Non si ferma alla fede che aveva appreso

2017-03-18 L’Osservatore Romano

Pubblichiamo stralci del volume «Giuseppe siamo noi» a cura di Johnny Dotti e Mario Aldegani (Milano, San Paolo, 2017, pagine 144, euro 12).


Giuseppe ci appare una figura quasi anonima, perché noi oggi abbiamo il mito dell’individuo, quindi uno non esiste se non c’è il suo illusorio story telling, il racconto di se stesso.
Il racconto evangelico di sé di Youssef, invece, sta tutto dentro la sua relazione d’amore, di custodia e di responsabilità verso Maria e Gesù e nel compimento della missione che ha accolto, un progetto del tutto oltre i suoi desideri. 

Elia Dotti, «Il noi fa fiorire la vita» (2016)

Le sue azioni non sono progettazioni della sua vita, né espansioni del suo «sé», sono tutte azioni con e per gli altri, pura risposta a una vocazione. È impressionante in questo senso leggere in successione nel Vangelo i «verbi» di Youssef, tutti riflessi sugli altri o su Dio: sposò, fece ciò che è giusto, si svegliò, prese con sé, mise il nome a Gesù, si alzò, si rifugiò, ritornò, andò...
Le azioni di Giuseppe non sono legate al dover essere, ma alla purezza, alla nobiltà dell’essere; che è esattamente essere fedeli all’esistenza e alla vita che scorre nell’esistenza, eccede i nostri pensieri, ci destabilizza, ci chiede costantemente di uscire da noi e non ci separa dal resto e dall’altro. La vita ci provoca e per questo chiede una risposta.
Ognuno di noi fa l’esperienza nella vita di essere contemporaneamente unico e fragile, ma questa unicità non si compie nell’affermazione della propria individualità, separandoci dagli altri, e questa fragilità non si ripara con le cose o con il merito, ma solo incontrando gli altri.
Perché vivere è diventare viventi nell’incontro; si è vivi non per le cose che si fanno, ma perché si è dentro la vita, accolta, amata, contemplata. L’imbroglio della modernità è aver messo questa sete di essere e di vita nella sete del nostro io, ma questa sete si placa facendo incontrare la nostra vita, non il nostro io, con la vita.
Solo Cristo, e nessuno di noi, può dire: «Io sono la via, la verità e la vita» ( Giovanni 14, 6). Noi solo possiamo dire che siamo dentro la vita, insieme alla vita, insieme agli altri. La vita che ci sembra anonima è la vera salvezza della vita. In questo senso la vita di Youssef è una vita piena, compiuta: la pienezza del suo essere è tutta identificata con l’essere il «tu» di chi ama. La maggior parte delle cose che sappiamo di Youssef succedono nella notte e nel buio. Forse questo riguarda la vita di tutti. Non bisogna avere paura della notte.
Non potrai sapere nulla della luce se non hai attraversato la notte, se non l’hai fatta diventare tua, se non l’hai accolta come luogo della tua verità e anche momento di rivelazione, alimento del tuo cammino.
È la notte che spinge ad accendere un fuoco, ed è intorno a quel fuoco che si raccoglie la vita, si riscaldano i cuori, si illuminano i sentieri. La notte in fondo è anche il tempo dell’intimità, della confidenza, del lasciarci andare, nel riposo della vita. Siamo una società malata di paura, di ansia e di angoscia. Il punto è non aver paura, neppure della nostra paura. E tu non hai paura della paura se ti puoi affidare a qualcuno e a qualcosa.
E infine è solo la notte che fa alzare la testa per guardare le stelle: forse solo nella notte può esserci un contenuto di verità che neppure la luce piena, abbagliandoci, ci fa vedere.
Questo è un modo un po’ più complesso di interpretare la vita, che ne accoglie i paradossi e le contraddizioni: non tutto il bello sta nella luce, non tutto il brutto sta nella notte; non tutta la forza sta nella ragione, ci sono anche le «ragioni del cuore».
Questo è il compito che Youssef, forse a sua insaputa, si è trovato a vivere. Youssef non rinnega la sua tradizione ebraica, ma la trasforma radicalmente accogliendo nella sua vita Gesù Cristo. Egli non si ferma alla fede che aveva appreso, praticato e onorato. Non si ferma a ciò che aveva imparato dalle Scritture fino a quel momento. Neppure si ferma alla quantità di amore che aveva vissuto sino a quel momento. Né alla giustizia come compimento della Legge. Youssef va oltre tutto questo e così apre una nuova storia di popolo. Il lungo viaggio di Youssef finisce a Nazaret, nella quotidianità dove è cominciato. Ma, dopo il viaggio e attraverso il viaggio, Nazaret è un’altra cosa.