Per una riconciliazione di popolo - Il Papa con i giornalisti durante il volo di rientro dalla Colombia

2017-09-12 L’Osservatore Romano

Durante il volo da Cartagena a Roma, al termine del viaggio apostolico in Colombia, Papa Francesco ha incontrato i giornalisti a bordo dell’aereo in una conferenza stampa durata circa quarantacinque minuti. Pubblichiamo la trascrizione delle risposte del Pontefice (con la traduzione delle risposte date in spagnolo) e una sintesi delle domande. Dopo l’introduzione del direttore della Sala stampa, Greg Burke, Papa Francesco si è così rivolto ai giornalisti: «Buona sera, e grazie tante per il vostro lavoro. Davvero sono rimasto commosso della gioia, della tenerezza, della gioventù, della nobiltà del popolo colombiano. Davvero, un popolo nobile, che non ha paura di esprimersi come sente, non ha paura di sentire e far vedere quello che sente. Così l’ho percepito io. Questa è la terza volta [che vado in Colombia], che io ricordi, ma un vescovo ha detto: “No, Lei c’è stato una quarta volta, ma soltanto per piccole riunioni”, una volta a La Ceja e le altre due, o tre, a Bogotá. Ma non conoscevo la Colombia profonda, quella che si vede per le strade. E io ringrazio per la testimonianza di gioia, di speranza, di pazienza nella sofferenza di questo popolo. Mi ha fatto tanto bene. Grazie».

[César Moreno, «Caracol Radio»]: Lei è venuto in un Paese diviso, a causa di un processo di pace, tra quelli che accettano e quelli che non accettano questo processo. Cosa fare concretamente per avvicinare le parti divise? Se lei potesse ritornare nel nostro paese tra qualche anno, come le piacerebbe vedere la Colombia?

A me piacerebbe almeno che il motto fosse “Facciamo il secondo passo”, che almeno fosse questo! Sono stati, pensavo fossero di più, calcolavo circa sessanta, ma mi hanno detto 54 anni di guerriglia più o meno, e lì si accumula molto, molto, molto odio, molto rancore, molto animo malato, e la malattia non è una colpa, viene, ti sei beccato un morbillo e ce l’hai… Scusatemi, parlo italiano. L’animo malato... la malattia non è una colpa, viene. E con queste guerriglie che davvero hanno fatto — sia la guerriglia, sia i paramilitari, sia quelli di là, e anche la corruzione, tante volte, nel Paese — hanno fatto peccati brutti che hanno provocato questa malattia dell’odio... Ma ci sono passi avanti che danno speranza, passi nel negoziato, l’ultimo è il cessate-il-fuoco dell’eln: li ringrazio tanto, ringrazio tanto per questo. Ma c’è qualcosa di più, che io ho percepito, che è la voglia di andare avanti in questo processo, che va oltre i negoziati che si stanno facendo e che si devono fare. È una voglia spontanea, e lì c’è la forza del popolo. Io ho speranza in questo. Il popolo vuole “respirare”, ma dobbiamo aiutarlo, aiutarlo con la vicinanza, la preghiera e soprattutto la comprensione di quanto dolore c’è dentro tanta gente.

[José Mojica, «El Tiempo»]: La Colombia ha sofferto molti decenni di violenza, ma i danni della corruzione nella politica sono stati tanto rovinosi come la guerra stessa. Cosa fare davanti a questo flagello, fino a che punto sopportare i corrotti, come castigarli? E, da ultimo, si dovrebbero scomunicare i corrotti?

Lei fa una domanda che io mi sono posto tante volte, me la sono posta in questo modo: c’è perdono per il corrotto? Me la sono posta così. E me la sono posta quando accadde un fatto, nella provincia di Catamarca, in Argentina, un fatto di maltrattamento, abuso, di violenza su una ragazza, e lì c’era gente implicata molto legata ai poteri politici ed economici di quella provincia. Mi ha colpito tanto un articolo di [Rogelio] Frigerio pubblicato su «La Nación», in quel tempo; e io ho scritto un piccolo libro che si chiama Peccato e corruzione. Sempre tutti siamo peccatori e sappiamo che il Signore è vicino a noi, che Lui non si stanca di perdonare. Ma la differenza è: Dio non si stanca mai di perdonare, ma il peccatore a volte trova il coraggio e chiede perdono. Il problema è che il corrotto si stanca di chiedere perdono e dimentica come si chiede perdono: questo è il problema grave. È uno stato di insensibilità davanti ai valori, davanti alla distruzione, allo sfruttamento delle persone. Non è capace di chiedere perdono. È come una condanna, per cui è molto difficile aiutare un corrotto, molto difficile. Ma Dio può farlo. Io prego per questo.

