• Francesco in Armenia: Visita al Tzitzernakaberd Memorial Complex

Papa Francesco dialoga a distanza con i messicani in vista del prossimo viaggio - Come si impasta la pace

2016-02-03 L’Osservatore Romano

In preparazione all’ormai prossima visita in Messico, l’agenzia di stampa Notimex ha raccolto e presentato al Papa una serie di domande rivolte da fedeli del grande paese latinoamericano. Francesco, lo scorso 22 gennaio nella casa Santa Marta, ha registrato le risposte. Pubblichiamo, in una nostra traduzione, il dialogo a distanza, riassumendo le domande e riportando integralmente le parole del Pontefice.

L’intervista si apre con una serie di messaggi di benvenuto di un primo gruppo di messicani che ringraziano il Papa per la decisione di visitare il loro paese ed esprimono la speranza che questo incontro porti a tutto il loro popolo pace e consolazione e possa rafforzare in tutti la fede. Dopo avere anticipato a Francesco un canto con il quale lo accoglieranno, due di loro, gli pongono le prime domande. Aarón Fonseca chiede: «Quale sarà il suo sentimento quando si troverà nel nostro paese e, conoscendo la nostra situazione attuale, quale messaggio vorrà dare?». E Jorge Armando: «Perché viene in Messico? Che cosa ci porterà?».

Sì, qualcosa porterò in Messico, sicuro, ma vorrei dirti che a spingermi di più è cosa vengo a cercarvi. Non vengo in Messico come uno dei magi, carico di cose da portare, messaggi, idee, soluzioni a problemi, e cose simili. Vengo in Messico come un pellegrino, vengo a cercare nel popolo messicano che mi dia qualcosa. Non passerò con il cestino delle offerte, non vi preoccupate, ma vengo a cercare la ricchezza di fede che avete, vengo per farmi contagiare da questa ricchezza di fede. Ho voglia di venire in Messico per vivere questa fede con voi. Vengo cioè con il cuore aperto perché si riempia di tutto ciò che potrete darmi. Voi avete una personalità, un modo di essere che è frutto di un cammino molto lungo, di una storia che si è forgiata lentamente, con dolori, successi, fallimenti e ricerche, ma c’è come un filo conduttore. Avete grande ricchezza nel cuore e soprattutto non siete un popolo orfano perché vi gloriate di avere una Madre, e quando un uomo, una donna o un popolo non si dimentica della propria Madre, questo gli dà una ricchezza che non può descrivere, la riceve, la trasmette. Ebbene, vengo a cercare un po’ tutto questo in voi. Un popolo che non dimentica la propria Madre, quella Madre meticcia, quella Madre che lo ha forgiato nella speranza. Conoscete la battuta di quel messicano che diceva «sono ateo ma sono guadalupano». Aveva senso, detta da un popolo che non vuole essere orfano. Forse è questa la grande ricchezza che vengo a cercare. Vengo come pellegrino tra voi e grazie di accogliermi!

Tutti, a questo punto, sollecitati dalle stesse parole del Papa manifestano la loro grande devozione alla Vergine di Guadalupe («la nostra Morenita del Tepeyac significa molto per noi messicani» dice María de Jesús Ángel Ávila di Veracruz) e chiedono al Pontefice che cosa rappresenti per il Papa la Vergine di Guadalupe.

Sono stato due volte in Messico. Una volta nel 1970, per una riunione di gesuiti. La seconda volta quando Papa san Giovanni Paolo II ha firmato e consegnato l’esortazione post-sinodale Ecclesia in America, non ricordo bene che anno fosse, forse il 1998. Entrambe le volte sono andato a visitarla, la Signora, la Madre, la Madre di Dio che dà la vita. La prima volta nella vecchia Villa [basilica]. La seconda volta nell’attuale basilica, nel tempio attuale. Cosa suscita in me? Sicurezza, tenerezza. Tutte volte che ho paura per qualche problema o perché è successo qualcosa di brutto, e non so come reagire, e la prego, mi piace ripetere a me stesso «non avere paura, non ci sono forse qui io che sono tua Madre?». Sono parole sue, «non avere paura». È quello che mi dice più spesso. Un’altra invocazione della Vergine magari m’ispira un’altra cosa, ma ogni volta che mi metto davanti alla sua immagine e la guardo, lì, con quegli occhi, compiendo quella sintesi culturale del Nuovo Mondo che sta nascendo, in attesa del Bambino, mi dico «perché hai paura, non ci sono forse qui io che sono tua Madre?». Non mi aspetto tanto il miracolo dei fiori. Sento che è Madre, che si prende cura, che protegge, che porta avanti un popolo, che porta avanti una famiglia, che dà calore domestico, che accarezza con tenerezza e che ti toglie la paura: «Non aver paura, Juancito». È questo che sento davanti alla sua immagine. Una delle due volte che vi sono stato, volevano spiegarmi l’immagine, ma ho preferito di no, ho preferito rimanere in silenzio a guardarla. Dice molto, è un’immagine che parla, l’immagine di una Madre che protegge, che si prende cura, che sta in mezzo al suo popolo, con il volto del suo popolo. È questo che sento dinanzi a lei. Quando sono venuto a Roma nel 2013, a Buenos Aires stavano iniziando a costruire la parrocchia San Juan Diego, e lì l’ho nominata patrona dei fiorai. San Juan Diego mi dice molto nel suo rapporto con la Vergine. Era un uomo buono, ma dovette fare del tutto per convincere il vescovo e provare l’umiliazione di non essere creduto: «Non aver paura, non ci sono forse qui io che sono tua Madre?». E lui ha avuto fiducia. Il miracolo dei fiori è possibile perché la Madre è il grande fiore del Messico. Quello che vi chiederei — ma come favore — è che stavolta, che sarà la terza in terra messicana, mi lasciate un momento solo davanti all’immagine. È questo il favore che vi chiedo. Me lo farete?

