Nel centenario della nascita di Óscar Romero e a quarant’anni dall’assassinio di padre Rutilio Grande- L’eredità dei martiri del Salvador

2017-08-11 L’Osservatore Romano

Il beato Óscar Arnulfo Romero non soltanto aprì il martirologio dell’anno 1980, ma fu anche il primo vescovo a essere assassinato a El Salvador. Arrivò così la fine della pace apparente che regnava nel paese, inaugurando una sanguinosa guerra civile, interrotta unicamente dalle suppliche incessanti che egli rivolgeva alle parti contrarie. Così ricorda José Luis Escobar Alas, arcivescovo di San Salvador, nella sua seconda lettera pastorale Anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio in occasione del quarantesimo anniversario della morte da martire di padre Rutilio Grande e del centenario della nascita di monsignor Romero. 

Sono passati ormai venticinque anni dalla fine della guerra civile a El Salvador, eppure la violenza continua a essere uno dei grandi mali del paese. Ma, come dice l’arcivescovo in questa lettera, la consolazione più grande che Dio ha potuto donare alla sua chiesa di El Salvador è la chiesa martiriale: si deve esultare di gioia nel sapere che in questo paese ci furono martiri, non perché fossero masochisti, ma perché — da una prospettiva sia biblica che ecclesiologica — «il martirio è sempre pietra fondamentale della Chiesa: la fortifica, la edifica, la chiama alla conversione e la mette in cammino verso il Regno definitivo». Per questo l’esempio dei martiri della chiesa a El Salvador è un’esortazione per tutti poiché «il martirio incoraggia la Chiesa a essere fedeli a Gesù».
La persecuzione religiosa e l’odio per la fede cristiana, oggi come ieri, hanno condotto al martirio di tante persone che hanno seguito l’esempio di Gesù, portando la fede alle sue ultime conseguenze. Una persecuzione tanto atroce quanto irrazionale. Nel caso di El Salvador, i cristiani venivano assassinati con l’accusa di essere comunisti, mentre dall’altra parte del mondo era il comunismo a rendere martiri i cristiani.
Nella lettera l’arcivescovo ricorda che tra gli anni Settanta e Novanta la vita di quattro religiose, sedici sacerdoti, un seminarista, due vescovi, innumerevoli catechisti e agenti di pastorale, «furono brutalmente strappate, non senza avere prima frantumato il loro prestigio, attraverso la diffamazione e l’imputazione di crimini mai commessi».
In questo modo, Escobar Alas sostiene di volere e dovere «accettare, per giustizia, verità e carità, che nell’arcidiocesi salvadoregna abbiamo attraversato la soglia del terzo millennio senza avere pronunciato una parola di riconoscenza verso tutti coloro che furono vittime della persecuzione, della tortura, delle repressione e, nelle estreme conseguenze, di morte per martirio per essere stati seguaci di Cristo ed esperienza incarnata del Vangelo nel paese».
Il documento consta di tre parti. Nella prima si prende come punto di partenza la realtà, guardando al presente e al passato, prima di proiettarsi verso il futuro. La seconda parte affronta la tematica del martirio a partire dall’antico e nuovo testamento, passando per il magistero e la tradizione. Nella terza, infine, si rivolge a tutti un invito a prendere Cristo martire perfetto e Maria protoconfessore della fede, come modelli di vita, passione e morte. Senza dimenticare, naturalmente, padre Rutilio Grande, protomartire salvadoregno, precursore del profeta salvadoregno Óscar Arnulfo Romero.
Nella sua lettera pastorale, l’arcivescovo presenta dunque la vita e la morte di ventiquattro martiri. In primo luogo parla di padre Rutilio Grande, sacerdote gesuita, che, non appoggiando «mai ideologia alcuna», insegnò che «la convivenza fraterna e la solidarietà possono rendere presente il Regno in questo mondo», incoraggiando così coloro che erano oppressi a «prendere la storia nelle loro mani per trasformarla, umanizzarla e, naturalmente, cristianizzarla». Ma «la passione di Padre Rutilio cominciò prima del suo martirio».