[Hernan Reyes, «Télam»]: Lei pensa che sia possibile replicare questo modello colombiano in altri conflitti nel mondo?

Integrare [coinvolgere] altre persone [altri soggetti]... Anche oggi, nell’omelia, ho parlato di questo prendendo spunto dal passo del Vangelo. Coinvolgere altri soggetti: non è la prima volta. In tanti conflitti sono stati coinvolti altri soggetti. È un modo di andare avanti, un modo sapienziale, politico... C’è la saggezza di chiedere aiuto. Credo che, come oggi ho voluto accennare nell’omelia — che era un messaggio più che un’omelia —, credo che queste risorse tecnico-politiche aiutino, esse richiedono a volte l’intervento delle Nazioni Unite per uscire dalla crisi. Ma un processo di pace andrà avanti soltanto quando lo prende in mano il popolo. Se il popolo non lo prende in mano, si potrà andare avanti un po’, si arriverà a un compromesso... È quello che ho cercato di far sentire in questa visita: o il protagonista della pacificazione è il popolo, o si arriverà solo fino a un certo punto. Ma quando un popolo prende in mano la cosa, è capace di farla bene. Quella è la strada superiore [privilegiata]. Grazie.

[Elena Pinardi, «ebu-uer»]: Innanzitutto, vorremmo chiederle come sta. Si è fatto male?

Mi sono chinato un po’ per salutare dei bambini, non ho visto il vetro e... “pum”.

[Pinardi]: Ripensando alle vittime e ai danni enormi causati in questi giorni dagli uragani, vi è una responsabilità morale dei leader politici che rifiutano di collaborare con le altre nazioni per controllare le emissioni dei gas ad effetto serra, perché negano che il cambiamento climatico sia anche opera dell’uomo?

Grazie. Parto dall’ultima parte, per non dimenticarla: chi nega questo deve andare dagli scienziati e domandare loro. Loro parlano chiarissimo. Gli scienziati sono precisi. L’altro giorno, quando è uscita la notizia di quella nave russa — credo — che è andata dalla Norvegia al Giappone o a Taipei passando dal Polo Nord, senza il rompighiaccio, e le fotografie facevano vedere pezzi di ghiaccio... Attraverso il Polo Nord, adesso, si può passare. È molto chiaro, è molto chiaro. Quando è uscita quella notizia, da una università — non ricordo dove — ne è uscita un’altra che diceva: “Abbiamo soltanto tre anni per tornare indietro, altrimenti le conseguenze saranno terribili”. Io non so se è vero “tre anni” o no; ma che, se non torniamo indietro, andiamo “giù”, quello è vero. Del cambiamento climatico si vedono gli effetti, e gli scienziati dicono chiaramente la strada da seguire. E tutti noi abbiamo una responsabilità, tutti. Ognuno una piccolina, o più grande, una responsabilità morale: nell’accettare, dare l’opinione o prendere decisioni. E dobbiamo prenderlo sul serio. Credo che sia una cosa su cui non scherzare, è molto seria. Lei mi chiede: qual è la responsabilità morale? Ognuno ha la sua. Anche i politici hanno la loro. Ognuno ha la propria. Secondo la risposta che dà.

[Pinardi]: C’è chi percepisce che andiamo incontro all’apocalisse con tutti questi eventi atmosferici.

Non so. Io dico: ognuno ha la propria responsabilità morale, primo. Secondo: se uno è un po’ dubbioso che questo non sia tanto vero, che domandi agli scienziati. Loro sono chiarissimi. Non sono opinioni campate per aria: sono chiarissimi. E poi decida. E la storia giudicherà le decisioni. Grazie.

[Enzo Romeo, «Rai»]: Vediamo gli effetti dei cambiamenti climatici anche in Italia: non so se è informato, ci sono stati molti morti a Livorno.

Sì, dopo tre mesi e mezzo di siccità...

[Romeo] Ma perché tarda una presa di coscienza? Soprattutto da parte dei governi, che invece sembrano così solleciti magari in altri settori — sempre il discorso degli armamenti: stiamo vedendo ad esempio la crisi della Corea.