La conversazione si sposta sui temi sociali. Juan, di Città del Messico, dice: «Quando arriverà, veda personalmente quanto soffrono i migranti nel loro viaggio per raggiungere il sogno americano», e Gabriela, di San Luis Potosí, aggiunge: «Sono molto felice che venga qui, speriamo porti un po’ di pace, visto quel che stiamo vivendo ora che, con la delinquenza e tutto il resto, uno ha paura di uscire in strada». Un gruppo di donne di Querétaro interviene: «Speriamo che il Papa ci possa far aprire gli occhi per dire no alla violenza, no alla violenza contro le donne, contro i bambini, no alla violenza». Hermenegilda e Óscar, di Città del Messico, chiedono quindi a Francesco come pensa di poterli aiutare «ad affrontare la violenza».

Violenza, corruzione, guerra, bambini che non possono andare a scuola perché i loro paesi sono in guerra, traffici, fabbricanti di armi che vendono armi perché le guerre nel mondo possano continuare: è più o meno questo il clima in cui oggi viviamo nel mondo, e voi state vivendo il vostro pezzettino, il vostro pezzettino di “guerra”, tra virgolette, il vostro pezzettino di sofferenza, di violenza, di traffici organizzati. Se vengo lì è per ricevere il meglio di voi e per pregare con voi, perché i problemi di violenza, di corruzione e tutto ciò che, come sapete, sta accadendo, si risolvano, perché il Messico della violenza, il Messico della corruzione, il Messico del traffico di droga, il Messico dei cartelli, non è il Messico che vuole nostra Madre e, di certo, io non voglio nascondere nulla di tutto questo. Al contrario, voglio esortarvi alla lotta quotidiana contro la corruzione, contro i traffici, contro la guerra, contro la disunione, contro il crimine organizzato, contro la tratta delle persone. «Che ci porti un po’ di pace» ha detto uno di voi. La pace è qualcosa che bisogna costruire ogni giorno. Non solo, con un’espressione che sembra una contraddizione, per la pace bisogna lottare ogni giorno! Bisogna combattere ogni giorno per la pace, e non per la guerra. Seminare mitezza, intesa, seminare pace. San Francesco pregava: «Signore fai di me uno strumento della tua pace». Vorrei essere in Messico uno strumento di pace, ma insieme a tutti voi. È ovvio che da solo non posso, sarebbe una follia se lo dicessi, ma insieme a tutti voi posso essere strumento di pace. E come s’impasta la pace? La pace è un lavoro artigianale, un lavoro di ogni giorno che s’impasta con le mani: da come educo un bambino a come accarezzo un anziano sono tutti semi di pace. Parola e carezza. La pace nasce dalla tenerezza, la pace nasce dalla comprensione, la pace nasce o si fa nel dialogo, non nella rottura, ed è proprio questa la parola chiave, il dialogo: dialogo tra i dirigenti, dialogo con il popolo e dialogo tra tutto il popolo. Quante volte in una lite di quartiere troviamo la soluzione che ci sembra la migliore. E quella è solo una piccola guerra. Anche nel quartiere, anche nella famiglia, bisogna cercare e fare la pace, e ciò si fa con il dialogo: essere aperti a parlare con l’altro, ad ascoltare le sue ragioni e a lasciarsi correggere. «Padre, ma con un delinquente non si può fare». È vero, ma posso dialogare con chi può cambiare il cuore di quel delinquente. Abbiamo la Madre, parliamo un po’ con lei. Diciamole: «Guarda, se mi hai detto di non aver paura perché sei mia Madre, tu che sei mia Madre risolvi questo problema». Sì, io porrei questa domanda a ognuno di voi: chiedo alla Vergine di Guadalupe, la Madre del Messico, l’Imperatrice dell’America, le chiedo la pace, le chiedo di mettere pace, in quel luogo, in quell’altro e in quell’altro ancora, offro una preghiera alla Madre affinché metta pace? Non dovete aver paura di ascoltare l’altro, vediamo quali sono le sue ragioni. E, per favore, non dovete entrare in nessuna, nessuna trama solo per guadagnare soldi: questo renderebbe schiava la mia vita in una guerra interiore e mi toglierebbe la libertà, perché la pace dà liberta. E chiederò alla Vergine, insieme a voi, di darvi la pace, che la Guadalupana vi doni la pace del cuore, della famiglia, della città e di tutto il paese.

