certe e affidabili.

di Fabrizio Bisconti