​Negli anniversari di don Puglisi - Martire della mafia

2017-09-14 L’Osservatore Romano

Ottant’anni fa, il 15 settembre 1937, nel quartiere Brancaccio di Palermo, nasceva Giuseppe Puglisi. Cinquantasei anni più tardi, nel 1993, proprio nel giorno del suo compleanno, padre Puglisi — sacerdote nello stesso rione che lo avevo visto nascere — veniva ucciso dalla mafia con un colpo alla nuca. Un esecuzione fredda compiuta in odio alla fede. Don Pino, infatti, come ammise uno dei suoi killer, era diventato una «spina nel fianco» del sistema malavitoso perché «predicava, predicava, prendeva i ragazzini e li toglieva dalla strada». Una «felice colpa» che nel 2013 lo ha fatto diventare beato e primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia.

Bisogna essere chiari su un punto. La mafia non è una criminalità comune, ma un’organizzazione feroce e, al tempo stesso, una forma di ateismo che si colora di tinte neopagane e di blasfeme citazioni cristiane. La mafia è inequivocabilmente fonte di morte. Morte della società, morte del territorio, morte dell’anima delle persone.

Le parole che sono state pronunciate dai Pontefici sulla mafia sono chiarissime e non hanno bisogno di dotte interpretazioni teologiche. Vanno semmai imparate a memoria. Dal grido imperioso e solenne di Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993 ad Agrigento — quando, a braccio, intimò ai mafiosi «Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!» — alle parole nettissime di Francesco che a Sibari, il 21 giugno 2014, disse non solo che la malavita «è adorazione del male e disprezzo del bene comune» ma che, soprattutto, quegli uomini che «vivono di malaffare e di violenza» non sono in comunione con Dio e quindi «sono scomunicati».

Sarebbe riduttivo, però, come ha scritto padre Bartolomeo Sorge, definire don Puglisi solo come un «prete antimafia», perché egli è stato molto di più. Innanzi tutto, un sacerdote. Un prete palermitano che si è fatto annunciatore del Vangelo con semplicità e purezza di cuore. Benché non fosse un religioso, tutti lo chiamavano “padre”. E padre è veramente stato per moltissime persone: per i seminaristi, per i parrocchiani, per i poveri, per i suoi giovani. I giovani erano il suo tesoro. Un tesoro da custodire e soprattutto da preservare dagli inganni suadenti e dalle scorciatoie promesse dai malavitosi. In una terra di miseria e disoccupazione, Puglisi intuì che era fondamentale fornire dignità ai poveri partendo dall’educazione.

Il motto di don Pino era «Sì, ma verso dove?». Con quella domanda padre Puglisi indicava una direzione certa: verso Dio e verso i poveri. Ai suoi giovani chiedeva: «Venti, sessanta, cento anni, la vita; a che serve se sbagliamo direzione?». E concludeva: «Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo amore che salva».

Puglisi è stato un prete che «abitava il territorio». Abitava le periferie, viveva le frontiere. In quelle frontiere don Pino viveva quotidianamente. Abitava la frontiera senza paura. Perché la paura porta alla morte, il coraggio porta alla vita. Padre Puglisi è stato un prete che faceva paura alla mafia perché predicava l’amore nei territori dominati dalla malavita e smascherava l’orrore, la menzogna e la blasfemia che si celava dietro al codice d’onore mafioso.

Don Pino è stato, inoltre, un martire. In un intervento a Trento nel 1991 ebbe a dire: «Se vogliamo essere discepoli di Gesù, dobbiamo diventare testimoni della risurrezione». E aggiunse: «Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza». Parole profetiche che sintetizzano alla perfezione la sua vita.

Padre Puglisi è stato infine un figlio della Chiesa che parla e che non sta in silenzio, che non si inchina davanti alle case dei mafiosi, ma che si inginocchia davanti a Gesù Cristo crocifisso, di una Chiesa che dichiara pubblicamente: con la mafia non si convive. Sì, la mafia lo ha ucciso, ma ha perso. Don Pino invece ha vinto e la sua vita è per tutti un esempio.

di Gualtiero Bassetti