Le testimonianze di testi e immagini tra x e xvi secolo- Vivere nel medioevo

2017-12-07 L’Osservatore Romano

Quali erano i pericoli che un neonato e sua madre potevano correre nel medioevo e nella prima età moderna? Con quali giochi si divertivano i bambini di allora? E come vivevano le monache del tempo? A queste e a altre domande risponde Chiara Frugoni nel suo ultimo libro ( Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini , Bologna, il Mulino, 2017, pagine 317, euro 40), che si presenta come una sintesi magistrale tra gusto per la narrazione storica e capacità di analisi di un vasto repertorio di fonti scritte e testimonianze iconografiche. Diviso in capitoli tematici, il volume combina una ricognizione rigorosa su testi molto diversi dal punto di vista stilistico e contenutistico — da diari a trattati medici fino a contratti — con un’analisi dettagliata di dipinti e miniature che spaziano dal X fino al XVI secolo, svelando particolari che contribuiscono ad ampliare la nostra conoscenza e la nostra comprensione della vita quotidiana delle società occidentali nel passato. 

Matthäus Schwarz, «Libro di costumi» (Biblioteca nazionale di Francia, inizio xvi secolo)

Si scopre così che nel Quattrocento si riservava una grande attenzione al primo pianto del neonato. Una miniatura, tratta dal Livre d’Heures de Neuville, conservato presso la Biblioteca nazionale di Francia a Parigi, è eloquente in tal senso. Ritrae un bambino appena venuto alla luce in mezzo a due figure femminili: da una parte, la madre, ancora dolorante per il parto, che lo sostiene con una mano; dall’altra, una nutrice che lo regge per le ginocchia ed è ritratta proprio nel momento in cui è in procinto di assestargli uno scossone deciso sulla schiena. Per le convinzioni dell’epoca, infatti, non piangere alla nascita era indizio di morte sicura. La situazione era ancora più grave se il piccolo spirava senza aver ricevuto il battesimo. Per scongiurare questo rischio furono addirittura creati appositi santuari, chiamati in francese à répit (letteralmente «di tregua», ma anche detti «della doppia morte» o «della morte sospesa»), in cui i bambini nati morti erano posti su un altare e al minimo movimento, vero o immaginario che fosse, erano battezzati così da assicurare loro una sepoltura in terra consacrata e l’accesso al paradiso, sfuggendo al Limbo. L’elevata mortalità infantile — tra Trecento e Quattrocento si calcola che un bambino su tre morisse prima dei cinque anni — non consentiva l’elaborazione di una “retorica” del lutto, come accadeva per gli adulti, e poteva talvolta esporre al rischio di situazioni equivoche. All’inizio del Cinquecento possediamo la preziosa testimonianza del Trachtenbuch (ovvero Libro degli abiti) di Matthäus Schwarz, contabile della potente famiglia dei Fugger, che si fa rappresentare in molti momenti della sua vita, dalla culla all’età matura, indossando abiti sempre differenti. Dal Trachtenbuch siamo informati che a soli nove mesi, a causa di una febbre molto alta protrattasi per qualche giorno, Matthäus fu addirittura creduto morto e accompagnato al cimitero da una modesta venditrice di sale, Anna Germennin. Il suo corpicino, completamente avvolto in un lenzuolo bianco, stava per essere interrato dal becchino quando all’improvviso grazie al freddo rigido di novembre il piccolo miracolosamente si riebbe. Lo ritroviamo quindi all’età di tre anni, costretto a letto dal morbillo con il volto coperto di macchie rosse. Per l’occasione è assistito dalla sorella maggiore, che agita verso di lui un ventaglio di piume nel tentativo di aiutarlo a sopportare la febbre. Matthäus se ne sta sdraiato su un fianco e ha davanti a sé un tavolo su cui fanno bella mostra due soldatini a cavallo pronti per dar vita a uno scontro immaginario. Un semplice passatempo contro le sofferenze della malattia. La cosa curiosa su cui Frugoni insiste nella sua trattazione è che Matthäus indossa una veste rossa sormontata da un grembiule bianco, come raccomandavano i testi medici del tempo, i quali attribuivano al colore rosso una funzione apotropaica: i segni del morbillo o della rosolia, avvertiva il chirurgo Henri de Mondeville, vissuto tra la seconda metà del Duecento e l’inizio del Trecento, dovevano essere curati con ciò che gli assomigliava.
Un’attenzione particolare è riservata dall’autrice al ruolo delle donne nella società medievale: le bambine con i loro modesti giocattoli, le madri che lottavano per sopravvivere al parto e infine le monache, le uniche in questi secoli ad avere una «fisionomia propria», capaci cioè di non essere oscurate dagli uomini, data la loro possibilità di accedere in modo autonomo a una formazione culturale. Siamo soliti guardare al mondo monastico medievale come a un mondo integralmente maschile, mentre in realtà, ci ricorda Frugoni, non sono poche le donne copiste, miniatrici, pittrici e ricamatrici dotate di grande raffinatezza e abilità manuale. Nella seconda metà del xii secolo troviamo la monaca Guda che, in un codice da lei stessa trascritto, si ritrae all’interno della lettera d di Dominus, con il velo indosso e la mano destra alzata a testimoniare la veridicità del testo che segue. La sua firma è una meravigliosa attestazione di modestia, ma al tempo stesso è l’autoaffermazione di un’artista sicura della propria abilità: «Guda, donna peccatrice, scrisse e dipinse questo libro». Un tono ben diverso da quello adottato dal calligrafo Eadwin, monaco di Canterbury, che più o meno nello stesso periodo esprime il proprio compiacimento per aver portato a termine una copia del Salterio di Utrecht in questi termini: «Io copista, principe dei copisti, da qui in avanti né la gloria né la mia reputazione potranno scomparire. I caratteri che ho tracciato proclamino chi io sono». Consapevoli della loro maestria sono anche tre monache ricamatrici che alla fine del Trecento appongono i loro nomi su una tovaglia d’altare destinata alla chiesa del monastero premostratense di Altenberg in Germania: «Sophia, Hadewigis e Lucardis mi hanno fatto; o buon Gesù accetta, benigno, la nostra opera». Ancora più interessante è la storia di una giovane monaca di Essen all’inizio del X secolo, di cui possediamo una breve lettera inviata alla sua badessa. La monaca, di cui purtroppo non conosciamo il nome, scriveva: «Maestra e signora, reverenda Felhin, vi chiedo il permesso stanotte di rimanere sveglia assieme alla maestra Adalu, ed a mani giunte vi giuro che per la notte intera voglio solo declinare, leggere e cantare in lode di Nostro Signore. Vi saluto, pregandovi di concedermi quello che vi chiedo». Non sappiamo quale fu la risposta della badessa, che ci è giunta in maniera frammentaria. Resta comunque un episodio curioso e indice dei cambiamenti che stavano interessando la società, se si pensa che solo un secolo prima Carlo Magno — capace di parlare il latino e di comprendere il greco — non riuscì invece a imparare a scrivere, nonostante il suo impegno. Il biografo Eginardo ci racconta che custodiva delle tavolette di cera sotto il cuscino e nel tempo libero si esercitava: «Tuttavia, iniziò al momento sbagliato, quando ormai era troppo tardi, e la fatica servì a poco». Ecco allora che una novizia della Germania occidentale poteva avere successo laddove perfino un imperatore aveva fallito.

di Giovanni Cerro