Nei versi di Agostino Venanzio Reali - L'irrequietezza di un'anima

2017-03-16 L’Osservatore Romano

L’appartata voce artistica di Agostino Venanzio Reali (Montetiffi, Sogliano al Rubicone 1931 – Bologna 1994), biblista, teologo, poeta, pittore e scultore sta emergendo, in questi ultimi anni, come una delle più creative e intense della poesia e dell’arte figurativa della seconda metà del Novecento. Lo testimonia il recente e corposo volume intitolato Nei viali dell’anima (Roma, Aracne editrice, 2016, pagine 464, euro 24), contenente gli atti del convegno per il ventesimo anniversario della morte del cappuccino e degli incontri promossi dal 2011 al 2015 da (o in collaborazione con) l’Associazione culturale “Agostino Venanzio Reali”.

Particolare di un’illustrazione  di Nicoletta Bertelle per il «Cantico dei Cantici»  (2010)

Sacerdote francescano, appartenente all’Ordine dei frati Cappuccini, Reali conseguì a Roma la licenza in teologia presso l’università Gregoriana e quella in scienze bibliche presso il Pontificio Istituto Biblico: fu in questo “periodo romano” che frequentò diverse personalità del mondo letterario e artistico come Cardarelli, Govoni, Ungaretti, Pasolini, Betocchi, Guttuso, Giorgio Caproni.

Dal punto di vista stilistico, Reali si muove sul piano della realtà e non del concetto, facendo parlare le cose, il mondo, la bruciante esperienza di questo, dando così vita a una poesia della concretezza, che rappresenta con uno stile chiaro, limpido, apparentemente “minimalista” i grandi fatti del vivere e morire. Non è un caso che sua opera prima di poesia sia stata la trasposizione poetica dall’ebraico del Cantico dei Cantici: «una traduzione infedele alla lettera, ma di straordinaria sapienza ermeneutica per l’assoluta fedeltà alla poesia della pericope biblica, per suoni, ritmi, immagini» commenta Anna Maria Tamburini, una delle più importanti studiose dell’opera del frate cappuccino.

I versi di Agostino Venanzio Reali rimangono tenacemente in presa sulle domande fondamentali dell’esistenza, in presa su ciò che Aristotele definiva essere “le questioni ultime”: si tratta di una poesia che si interroga per rispondere, che dubita per riaffermare. Seppure appartenga a un frate, a un consacrato a Dio, a un uomo cioè che ha fatto, nella sua vita, una scelta netta e definitiva non è, inaspettatamente, una poesia risolta. I suoi versi si spingono incessantemente verso la soglia della preghiera, esprimendo l’irrequietezza di un anima in cerca di pacificazione, in un’alternanza continua tra resistenza e abbandono a Dio, tra incredulità e fede. In virtù di ciò, possono essere considerati delle epopee fallimentari di resistenza all’irruzione del divino, dei tentativi protervi, ma inefficaci di chiusura a una trascendenza che chiama. Tale versificare diventa preghiera nel momento in cui rende Dio il proprio diretto interlocutore: «La sua poesia — continua Anna Maria Tamburini ricordando uno degli ultimi scritti di Giovanni Pozzi — condivide con la parola questo fondamento ontologico, questo paradosso che caratterizza l’essenza stessa dell’uomo, il quale nasce per divisione, ma di per sé tende all’uno».

La tensione tra divisione e ritorno all’uno informa tutta la poesia di Reali, oscillante tra desolazione e pienezza, incredulità e affidamento. Se il poeta prova, infatti, a fondare razionalmente il suo abbandono in Dio, volendone, come san Tommaso, una prova tangibile, rimane a mani nude, senza risposte: l’anima, ridottasi a sinonimo di mente, ragione, razionalità, non può che arroccarsi nella fortezza di un nulla, rifugio sterile. Le conseguenze disastrose della chiusura dell’uomo nei confronti del suo Creatore totalizzano la poesia intitolata Fra gli ulivi del Subasio, che si apre con l’immagine del poeta in fuga da se stesso e da Dio: in preda allo smarrimento e alla disperazione: «M’incalzavano gli occhi divini /che tentavo eludere / nella fuga del vento». Il tema è tipico di Reali, quello della “resistenza” alla fede, della diffidenza nei confronti di una bellezza che sembra celare in sé il germe infido della sofferenza. Le dimensioni della caducità, della vanità, del nulla e del dolore si alternano in modo dialettico con il fiducioso abbandono alla promessa di eternità, in un’oscillazione emotiva atta a dar voce a una lotta interiore, a un conflitto tra fede e non fede, affidamento e scetticismo.

Eppure, nella poesia del francescano Reali, come nei versi del grande poeta inglese, Gerard Manley Hopkins, la comunicazione tra umano e divino avviene tramite la percezione sensibile della bellezza di un creato «carico della grandezza di Dio». Una betulla con passeri, come nei versi della bellissima Scendo al mare tra gli olivi, è capace di far fermare il respiro al poeta, stordito da una bellezza eccedente, immediato rinvio al Dio vivente. «Il mondo non è uno specchio che rimanda la vostra immagine, ma un alabastro che lascia intravedere l’Uomo della Sindone» aveva scritto il frate in un articolo rivolto agli artisti a lui coevi.

Quella di Reali non è una poesia dell’ego, dunque, ma del mondo: concreta, densa di dettagli realistici, con uno sguardo rivolto alla materia della vita per discernere il mistero nell’infinita trama del finito.

di Elena Buia Rutt