​Messa a Santa Marta - Lotta con Dio

2016-01-12 L’Osservatore Romano

La forza della preghiera, vero motore della vita della Chiesa, è stata al centro dell’omelia di Papa Francesco nella messa celebrata martedì 12 gennaio a Santa Marta.

La riflessione del Pontefice ha preso spunto dalla lettura del brano del primo libro di Samuele (1, 9-20), in cui sono citati tre protagonisti: Anna, il sacerdote Eli e il Signore. La donna, ha spiegato il Papa, «con la sua famiglia, con suo marito, ogni anno, saliva al tempio per adorare Dio». Anna era una donna devota e pietosa, piena di fede, che però «portava su di sé una croce che la faceva soffrire tanto: era sterile. Lei voleva un figlio».

La descrizione della preghiera accorata di Anna mostra «come lei quasi lotta col Signore», prolungando la sua implorazione con «animo amareggiato, piangendo dirottamente». Una preghiera che si risolve in un voto: «Signore, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me; se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita». Con grande umiltà, ha spiegato Francesco, riconoscendosi «miserabile» e «schiava», ella ha fatto «il voto di offrire il figlio».

Dunque Anna, ha sottolineato il Papa, «ce l’ha messa tutta per arrivare a quello che voleva»: la sua insistenza salta agli occhi e viene notata dall’anziano sacerdote Eli, il quale «stava osservando la sua bocca». Anna, infatti, «pregava in cuor suo», muovendo soltanto le labbra senza far udire la propria voce. È un’immagine intensa quella proposta dalla Scrittura, perché riflette «il coraggio di una donna di fede che con il suo dolore, con le sue lacrime, chiede al Signore la grazia».

A tale riguardo, il Pontefice ha commentato che nella Chiesa ci sono «tante donne brave così», che «vanno a pregare come se fosse una scommessa», e ha ricordato, per esempio, la figura di santa Monica, la madre di Agostino, «che con le sue lacrime è riuscita ad avere la grazia della conversione di suo figlio».

Il Papa si è quindi soffermato ad analizzare il personaggio di Eli, non cattivo, ma «un povero uomo», rivelando tra l’altro di provare per lui «una certa simpatia», perché «anche in me — ha confidato — trovo difetti che mi fanno avvicinare a lui e capirlo bene».

Questo anziano sacerdote «era caduto nel tepore, aveva perso la devozione» e «non aveva la forza di fermare i suoi due figli», che erano sacerdoti «ma delinquenti», loro sì, davvero cattivi «che sfruttavano la gente». Eli è, insomma, «un povero uomo senza forza» e, per questo, incapace di «capire il cuore di questa donna». Così vedendo Anna muovere le labbra, angosciata, pensa: «Ma questa ha bevuto troppo!». E l’episodio custodisce un insegnamento per tutti noi: «con quanta facilità — ha detto Francesco — noi giudichiamo le persone, con quanta facilità non abbiamo il rispetto di dire: “Ma cosa avrà nel suo cuore? Non lo so, ma io non dico nulla”». E ha aggiunto: «Quando manca la pietà nel cuore, sempre si pensa male, si giudica male, forse per giustificare noi stessi».

Il fraintendimento di Eli è tale che «alla fine lui le disse: “Fino a quando rimarrai ubriaca?”». E qui emerge ancora l’umiltà di Anna, che non risponde: «Ma tu che sei vecchio, che ne sai?». Al contrario, la donna dice: «No, mio signore». E pur sapendo tutti cosa facessero i suoi figli, non rimprovera Eli rinfacciandogli: «I tuoi figli cosa fanno?». Invece gli spiega: «Io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia».

In queste parole Papa Francesco ha individuato «la preghiera col dolore e con l’angoscia» di Anna, «che affida quel dolore e angoscia al Signore». E in ciò, ha aggiunto il Pontefice, Anna ci ricorda Cristo: infatti «questa preghiera l’ha conosciuta Gesù nell’Orto degli Ulivi, quando era tanta l’angoscia e tanto il dolore che gli è venuto quel sudore di sangue, e non ha rimproverato il Padre: “Padre, se tu vuoi toglimi questo, ma sia fatta la tua volontà”». Al contrario, anche «Gesù ha risposto sulla stessa strada di questa donna: la mitezza». Da qui la constatazione di come a volte «noi preghiamo, chiediamo al Signore, ma tante volte non sappiamo arrivare proprio a quella lotta col Signore, alle lacrime, a chiedere, chiedere la grazia».

Francesco ha citato in proposito un episodio accaduto nel santuario di Luján, a Buenos Aires, dove c’era una famiglia con una figlia di nove anni molto malata. «Dopo settimane di cura — ha raccontato Francesco — non era riuscita a uscire da quella malattia, era peggiorata e i medici, verso le 6 di sera», avevano detto ai genitori che le restavano poche ore di vita. Allora «il papà, un uomo umile, un lavoratore, subito è uscito dall’ospedale e se ne è andato al santuario della Madonna, a Luján», distante settanta chilometri. Essendo «arrivato verso le 10 di sera, era tutto chiuso, e si è aggrappato alla grata della porta e ha pregato la Madonna e ha lottato nella preghiera. Questo — ha precisato — è un fatto veramente accaduto, nel tempo che io ero lì. E così è rimasto fino alle 5 del mattino».

Quell’uomo «pregava, piangeva per sua figlia, lottava con Dio per intercessione della Madonna per sua figlia. Poi è tornato, è arrivato in ospedale verso le 7, le 8, è andato a cercare sua moglie e lei piangeva e questo signore pensò che la ragazza fosse morta e lei diceva: “Non capisco, non capisco... Sono venuti i medici e ci hanno detto che non capiscono loro cosa è successo”. E la bambina tornò a casa».

In pratica — ha osservato il Papa — con «quella fede, quella preghiera davanti a Dio, convinto che lui è capace di tutto, perché è il Signore», il padre di Buenos Aires ricorda la donna del testo biblico. La quale non solo ha ottenuto «il miracolo di avere un figlio dopo un anno e poi, dice la Bibbia, che ne avrà tanti altri», ma è anche riuscita nel «miracolo di svegliare un po’ l’anima tiepida di quel sacerdote». E quando Anna «spiega a quel sacerdote — che aveva perso tutto, tutto, tutta la spiritualità, tutta la pietà — perché piangeva, lui che le aveva chiamata “ubriaca”, le dice: “Vai in pace e il Dio di Israele ti conceda quello che gli hai chiesto”. Ha fatto uscire da sotto la cenere il piccolo fuoco sacerdotale che era nelle braci».

Ecco allora l’insegnamento conclusivo. «La preghiera — ha detto Francesco — fa miracoli». E li fa anche a quei «cristiani, siano fedeli laici, siano sacerdoti, vescovi, che hanno perso la devozione».

Inoltre — ha spiegato — «la preghiera dei fedeli cambia la Chiesa: non siamo noi, i Papi, i vescovi, i sacerdoti, le suore a portare avanti la Chiesa, sono i santi! E i santi sono questi», come la donna del brano biblico: «I santi sono quelli che hanno il coraggio di credere che Dio è il Signore e che può fare tutto». Da qui l’esortazione a invocare il Padre affinché «ci dia la grazia della fiducia nella preghiera, di pregare con coraggio e anche di svegliare la pietà, quando l’abbiamo persa, e andare avanti col popolo di Dio all’incontro con lui».