Parolin: sostegno a “Piano Marshall” per i cristiani in Iraq

2017-09-28 Radio Vaticana

di Marco Guerra

Un piano “Piano Marshall” per ricostruire le città e le infrastrutture della Piana di Ninive, in Iraq, con lo scopo di riportare le famiglie cristiane di quell’area nelle loro abitazioni, abbandonate a seguito dell’aggressione dei jihadisti e di tre anni di occupazione militare da parte dello Stato Islamico.

È il grandioso progetto presentato oggi alla Pontificia Università Lateranense nel corso della Conferenza internazionale “Iraq, ritorno alle radici”, organizzata da Aiuto alla Chiesa che Soffre. Nel corso dell’evento è stato presentato il piano di ricostruzione di 13.000 case danneggiate o distrutte dall’Is nei villaggi cristiani della regione. La Fondazione di diritto pontificio Acs ha stimato che il costo complessivo per ricostruire tutto il tessuto infrastrutturale della Piana è di oltre 250 milioni di dollari. Al momento solo una piccola parte di questa cifra è stata raccolta grazie alle donazioni dei privati che tramite Acs si tramutano subito in progetti concreti per il territorio.

Uno sforzo che per ora ha consentito il rientro di circa 3200 famiglie cristiane nei loro villaggi, per un totale di oltre 14mila persone. Nel concreto sono 1244 gli edifici restaurati e 611 quelli in via di rinnovamento. Ma in tutto sono almeno 13mila le case private che sono state danneggiate e parte di queste sono state totalmente distrutte e necessitano di una ricostruzione. Di fronte a questi numeri Acs - che in Iraq dal 2014 ha fornito 42 milioni di euro in progetti – chiede un maggiore impegno da parte di tutta la comunità internazionale. Una sollecitazione ribadita per l’occasione dal segretario generale di Acs Philipp Ozores:

“L’agenda è, da una parte, quella di continuare a trovare un sostegno concreto, in forma di soldi, per la ricostruzione della Piana. Il progetto è completo; allora tutti i soldi che arrivano sono utilizzati in maniera molto efficace: immediatamente, come ha detto il dott. Stephen Rasche; i soldi che arrivano sono subito trasformati in case. E le persone possono ritornare da Erbil dove si trovano ancora rifugiate. Questo è il primo punto, molto concreto. Ma l’altro punto è quello che stiamo facendo oggi in occasione di questa conferenza e riguarda il parlare e il rivolgersi concretamente alla comunità internazionale. Stiamo parlando con alcuni grandi governi in maniera molto concreta per dire loro che il nostro sforzo può dare dei frutti, ma non oltre un certo punto, perché la nostra è una piccola organizzazione. Abbiamo quindi bisogno dell’aiuto della comunità internazionale – degli aiuti – tanto di quello finanziario che di quello che serve per creare stabilità politica nella regione. Dovrebbe essere chiaro che la comunità internazionale e gli Stati collaboreranno con le autorità locali solo se la sicurezza è garantita per le minoranze che vivono nella Piana di Ninive”.

Presupposto necessario alla ricostruzione sono dunque la stabilità e la sicurezza. Per ottenere queste due condizioni il patriarca Patriarca caldeo di Baghdad Louis Raphaël I Sako ha parlato di un “Piano Marshall” politico e sociale:

“Senza la riconciliazione che cosa vuol dire ricostruire le case? Dopo potrebbero essere nuovamente distrutte… La cosa più importante è la cultura, la mentalità: questa gente deve uscire da questa cultura di violenza… Sempre guerra, sempre violenza, sempre vendetta: bisogna educare la gente a vivere insieme, con la pace, con il rispetto, con la collaborazione e la buona intesa”.

E sostegno al cosiddetto Piano Marshall per i cristiani nella Piana di Ninive è stato espresso poi dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, che, intervenuto alla Conferenza, ha definito l’iniziativa ''un altro segno di capacità operativa e organizzativa che esprime la solidarietà della Chiesa universale''. Il porporato ha sottolineato quindi che ''il progetto mira a ridare ai cristiani quell'ambiente di normalità di vita necessario per superare la paura e la disperazione e per poter guardare con speranza al futuro”. “Vi è poi l'onere - ha proseguito - ancora più impegnativo di ricostruire la società irachena e di ricucire la sua coesistenza armoniosa e pacifica''.

Il presidente internazionale di Acs, il cardinale Mauro Piacenza, ha invece sottolineato perché è indispensabile sostenere una delle più antiche comunità cristiane del mondo, esempio e testimonianza per tutti i fedeli:

“E’ importantissimo a livello cristiano e a livello religioso nel mondo perché è una presenza che risale ai tempi apostolici e quindi c’è un filo di continuità che non è soltanto romantico ma è una continuità che incide proprio anche nella formazione della persona e nella formazione della mente cristiana. E poi è molto importante per un fatto di civiltà perché non possono scomparire all’improvviso come neve al sole delle comunità che hanno segnato nella storia linee determinanti”.

La conferenza sul “ritorno alle radici” è stata presenziata anche dal mons. Martin Ortega, nunzio apostolico in Iraq e Giordania, che ha risposto alle domande sul referendum per l’indipendenza del Kurdistan che rischia di  minare i fragili equilibri dell’Iraq:

“Auspico che non ci sia un aumento molto grande della tensione perché un altro conflitto sarebbe veramente un dramma per tutti. In queste situazioni, se c’è un conflitto, tutti perdono. Allora spero che, in questo contesto difficile, prevalga comunque il desiderio di negoziare e di parlare. E in quest’aspetto, i cristiani, pur essendo numericamente una minoranza, sono pur sempre contenti di offrire come sempre il loro contributo per la pace e la stabilità del Paese”.

Mons. Martin Ortega ha infine evidenziato il ruolo che possono giocare i cristiani nel processo di riconciliazione, avendo essi sempre rappresentato un ponte tra le diverse comunità musulmane:

“La Chiesa, con i mezzi limitati che ha, sta dando un contributo di aiuto straordinario. Qui parliamo del processo per aiutare i cristiani a ritornare, ma devo dire che la Chiesa aiuta tutti: soprattutto tramite la Caritas sta aiutando anche i musulmani, gli assiri e tutti i gruppi, perché sono persone. La grande condizione è la riconciliazione: la ricostruzione con i soldi si può fare. Per la riconciliazione ci vuole anche un grande sforzo a livello morale di educazione, e in questo aspetto i cristiani possono mettere in gioco tutta la loro profondità spirituale per rendere possibile la riconciliazione e anche per essere un esempio”. 

(Da Radio Vaticana)