Il perché? Mi viene in mente una frase dell’Antico Testamento: l’uomo è uno stupido, è un testardo che non vede. L’unico animale del creato che mette la gamba nella stessa buca, è l’uomo. Il cavallo e gli altri no, non lo fanno. C’è la superbia, la presunzione di dire: “No, ma non sarà così...”. E poi c’è il “dio Tasca”, no? Non solo riguardo al creato: tante cose, tante decisioni, tante contraddizioni e alcune di queste dipendono dai soldi. Oggi, a Cartagena, io ho incominciato da una parte, chiamiamola, povera, di Cartagena. Povera. L’altra parte, la parte turistica, lusso e lusso senza misure morali, diciamo. Ma quelli che vanno di là, non si accorgono di questo? O gli analisti sociopolitici, non si accorgono? L’uomo è uno stupido, diceva la Bibbia. E così, quando non si vuol vedere, non si vede. Si guarda soltanto da una parte. Non so, e della Corea del Nord, ti dico la verità, io non capisco, davvero. Perché davvero non capisco quel mondo della geopolitica, è molto forte [arduo] per me. Ma credo che, per quello che vedo, lì c’è una lotta di interessi che mi sfuggono, non posso spiegare davvero. Ma l’altro aspetto è importante: non si prende coscienza. Pensa a Cartagena, oggi. Ma questo è ingiusto, e si può prendere coscienza? Questo mi viene in mente. Grazie.

Valentina Alazraki, di «Televisa», chiede al Papa come sta.

...Ma non fa male. Mi hanno fatto un occhio nero… [ridono].

[Alazraki]: Purtroppo, negli Stati Uniti è stata abolita la legge dei “dreamers”: stiamo parlando di ottocentomila ragazzi, moltissimi messicani, colombiani, di tanti Paesi. Lei non crede che con questa legge, con questa abolizione, questi ragazzi perdano l’allegria, la speranza, il futuro? E poi, le chiediamo un pensiero per tutte le vittime del terremoto in Messico e dell’uragano Irma.

Davvero, sì, Le domandavo a quale legge si riferisse. Io ho sentito di questa legge; non ho potuto leggere gli articoli e come si prende la decisione. Non la conosco bene, ma, primo, staccare i giovani dalla famiglia non è una cosa che dà un buon frutto, né per i giovani, né per la famiglia. Io penso che questa legge — che credo venga non dal Parlamento ma dall’Esecutivo — se è così, ma non sono sicuro, c’è speranza che la si ripensi un po’. Perché io ho sentito parlare il Presidente degli Stati Uniti: si presenta come un uomo pro-life, e se è un bravo pro-life capisce che la famiglia è la culla della vita e che se ne deve difendere l’unità. Per questo, io ho interesse a studiare bene quella legge. Ma, veramente — in generale, sia questo caso o altri casi — quando i giovani si sentono sfruttati, come in tanti casi, alla fine si sentono senza speranza. E chi la ruba? La droga, le altre dipendenze, il suicidio... Il suicidio giovanile è molto forte, e succede quando vengono staccati dalle radici. È molto importante il rapporto di un giovane con le sue radici. I giovani sradicati, oggi, chiedono aiuto: vogliono ritrovare le radici. Per questo io insisto tanto sul dialogo tra giovani e anziani, un po’ scavalcando i genitori. Che dialoghino con i genitori, ma gli anziani [sono importanti], perché lì ci sono le radici; e sono un po’ più lontane, per evitare i conflitti che possono avere con le radici più prossime, come quelle dei genitori. Ma i giovani, oggi, hanno bisogno di ritrovare le radici. Qualsiasi cosa che vada contro le radici, ruba loro la speranza. Non so se ho risposto...

[Alazraki]: Possono essere deportati dagli Stati Uniti.

Eh sì, sì, perdono una radice... Questo è un problema. Ma davvero su quella legge non voglio esprimermi perché non l’ho letta e non mi piace parlare di quello che non ho studiato prima. E poi, Valentina è messicana e il Messico ha sofferto tanto, e con questa ultima cosa io chiedo a tutti per solidarietà con la “decana” — c’è l’altro “decano” lì — una preghiera per la sua patria. Grazie.

[Fausto Gasparroni, «Ansa»]: Riguardo la politica del governo italiano in tema di immigrazione, c’è stato effettivamente il suo incontro con il presidente del Consiglio Gentiloni ed è stato trattato questo tema? Cosa pensa lei della politica di chiusura delle partenze, considerando anche il fatto che poi i migranti che restano in Libia vivono in condizioni disumane, in condizioni molto, ma molto precarie?

