Leadership nella Chiesa: si insegna? Padre Healy sj ne parla a "Roma: la Chiesa nella Città"

Che cos'è la "leadership" nella Chiesa? Si insegna? Come si sviluppa? Quale deve essere il ruolo di un superiore, di un parroco, di un vescovo? E come armonizzare persone diverse all'interno di un gruppo al lavoro? A rispondere a queste domande e a fornire una formazione adeguata c'è un corso nella Pontificia Università Gregoriana, nell'Istituto di Psicologia. Docente è padre Timothy Healy, gesuita irlandese, che ha accettato di partecipare alla puntata di mercoledì 13  settembre della trasmissione "Roma: la Chiesa nella Città", preparata e condotta da Fabrizio Mastrofini. La trasmissione ha una sua pagina Facebook.

Padre Timothy Healy, gesuita, docente alla Università Gregoriana è docente di un corso sul tema della Leadership. Gli studi che ha fatto includono la psicologia, la teologia, la teologia morale: scienze umane e scienze sacre cercano appunto di venire messe in dialogo attraverso l’Istituto di Psicologia.

«Il tema della leadership fa parte della psicologia sociale. I nostri studenti per la gran parte si preparano per diventare formatori nei seminari o nelle congregazioni religiosi. In questo contesto di psicologia sociale che studia l’influsso reciproco tra gruppo e persone, il tema della leadership è ben presente. Si tratta infatti di saper comunicare, trasmettere, valori e atteggiamenti dentro un progetto di formazione. Un formatore avrà l’impegno di aiutare gli studenti ad appropriarsi dei valori della fede. E cerchiamo di comprendere come farlo attraverso la leadership e nel tentativo di capire sempre meglio le dinamiche interpersonali».

Come definiamo la leadership? Penso al superiore? Penso al parroco?

«Si tende a pensare alla leadership nei termini di un ruolo istituzionale. Penso invece ad una definizione di C. A. Gibb del 1947 che parla del leader a partire dalla sua influenza in un gruppo. Quindi non solo il responsabile è leader, ma si tratta di un ruolo che può venire assunto da chiunque appartiene al gruppo. Così si esce dallo schema istituzionale, troppo istituzionale. Mi sembra importante anche per chi fa parte di un gruppo pensare che possa fornire un contributo».

Ma nei gruppi si creano dei conflitti tra un leader istituzionale e altre persone che emergono con doti di comunicazione e guida?

«È vero. Il leader ufficiale avrà il compito di gestire le dinamiche ma per creare un clima in cui si possa comunicare. Avrà una responsabilità particolare».

C’è allora bisogno di un modello che tenga conto della particolare struttura della Chiesa e delle scienze umane allo stesso tempo. Come fare?

«Una domanda non facile! Nel corso che proponiamo riflettiamo sulla Chiesa e la sua natura, in riferimento al libro di Avery Dulles “Modelli di Chiesa”. Nel libro si parla della Chiesa come istituzione, come comunione carismatica, come annunciatrice, come diaconia o servizio, come sacramento e quest’ultima è una discussione più tecnica e non un modello su cui facilmente fare una predica. Il modello sacramentale è essenziale perché esprime la doppia natura sacra e umana della Chiesa. Escludere uno dei due aspetti sarebbe un errore. La Chiesa dunque non è solo realtà spirituale e non è solo realtà umana e la sfida è come capire l’incontro. Storicamente il modello istituzionale ha avuto un ruolo forte, è indispensabile rispettarlo. Però ciascun modello coglie un aspetto ma non tutto. Il modello istituzionale esprime qualcosa di importante e tuttavia non esaurisce la discussione, come il modello di comunione mistica ha qualcosa da dire e illumina un aspetto importante e via via gli altri. La sfida è come vivere la Chiesa in questo senso di complessità senza esaltare unilateralmente un aspetto. Dunque c’è bisogno di una discussione sulla leadership che implica aspetti umani? Certamente sì, ricorrendo all’aspetto sacramentale in analogia con la cristologia: Cristo vero Dio e vero uomo. Così la Chiesa è realtà spirituale e umana, ha una sua intelligibilità umana che apre alla possibilità di imparare dalle scienze umane non negando l’aspetto spirituale. Non si tratta di un organizzazione come le altre ed occorre trovare equilibrio e rispetto dei diversi modelli. La leadership è importante perché la Chiesa ha un aspetto umano che è importante conoscere».

Dove non arriviamo noi arriva lo Spirito che guida la Chiesa. È un’idea che aumenta la responsabilità personale o giustifica la mancanza di responsabilità?

«Tornerei al modello sacramentale facendo tutto il possibile per evitare ogni polarizzazione: lo Spirito Santo e le persone vanno insieme e non in alternativa. Lo Spirito dunque e l’organizzazione umana, insieme. S. Ignazio non era un uomo di alternative escludentesi, secche; era un uomo di aut aut: sia grazia sia lo sforzo umano; è importante la collaborazione tra Dio e uomini che non esclude l’uno o l’altro. Per S. Ignazio era importante la convinzione personale ma era convinto parimenti che lo Spirito parla attraverso le autorità della Chiesa. Così rilanciava le convinzioni personali rispettando la presenza dello Spirito. Quando era pellegrino in Terrasanta era convinto che la sua chiamata fosse vivere lì. Le autorità ecclesiastiche dell’epoca – anche allora era un periodo non facile in Terrasanta – gli dissero che non era una scelta giusta e lui tra voce interiore e voce istituzionale ha ascoltato quest’ultima: ha cercato, ha valutato, ha usato il discernimento. Ecco allora un criterio guida: le risposte nette non sono sempre giuste; occorre valutare. Lo Spirito certo guida la Chiesa ma aspetta da noi che svolgiamo il nostro compito. Così si porta avanti una tensione che non si risolve in polarizzazioni. E penso sia la linea del Papa oggi: valutate dove lo Spirito concretamente mi indica la strada!».

Il libro di Avery Dulles citato è pubblicato in particolare da Edizioni Messaggero, Padova. Altri volumi di Dulles sono pubblicati dalla Editrice Queriniana.