Un altro gruppo di fedeli si confronta sul significato che ha per i messicani la visita del Papa e si chiede cosa si aspetti Francesco da loro. Rubén de la Cruz Martínez (Guanajuato) auspica: «Spero ci faccia uscire dal nostro letargo nel vivere la fede, perché non sia solo una fede vissuta in chiesa ma una fede vissuta nelle strade, al lavoro, in ufficio, nella politica, nei media, perché dobbiamo essere seminatori dei valori evangelici». José Ranulfo Lobato (Guanajuato) si augura che il Pontefice possa favorire una rinascita religiosa, mentre Jorge Armando come le visite papali in Messico siano avvenuti in tempi di crisi per il paese.

Dicono che la saggezza parli dal cuore degli anziani buoni. E tra i desideri espressi José Ranulfo ha indicato quello di un rinnovamento spirituale che la mia visita potrebbe suscitare... E Rubén prima aveva detto che non dobbiamo essere cristiani solo “dentro la chiesa”, ma cattolici in chiesa e fuori dalla chiesa. Che la fede affiori. Quei due interventi mi hanno colpito molto: che questo ci aiuti a essere cattolici veri, a esprimere e a vivere la nostra fede dentro e fuori dalla chiesa. È questo che vi aspettate. E io vengo per servire, per essere un servitore della vostra fede, perché è per questo che mi sono fatto prete, per servire, perché ho sentito questa vocazione, per servire la vostra fede, per servire la fede del popolo. Ma questa fede deve crescere e uscire fuori, entrare nella vita di tutti i giorni, una fede pubblica. La fede diviene forte quando è pubblica, soprattutto — come è stato detto nell’ultimo intervento — nei momenti di crisi: «I Papi sono sempre venuti quando c’era una crisi». Deve essere così, non l’ho studiato, ma se tu lo dici dev’essere così. Che nel mondo ci sia una crisi di fede è vero. Ma è anche vero che vi sono una grande benedizione, e un desiderio, da voi espresso, che la fede esca fuori, che la fede sia missionaria, che la fede non venga inscatolata come in un barattolo di conserva. La nostra fede non è una fede da museo e la Chiesa non è un museo. La nostra fede è una fede che nasce dal contatto, dal dialogo con Gesù Cristo, nostro salvatore, con il Signore. Ebbene, questa fede deve uscire nelle strade, deve entrare nei luoghi di lavoro, deve realizzarsi nell’intesa con gli altri, questa fede deve esprimersi nel dialogo, nella comprensione, nel perdono, nell’arte quotidiana di combattere per la pace. Sì, una fede nelle strade: se la fede non esce in strada non serve, e che la fede esca nelle strade non significa solo fare una processione. Che la fede esca in strada significa che io nel mio posto di lavoro, nella mia famiglia, nelle cose che faccio, all’università, a scuola, mi dimostro cristiano. Nella vostra storia ci sono dei martiri che hanno dato la vita per seguire questo cammino. La fede deve andare per le strade, come Gesù. Vi domando: «In quale luogo Gesù ha passato più tempo della sua vita?». In strada! Predicando il Vangelo, dando testimonianza. Io vi dico: nella vita pubblica, nella vita familiare, in chiesa a pregare, ma poi bisogna uscire. La nostra fede ci deve spingere a uscire e non a rimanere rinchiusi con il nostro Gesù, senza permettergli di uscire, perché Gesù esce con noi, se non usciamo lui non esce. La fede va rinnovata. Rinnovare la fede vuol dire renderla una fede “che esce”, renderla “di strada”, far sì che non abbia paura dei conflitti, ma che cerchi di risolvere i contrasti familiari, scolastici, sociali, economici. La fede deve essere la mia ispirazione a impegnarmi con il mio popolo, e questo ha i suoi rischi, ha i suoi pericoli. Vorrei terminare rubando alla Madre le sue parole, perché attraverso di me vi dica: «Non abbiate paura di uscire, non aver paura, figlio mio, figlia mia, non ci sono forse qui io che sono tua Madre?».