​Pietro Bembo e la codificazione dell'italiano scritto- La quarta corona

2017-05-15 L’Osservatore Romano

Il suggestivo titolo del più recente saggio di Giuseppe Patota La Quarta Corona Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto (Bologna, Il Mulino, 2017, pagine 171, euro 17) non è solo una formula capace di condensare con immediatezza il contenuto del libro, ma una felice invenzione che è insieme preludio e sintesi delle pagine che verranno. 

Tiziano, «Ritratto di Pietro Bembo» (1539, particolare)

Ponendo Bembo accanto a Dante, Petrarca e Boccaccio, le tre corone tradizionali, Patota non solo scompagina un conto che si pensava ormai definitivo, ma gli riconosce un ruolo fondante. La corona in letteratura non si accompagna allo scettro, non è simbolo di regalità e di potere, al contrario rimanda alla condizione inclusiva ed emotivamente coinvolgente di paternità. Se le «tre corone» con i loro capolavori avevano inventato un modello letterario destinato a rimanere insuperato e reso il fiorentino trecentesco la lingua della letteratura, Bembo con le sue Prose della volgar lingua inventa quella che sarà la lingua degli italiani e fonda «la nostra tradizione grammaticale».
Docente di Storia della lingua italiana all’università di Siena-Arezzo, studioso di grande e raffinato spessore, Patota si è dedicato anche alla didattica dell’italiano e ha legato il suo nome a testi divulgativi in un collaudato «a quattro mani» con la linguista Valeria Della Valle. Tutti libri di grandissimo successo che non solo hanno sciolto dubbi e interrogativi sull’uso della nostra lingua, ma hanno fatto molto di più, arrivando a modificare nei lettori la percezione del libro di grammatica: da opaco repertorio di norme fatto di prescrizioni e divieti a strumento agile, piacevole e addirittura giocoso per scoprire le meraviglie di una lingua bellissima ma complessa come l’italiano. Un talento flessibile dunque, capace di coniugare rigore scientifico, intensità di analisi e chiarezza espressiva.
Questa volta Patota ci accompagna dentro la grammatica più importante della nostra storia. I capitoli, tutti all’insegna di quella felice inventiva onomastica già espressa nel titolo del libro, sono organizzati attorno a tre nuclei temporali: prima delle Prose, nel cuore dell’officina ideativa di Pietro Bembo e infine dopo le Prose, l’eredità di questo testo nella grammaticografia italiana. A conclusione un’appendice dedicata al «petrarchino», parola d’autore, inventata proprio da Bembo, per indicare una copia in piccolo formato del Canzoniere che appartiene sia alla letteratura che alla pittura. Per tutto il xvi secolo infatti la fortuna delle rime petrarchesche è testimoniata anche da numerosi ritratti dove compare il Canzoniere, esibito chiuso come un gioiello o aperto per evidenziare alcuni versi.
Siamo nel 1525 quando Pietro Bembo pubblica il suo capolavoro, le Prose della volgar lingua (ma il vero titolo è diverso da quello tràdito, come Patota rivela), un testo chiave della civiltà letteraria del Cinquecento. L’adolescente che per il suo ingegno si era meritato l’ammirazione del grande Angelo Poliziano ha mantenuto le promesse e ormai è un «umanista di primissimo piano». A consolidare la sua vocazione per le lettere avevano contribuito gli ottimi studi, la ricca biblioteca di famiglia, i viaggi al seguito del colto e aristocratico padre Bernardo, impegnato in importanti ambascerie al servizio della Repubblica veneziana, il soggiorno a Messina, allora considerata una nuova Atene per gli studiosi di lettere greche. E ancora il sodalizio con quel geniale editore che fu Aldo Manuzio e i periodi trascorsi nelle corti culturalmente più vivaci della penisola. Le Prose furono una risposta tempestiva alle esigenze dei letterati del suo tempo.
Le invasioni straniere iniziate con la discesa in Italia dei francesi (1494) e la fine della libertà non avevano solo rivelato la debolezza politica, ma avevano sconvolto gli equilibri culturali della penisola. I letterati che, pur divisi in tante realtà politiche diverse, si sentivano uniti in quanto depositari ed eredi della grande civiltà classica, avvertono adesso il fallimento dei valori umanistici sul piano concreto della storia. Dopo l’iniziale smarrimento, reagiscono cercando nuove certezze per riaffermare il primato della cultura italiana e definire un’identità comune con la fondazione di modelli culturali e comportamentali capaci di garantire coesione e riconoscibilità.
Condizione preliminare è trovare una lingua letteraria nella quale tutti gli scrittori della penisola possano riconoscersi. Ed ecco arrivare la proposta di Bembo che indica Petrarca e Boccaccio, rispettivamente per la poesia e per la prosa, come i modelli da imitare e ai quali dunque assegna la stessa esemplarità metastorica dei grandi classici. Bembo detta poi le norme fondamentali di una grammatica del volgare, una «grammatica dell’armonia», come la definisce Patota, perché l’ottimo modello letterario garantisce agli autori moderni «armonia, equilibrio, gradevolezza», componenti essenziali per raggiungere la stessa dignità degli antichi. La coerenza, la sistematicità e la facilità della soluzione indicata determinarono il successo della tesi di Bembo, che ebbe oppositori anche vivaci ma che finì con l’imporsi in tempi brevi in tutta la penisola.
Con il passo coinvolgente del narratore e una scrittura elegante e insieme gentile e amabile, Patota come sempre offre conoscenze, intuizioni, riflessioni e accende curiosità, vale a dire introduce il lettore nel metodo del sapere. E così, come sempre quando si tiene un suo libro in mano, a lettura conclusa lo si chiude a malincuore.

di Francesca Romana de'Angelis