Paul Canart alla Biblioteca vaticana -Il bizantinista detective-

2017-09-16 L’Osservatore Romano


«Il giovane scriptor affronta la catalogazione dei manoscritti. L’insegnamento della paleografia e della codicologia allargano i suoi orizzonti. Un intermezzo nella sezione degli stampati gli ricorda il dovere della modestia. Le preoccupazioni e piaceri di un direttore della sezione dei manoscritti e di un vice-prefetto». Svolgendo questi quattro punti, una dozzina di anni fa monsignor Paul Canart descriveva i suoi Cinquant’anni alla Biblioteca vaticana in una conferenza tenuta a Liegi nel 2004. A dire il vero gli anni erano un poco di meno, perché era entrato in Vaticana, quasi trentenne, nel 1957. Era andato a trovarlo, verso la fine dell’anno precedente, monsignor José Ruysschaert, scriptor della Vaticana. «A nome del cardinale bibliotecario, Giovanni Mercati, mi propose il posto di scriptor per i manoscritti greci e mi concesse 24 ore di riflessione». Disse di sì e iniziò i suoi anni in Vaticana, che di fatto furono sessanta: ancora qualche mese fa lo vedevamo girare nelle sale per le sue ricerche con la concentrazione frettolosa dello studioso che segue una pista di ricerca e dedica a essa tutta la sua energia e la sua passione. Allo stesso tempo erano ben noti l’attenzione e il tempo che egli offriva allo studioso che veniva da altro luogo o allo studente alle prime armi, per fornirgli un aiuto, dargli un’informazione preziosa, instradarlo nella ricerca e facilitargli lo studio delle collezioni vaticane. 

Monsignor Paul Canart

A poche settimane dal compimento dei suoi novant’anni, monsignor Canart è mancato giovedì scorso, 14 settembre. In quella conferenza a Liegi aveva citato la frase, con cui il prefetto Franz Ehrle — il gesuita che rinnovò la Vaticana a fine Ottocento e inizio Novecento — accoglieva i nuovi impiegati: «La paga è poca, ma le prospettive di vita lunghe»! Canart ha lavorato infaticabilmente sino a pochi mesi fa: è in via di pubblicazione un ultimo suo volume su un gruppo di 25 manoscritti vaticani, che avremmo voluto presentargli proprio per il suo novantesimo compleanno il mese prossimo. In Vaticana, infatti, egli si dedicò a catalogare i manoscritti greci, e gli studiosi conoscono i minuziosi cataloghi da lui realizzati, che si inserivano nella tradizione vaticana iniziata dal prefetto Franz Ehrle, ma che Canart seppe arricchire di indicazioni ampie e dettagliate, specialmente nell’ambito della paleografia e codicologia. Quando giunse in Vaticana, Canart non aveva mai lavorato ai manoscritti. Il prefetto Anselmo Albareda, accogliendolo, gli diede una semplice indicazione di lavoro: «Prenda i cataloghi dei Suoi predecessori e ne faccia altrettanti». Canart confessava in quella conferenza: «Presi in mano quei cataloghi e provai un’angoscia paragonabile a quella che mi attanagliava alla vigilia degli esami universitari». Ma l’esito positivo è davanti agli occhi di tutti. Sarebbe interessante seguirlo in questo suo lavoro: un lavoro di ricerca paziente, come quella di un detective, diceva (e si sa che amava molto leggere i gialli): «Il lavoro di identificazione dei testi è un lavoro poliziesco, fatto di lunghe ore di verifiche fastidiose, ricompensate alla fine dalla soluzione dell’enigma». Ma dobbiamo passare oltre.
Nel 1969 cominciò a insegnare paleografia greca alla Scuola vaticana di paleografia, diplomatica e archivistica. Fu lui a iniziarvi quell’insegnamento e lo condusse avanti per trent’anni. Nel frattempo, dal 1980 al 1984 fu direttore della Sezione degli stampati della Vaticana. Sapeva di non essere competente al riguardo ma, tutto sommato, poteva trarre un bilancio non negativo anche di quell’incarico: «In fin dei conti la mia direzione consistette soprattutto in un obiettivo modesto ma indispensabile: creare e mantenere fra i miei colleghi — una bella collezione di persone originali — un’atmosfera propizia al lavoro».
Nel 1984 Canart diventava direttore della sezione dei manoscritti, dove rimaneva sino al pensionamento nel 1999, assumendo nel frattempo anche la carica di vice-prefetto dal 1994 al 1998. Il nuovo ruolo gli recava non poche preoccupazioni: organizzare la catalogazione dei manoscritti (moltissimi dei 60.000 latini erano ancora da catalogare adeguatamente), procurare qualche acquisto (per quanto possibile), difendere dai possibili furti, curare la conservazione dei manoscritti senza limitarne eccessivamente la consultazione. Collocava invece fra le realtà piacevoli di quel periodo le occasioni di recarsi in varie località, per accompagnare opere da esporre, per tenere conferenze o partecipare a riunioni di vario genere («Le riunioni in questione coniugavano lavoro e turismo», confessava). Ricordava anche di aver talvolta rappresentato la Vaticana al posto del prefetto nelle riunioni di direttori di biblioteche europee e, con arguzia (e in verità) osservava: «La nostra biblioteca è europea quando si tratta di fornire suggerimenti; non lo è più quando si vorrebbero ottenere sussidi dalla Comunità europea...».
Di monsignor Canart si ricorda la timidezza, che lo rendeva schivo davanti agli altri (nel rivolgersi a una persona, socchiudeva gli occhi), senza che questo gli togliesse uno spiccato senso dello humor. Ha espresso se stesso in un’amplissima rigorosa produzione scientifica, in ambito paleografico e codicologico, ricercata e apprezzata dagli studiosi. Uno schietto riconoscimento al suo ministero sacerdotale posto generosamente a servizio della cultura.

di Cesare Pasini