Nuova versione cinematografica del capolavoro di Agatha Christie - Assassinio sull’Orient Express

2017-12-04 L’Osservatore Romano

Torna sullo schermo, per mano di Kenneth Branagh, uno dei migliori romanzi di Agatha Christie, Assassinio sull’Orient Express, a più di quarant’anni dalla fortunata versione diretta da Sidney Lumet (1974), con lo stesso Branagh nella parte che fu di Albert Finney, quella del geniale investigatore belga Hercule Poirot.

Sul famoso treno che va da Parigi a Istanbul viene commesso un omicidio. La vittima è Samuel Ratchett (Johnny Depp), uomo d’affari dal passato a dir poco equivoco. Poirot, a sua volta passeggero del treno, si ritroverà a indagare sul caso durante una lunga sosta causata dalla neve, concentrando presto i suoi sospetti su una dozzina di persone che hanno in comune la frequentazione della famiglia Armstrong, al centro, anni prima, di un caso di rapimento dall’esito tragico per il quale Ratchett era stato incriminato e poi prosciolto.

Branagh dirige un film che per certi versi è l’esatto opposto del suo predecessore. Laddove quello era statico e un po’ inamidato, questo è dinamico e spettacolare. Di contro, se quello era geometrico come un teorema, questo è confusionario e approssimativo. Ma soprattutto, nel voler essere più realistico dell’altro, perde di vista lo spirito dell’opera. Proprio l’astrattezza dei caratteri e dell’assunto narrativo fanno di questa come di tutte le storie di Christie un discorso universale sul bene e sul male e soprattutto sulla fisiologica fallacità della giustizia umana. Tema principe della scrittrice assieme a quello della possibilità di attenuare le imperfezioni del mondo facendo di qualsiasi ambiente l’aula di un tribunale morale. L’idea di Branagh di recuperare in extremis questo piano metaforico disponendo nell’epilogo i sospettati come gli apostoli nel Cenacolo di Leonardo, è un tentativo maldestro che la dice lunga su come il regista e lo sceneggiatore Michael Green — autore di recente del convincente script di Blade runner 2049 — si siano un po’ persi in una terra di nessuno fra la credibilità umana dei personaggi e la loro indispensabile valenza simbolica. Branagh rimane un ottimo regista e un attore sopraffino, ma quando esce dai congeniali confini shakespeariani si ritrova spesso con un eccesso di energia che non sa bene come convogliare, e che si traduce in accenti gratuiti e compiaciuti tanto nell’interpretazione quanto, soprattutto, nei troppi movimenti di cinepresa. Il che giova all’intrattenimento, ma non alla struttura drammaturgica. Un senso di malinconia e di poesia sulla commedia umana che ogni tanto affiora, salva in ogni caso il film. E ci permette di sperare in un ritorno migliore — nonché già paventato, qui, nelle ultime battute — del simpatico personaggio con i baffi all’insù.

È famoso il giudizio che Alfred Hitchcock riservava al cosiddetto whodunit, ovvero al mystery incentrato sullo svelamento dell’identità di un assassino, chiamato giallo in Italia dal colore delle copertine della collana Mondadori dedicata al genere. Il regista britannico, che di suspense ne sapeva sicuramente qualcosa, riteneva che non ci fosse nulla di più noioso di questo tipo di storie. Un giudizio severo ma a cui almeno la storia del cinema sembra dare ragione. Sono infatti davvero pochi i gialli cinematografici degni di nota. Anzi, il loro numero è significativamente esiguo anche in senso assoluto, se si escludono sporadiche folate, come la florida stagione del giallo-thriller italiano anni Settanta, in cui il mistero e l’indagine erano il più delle volte solo pretesti per un esercizio di regia e di atmosfera dai risultati peraltro spesso notevoli.

La perdita di qualità nel passaggio dalla pagina allo schermo, si deve probabilmente a una questione di ritmi. Se è vero che gran parte del fascino di queste storie risiede nel gioco intellettuale del sostituirsi all’investigatore nel raccogliere indizi e ragionare sul possibile colpevole, allora due ore scarse di spettacolo non sono sufficienti a far sedimentare e quindi rendere divertente questo tipo di processo mentale. Inoltre la durata più contratta mette spesso in risalto ciò che i bravi scrittori del genere sono capaci a nascondere, ovvero l’inevitabile meccanicità dello sviluppo narrativo basato sulla detection.

Malgrado ciò, Christie è a tutt’oggi una degli autori più trasposti sullo schermo, e l’interesse del cinema per i suoi romanzi e le sue opere teatrali non sembra affievolirsi, come dimostra anche il recentissimo Mistero a Crooked House (Gilles Paquet-Brenner), racconto dal finale bizzarro e inquietante a cui una regia elegante ma a tratti priva di ritmo non rende completamente giustizia. A fronte di una trentina di adattamenti, la qualità media della filmografia è piuttosto bassa, ma le perle non mancano. Meglio ancora del sopracitato film di Lumet, sono Dieci piccoli indiani (René Clair, 1945) e Testimone d’accusa (Billy Wilder, 1957). Nel primo la mano lieve di Clair riesce a rendere la perfezione dell’ingegneria narrativa. Nel secondo Wilder si trova del tutto a suo agio con il tema a lui caro della prostituzione morale. Ma parodie-omaggi del primo sono anche Invito a cena con delitto (Robert Moore, 1976) e il troppo presto dimenticato Signori, il delitto è servito (Jonathan Lynn, 1985), da un soggetto di John Landis, che nel riprendere i personaggi del gioco di società Cluedo sottolinea la dimensione sostanzialmente ludica, ma non per questo meno raffinata, del poliziesco della tradizione letteraria britannica. Mentre l’idea di tre finali alternativi, tutti ugualmente plausibili, fa ironicamente vacillare la monolitica solidità degli assiomi alla Poirot. Più che dignitosi, sono poi Assassinio sul Nilo (John Guillermin, 1978), con Peter Ustinov nei panni dell’investigatore, e il primo dei quattro film dedicati a Miss Marple, Assassinio sul treno (George Pollock, 1961).

di Emilio Ranzato