Prima di tutto, l’incontro con il Primo Ministro Gentiloni è stato un incontro personale e non su questo argomento. È stato prima di questo problema, che è venuto fuori alcune settimane dopo, quasi un mese dopo. È stato prima del problema. Secondo: io sento il dovere di gratitudine verso l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti. Ma non basta aprire il cuore. Il problema dei migranti è, primo, cuore aperto, sempre. È anche un comandamento di Dio, di accoglierli, “perché tu sei stato schiavo, migrante in Egitto” (cfr. Levitico 19, 33-34): questo dice la Bibbia. Ma un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli. Integrarli. Io ho visto esempi — qui, in Italia — di integrazione bellissimi. Quando sono andato all’Università Roma Tre, mi hanno fatto domande quattro studenti; una, l’ultima, che ha fatto la domanda, io la guardavo [e pensavo]: “Ma questa faccia la conosco...”. Era una che meno di un anno prima era venuta da Lesbo con me nell’aereo. Ha imparato la lingua, e siccome studiava biologia nella sua patria ha fatto l’equiparazione e ha continuato. Ha imparato la lingua. Questo si chiama integrare. In un altro volo — quando tornavamo dalla Svezia, credo — ho parlato della politica di integrazione della Svezia come un modello, ma anche la Svezia ha detto, con prudenza: “Il numero è questo; di più non posso”, perché c’è il pericolo della non-integrazione. Terzo: c’è un problema umanitario, quello che Lei diceva. L’umanità prende coscienza di questi lager, lì? Delle condizioni di cui Lei parlava, nel deserto? Ho visto delle fotografie... Ci sono gli sfruttatori... Lei parlava del governo italiano: mi dà l’impressione che stia facendo di tutto per lavori umanitari, per risolvere anche il problema che non può assumere...

Ma [riassumendo]: cuore sempre aperto, prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria.

E c’è un’ultima cosa che voglio dire, e vale soprattutto per l’Africa. C’è, nel nostro inconscio collettivo, un motto, un principio: “L’Africa va sfruttata”. Oggi a Cartagena abbiamo visto un esempio di sfruttamento, umano, in quel caso [quello degli schiavi]. E un capo di governo, su questo, ha detto una bella verità: “Quelli che fuggono dalla guerra, è un altro problema; ma per tanti che fuggono dalla fame, facciamo investimenti lì, perché crescano”. Ma nell’inconscio collettivo c’è che ogni volta che tanti Paesi sviluppati vanno in Africa, è per sfruttare. Dobbiamo capovolgere questo: l’Africa è amica e va aiutata a crescere. Poi, gli altri problemi, di guerre, vanno da un’altra parte. Non so se con questo ho chiarito...

[Xavier Le Normand, «I.Media»]: La Santa Sede è stata ed è ancora molto impegnata per un dialogo in Venezuela. Ma il presidente Maduro da un lato ha parole molto violente contro i vescovi, dall’altro lato dice che è con Papa Francesco. Non sarebbe possibile avere parole più forti e forse più chiare?

Credo che la Santa Sede abbia parlato forte e chiaramente. Quello che dice il Presidente Maduro, che lo spieghi lui: io non so cosa ha nella sua mente. Ma la Santa Sede ha fatto tanto: ha inviato là, in quel gruppo di lavoro dei quattro ex-presidenti, ha inviato un Nunzio di primo livello; poi ha parlato, ha parlato con persone, ha parlato pubblicamente. Io, tante volte, all’Angelus ho parlato della situazione cercando sempre un’uscita, aiutando, offrendo aiuto per uscire. Non so... Ma sembra che la cosa sia molto difficile, e quello che è più doloroso è il problema umanitario: tanta gente che scappa o soffre... Un problema umanitario che dobbiamo aiutare a risolvere in ogni modo. Io credo che le Nazioni Unite debbano farsi sentire anche lì, per aiutare... Grazie.

Dicono che c’è qualche turbolenza, che dobbiamo andare. Ma vi ringrazio tanto, vi ringrazio tanto per il vostro lavoro. E una volta in più, vorrei ringraziare l’esempio del popolo colombiano. E vorrei finire con un’immagine, quello che più mi ha colpito dei colombiani: nelle quattro città c’era la folla sulla strada, salutando... Quello che più mi ha colpito è che i papà, le mamme alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro, questa la mia speranza, questo è il mio futuro. Io ci credo”. Questo mi ha colpito. La tenerezza. Gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimo, bellissimo! Questo è un simbolo, simbolo di speranza di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e poi mostrarli, farli vedere così, come dicendo: “Questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro. Grazie tante. Grazie.