Libertà religiosa: i vescovi inglesi sulla sentenza della Corte Europea

2013-01-17 Radio Vaticana

Per la Conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles la sentenza della Corte europea dei diritti umani sui casi dei quattro dipendenti che erano entrati in conflitto col datore di lavoro perché volevano manifestare la propria religione, hanno aspetti sia positivi sia negativi. In un commento diffuso ieri e ripreso dall'agenzia Sir, i vescovi commentano in modo positivo il caso di Nadia Eweida, una dipendente della “British Airways”, alla quale la corte di Strasburgo ha riconosciuto il diritto di portare la croce sul posto di lavoro. Si dicono “delusi” negli altri tre casi, quello di Lillian Ladele, una dipendente pubblica che non aveva voluto celebrare unioni civili, Gary McFarlane, un counsellor, che non ha voluto aiutare, con terapie sessuali, una coppia gay, e Shirley Chaplin alla quale il datore ha impedito d’indossare una croce. La Corte non avrebbe voluto riconoscere, con queste sentenze, secondo i vescovi, che “la religione costituisce una parte fondamentale dell’identità di un individuo”. “Bisogna dare il benvenuto alla sentenza a favore della signora Eweida perché riconosce che, nel negarle la richiesta d’indossare una croce, i suoi dipendenti interferivano con i diritti dell’articolo 9 della legge sui diritti umani che si occupa di libertà di esprimere la propria religione e speriamo che questa decisione allarghi l’obbiettivo di protezione dell’articolo 9 in casi come questo”. Nei casi, invece, di Ladele, McFarlane e Chaplain, “la sentenza della Corte, è deludente”, dicono i vescovi. “Religione e coscienza costituiscono aspetti fondamentali dell’identità di un individuo. C’è da sperare che, in casi futuri, le Corti daranno più peso a questo quando giudicano richieste riguardanti libertà e discriminazioni religiose sulla base della convenzione dei diritti umani”. “La Chiesa incoraggia con forza la risoluzione di dispute di questo tipo senza ricorso ai Tribunali”, si legge ancora nel comunicato dei vescovi. “In molti casi applicare il buon senso dovrebbe consentire di trovare un accordo ragionevole tra diversi diritti in conflitto. Ma, in un ambiente complesso e, a volte, contestato, questo non è sempre possibile. È essenziale che coloro che si vedono ristretto l’esercizio di libertà religiose legittime o si ritrovino vittime di discriminazione religiosa possano essere sicuri che i Tribunali europei e nazionali considerano la violazione della Convenzione dei diritti umani grave quanto quella di altri diritti protetti dalla legge”. (R.P.)