«Cercando di compiere la volontà di Dio — scrive ancora l’arcivescovo di San Salvador — Rutilio Grande incontrava sul suo cammino incomprensione e rifiuto. Le sue omelie erano considerate altamente pericolose». Morì vittima «del peccato dell’idolatria verso il potere, la ricchezza e l’autocompiacimento, praticata da un ridotto gruppo dell’élite politica e imprenditoriale del paese, che non resistette nell’udire l’annuncio della Buona Novella che inaugurava l’arrivo del Regno, sin da oggi; e la distruzione dell’anti-regno pieno di ingiustizia, menzogna e odio».
Presentando le vite dei martiri, l’arcivescovo ricorda che «non servivano nessuna ideologia, perché sapevano che tanto il capitalismo come il comunismo attentavano alla dignità della persona umana», con un atteggiamento — sottolinea l’arcivescovo Escobar Alas — in perfetto accordo con gli orientamenti del Vangelo.
Il documento ci ricorda così qualcosa di fondamentale: a El Salvador la Chiesa non faceva politica, né proselitismo, non appoggiava o fomentava fondamentalismi o ideologizzazioni. Insegnava, invece, «al popolo a essere dei buoni cristiani; e, quindi, dei buoni cittadini», cercando solo di annunciare il Vngelo. Ma «aiutare i poveri era un delitto per le classi oligarchiche del paese».
La lettera approfondisce dunque la «vita di queste ventiquattro pietre attratte dal fondo del mare, il cui martirio le rende pietre fondamentali della Chiesa cattolica di El Salvador». Ad esse vanno aggiunti i «cento laici e laiche integrati nella Chiesa in qualità di agenti pastorali, catechisti, componenti delle comunità ecclesiali di base, membri di cori e altro, che furono assassinati con il pretesto di avere celebrato la Parola o di portare una Bibbia. Libro che, ironicamente, li rendeva sospetti di comunismo».
L'arcivescovo mostra chiaramente che il martirio non è un insuccesso. «È una vittoria, è un dono e la più grande consolazione che Dio abbia donato nei quasi trent’anni dalla persecuzione contro la Chiesa di San Salvador”. Tortura, esilio, diffamazione, imputazione di falsi delitti o ideologie, abbandono, incomprensione, sono soltanto una parte del dolore sopportato. Ma prima di questo, è importante esaltare il loro «atteggiamento umile e il perdono concesso ai propri persecutori».
Certamente c’è molto ancora da fare, ma «oggi abbiamo una fiorente Chiesa martiriale che ci incoraggia — e obbliga — a riprendere il lavoro rinnovando il nostro impegno battesimale non soltanto con le parole, ma anche con le opere».
«Furono martiri — prosegue l’arcivescovo Escobar Alas — perché, unti dallo Spirito Santo, annunciarono la Buona Novella ai poveri».
Le feste e le celebrazioni in loro memoria però non sono sufficienti, se ignoriamo e non imitiamo la loro Se i martiri lottarono ai loro tempi contro gli idoli del potere, della ricchezza e delle passioni disordinate, che provocavano la miseria e la morte alla grande maggioranza delle persone, «adesso noi dobbiamo continuare la lotta». Il battesimo e l’Eucarestia devono «fare di noi dei cristiani e delle cristiane impegnati nella salvezza della storia. Non la salveremo se lasciamo da parte la missione alla quale siamo stati chiamati».

La testimonianza di vita e morte martiriale di queste ventiquattro «pietre» e delle centinaia di laici i cui martiri si devono ancora esaminare con attenzione, ricordano a noi tutti, con la loro vita, passione e morte, che «imitare Gesù e Maria è possibile».

di Rocio Lancho Garcia