Papa: il lavoro sia per tutti, sostenere giovani disoccupati

2016-01-16 Radio Vaticana

Il lavoro è una delle vocazioni più antiche dell’uomo, ma oggi la dignità che assicura il lavoro è messa spesso in pericolo da disoccupazione e illegalità. Per questo bisogna formare a “un nuovo umanesimo del lavoro” che dia speranza soprattutto ai più giovani. Papa Francesco ha affidato questo suo auspicio alle migliaia di membri del Movimento Cristiano dei Lavoratori, ricevuti in udienza in Aula Paolo VI. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Onesto, condiviso, per tutti. È il lavoro come dovrebbe essere, secondo Papa Francesco. E che in tanti casi non è, laddove serpeggia la “piovra” della corruzione e dell’illegalità. E che invece lo è quando la “vocazione al lavoro” viene intesa secondo il progetto di Dio già espresso nella Genesi: l’uomo creato perché “coltivasse e custodisse la casa comune”.

Nuovo “umanesimo” del lavoro
Francesco parla in un’Aula Paolo VI gremita da capo a piedi. Settemila appartenenti al Movimento Cristiano dei Lavoratori, con le loro famiglie, gli fanno festa, alcuni fra loro hanno raccontato testimonianze concrete di ciò che significa lavorare restando coerenti alla propria fede. Restare fedeli alla vocazione al lavoro, afferma il Papa, ha bisogno anzitutto di “educazione”. “Occorre formare – dice – a un nuovo ‘umanesimo del lavoro’, dove l’uomo e non il profitto, sia al centro; dove l’economia serva l’uomo e non si serva dell’uomo”:

“Perché viviamo in un tempo di sfruttamento dei lavoratori, dove si sfruttano i lavoratori; in un tempo, dove il lavoro non è proprio al servizio della dignità della persona, ma è il lavoro schiavo”. 

“Compravendite morali”
E gli applausi continuano poco dopo quando Francesco sprona apercorrere la strada, luminosa e impegnativa, dell’onestà, fuggendo le scorciatoie dei favoritismi e delle raccomandazioni”:

“Ci sono sempre queste tentazioni, piccole o grandi, ma si tratta sempre di ‘compravendite morali’, indegne dell’uomo: vanno respinte, abituando il cuore a rimanere libero. Altrimenti, ingenerano una mentalità falsa e nociva, che va combattuta: quella dell’illegalità, che porta alla corruzione della persona e della società. L’illegalità è come una piovra che non si vede: sta nascosta, sommersa, ma con i suoi tentacoli afferra e avvelena, inquinando e facendo tanto male”.

“Progettare” per gli altri
La seconda parola che Francesco mette in risalto è “condivisione”. Il lavoro che occupa “tante ore nella giornata” dovrebbe – indica – “unire le persone, non allontanarle, rendendole chiuse e distanti”. Dovrebbe consentire di “interessarci di chi ci sta accanto”, come quei “progetti di Servizio Civile” attuati dal Movimento Cristiano dei Lavoratori:

“È importante che gli altri non siano solo destinatari di qualche attenzione, ma di veri e propri progetti. Tutti fanno progetti per sé stessi, ma progettare per gli altri permette di fare un passo avanti: pone l’intelligenza a servizio dell’amore, rendendo la persona più integra e la vita più felice, perché capace di donare”.

Lavoro per tutti
Terzo suggerimento, la testimonianza. Il Papa ricorda la frase di San Paolo: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi”. Anche così si testimonia la fede, col lavoro quotidiano, “vincendo la pigrizia e l’indolenza”, in particolare in una fase storica in cui, riconosce Francesco, “ci sono persone che vorrebbero lavorare, ma non ci riescono, e faticano persino a mangiare”. È “il dramma dei nuovi esclusi del nostro tempo”, “privati della loro dignità”, che in alcuni Paesi europei, ricorda il Papa, sono il 40, 50% della popolazione, e in tanti, spesso giovani, finiscono risucchiati nel vortice della dipendenze, delle malattie psicologiche, dei suicidi:

“La giustizia umana chiede l’accesso al lavoro per tutti. Anche la misericordia divina ci interpella: di fronte alle persone in difficoltà e a situazioni faticose – penso anche ai giovani per i quali sposarsi o avere figli è un problema, perché non hanno un impiego sufficientemente stabile o la casa – non serve fare prediche; occorre invece trasmettere speranza, confortare con la presenza, sostenere con l’aiuto concreto”.

Il lavoro è una vocazione, perché nasce da una chiamata di Dio. Ma come si fa a vivere, ogni giorno, il lavoro come una vocazione? Roberta Barbi lo ha chiesto ai partecipanti all’incontro in Aula Paolo VI tra Papa Francesco e il Movimento Cristiano Lavoratori:

R. – Come si può vivere il lavoro come vocazione? Bisogna cercare di far collimare le nostre regole di base, che sono quelle della convivenza e della tolleranza – come dice giustamente il Papa – con il nostro dovere di lavorare. È un sostentamento, infatti, per cui è quasi un dovere.

R. – Andare al lavoro significa avere la passione per quel lavoro, farlo col sorriso sulle labbra ogni giorno e cercare di dare agli altri la tua esperienza.

R. – È una vocazione. Se si decide di fare un lavoro, specialmente quando riguarda la salute, bisogna farlo con coscienza.

R. – Io sono disoccupata e sento molto la mancanza del mio lavoro, proprio tantissimo.

R. – Il lavoro è tutto: sopra c’è Dio e poi sotto c’è il lavoro, perché senza lavoro non si mangia.

D. – Il lavoro ti fa incontrare l’altro. Quanto è importante questo nell’Anno della Misericordia?

R. – L’obiettivo principale è quello di stare insieme al prossimo, aiutare il prossimo tuo - come è scritto nel Vangelo - e dare testimonianza, appunto, che insieme si può fare molto di più e ci si può aiutare, volendosi bene.

R. – È fondamentale, non è importante, perché comunque ti porta non solo a un discorso empatico verso il prossimo, ma soprattutto alla conoscenza del prossimo.

R. – Molto, perché conosci le varie persone, conosci le abitudini delle persone con cui convivi otto ore al giorno e praticamente è la tua casa. È più quella “la casa” – al lavoro – che non la tua casa.

R. – Dobbiamo tutti quanti entrare in una dimensione in cui il lavoro è di tutti, non è solo il nostro. Il nostro è un piccolo pezzo, che poi deve servire a far crescere gli altri: i ragazzi, i giovani, le persone che ci stanno accanto.

D. – Il Papa ha parlato spesso dei disoccupati, dei precari, delle persone che hanno perso il lavoro, come degli esclusi del nostro tempo. Quanto è importante per queste persone la vicinanza del Papa?

R. – Loro sentono il Papa come fondamentalmente un grande padre, un grande nonno, una persona saggia.

R. – È importante perché queste persone si sentono abbandonate dallo Stato. Quantomeno la vicinanza del Papa, che ha un carisma non indifferente e dice parole che toccano il cuore e colgono il problema alla radice, secondo me, è fondamentale.

R. – Penso che sia molto più importante per chi sta male, piuttosto che per chi sta bene. Chi sta male è più vicino alla sofferenza. Ecco perché il Papa ha un occhio di riguardo per loro, è ovvio.

R. – Secondo me, Papa Francesco, forse, è l’unico che ha toccato fino in fondo questo tema.

(Da Radio Vaticana)