Le poste in gioco nel voto olandese- Test per l’identità europea

2017-03-15 L’Osservatore Romano

L’Europa torna a fare i conti con se stessa. Oltre dodici milioni di olandesi sono chiamati oggi alle urne per decidere il prossimo governo. Due i grandi sfidanti: il liberale di destra Mark Rutte, premier uscente, e il leader del Partito per la libertà, anti-immigrati e anti-euro, Geert Wilders. La posta in gioco è altissima. L’esito del voto non potrà non riflettersi sugli altri fondamentali appuntamenti elettorali dell’anno: le presidenziali francesi (23 aprile, 7 maggio) e le politiche tedesche (22 settembre).

Sul tavolo, c’è molto di più di una vittoria elettorale o degli equilibri di un singolo governo. C’è l’identità di un’Europa che, se non vuole ridursi a un mero meccanismo finanziario e burocratico gestito da una classe politica sempre più lontana dai cittadini, deve rinnovarsi e voltare pagina. La Brexit ha suonato il campanello di allarme. L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ha fatto capire il mutamento dello scenario globale. Ora l’Olanda — con un successo di Wilders — potrebbe tirare la volata alle forze populiste che in vari paesi mettono in discussione il processo d’integrazione europea cavalcando l’onda della crisi economica causata dalla globalizzazione.
Il punto sta nel capire se gli elettori preferiranno affidarsi a soluzioni facili — chiusura nei confronti degli immigrati, protezionismo — o decideranno di continuare a credere in un progetto, quello dell’Unione, che resta una delle maggiori conquiste raggiunte dopo la seconda guerra mondiale.
Il caso olandese pone due questioni cruciali. La prima è la crisi dei partiti tradizionali e la frammentazione del quadro politico, con la conseguente difficoltà di formare governi stabili ed efficaci. Stando ai dati dell’istituto I&O Research, il Partito popolare per la libertà e la democrazia di Rutte dovrebbe ottenere il primo posto, con 27 seggi su 150. Subito dopo ci sarebbero i Verdi di GroenLinks con il 13,1 per cento (20 seggi), seguiti dai liberali di sinistra dei D66 con il 13 per cento (20 seggi) e dai cristiano-democratici della Cda con il 12,1 (19 seggi). Wilders, che il 20 dicembre scorso era dato nettamente in testa con il 21,4 per cento e 33 seggi, si fermerebbe alla quinta posizione con appena il 10,2 e 16 deputati. Con un sistema elettorale proporzionale, nessuno potrà governare da solo. Il gioco delle alleanze sarà fondamentale e richiederà lunghi negoziati, come accadde in Spagna, che l’anno scorso è rimasta senza un governo per oltre trecento giorni.
La seconda questione è la collocazione dell’Europa nello scacchiere mondiale nel caso di vittoria di partiti cosiddetti sovranisti. Proprio in concomitanza del voto olandese, tra Ankara e Amsterdam si è consumata una crisi diplomatica senza precedenti. Una crisi scoppiata dopo il divieto di atterraggio che le autorità olandesi hanno emesso venerdì scorso nei confronti di un aereo che doveva portare il ministro degli esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, a Rotterdam. Çavuşoğlu doveva tenere un comizio in vista del referendum costituzionale che si terrà il 16 aprile.

Il presidente Recep Tayyip Erdoğan è addirittura arrivato a evocare la strage di Srebrenica, uno degli episodi più atroci del conflitto nella ex Jugoslavia nel quale circa ottomila musulmani vennero massacrati dalle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. In quell’occasione il contingente di caschi blu olandesi ebbe un ruolo ancora poco chiaro. Le dichiarazioni di Erdoğan sono il segno di un clima di risentimento legato a un passato che non vuole passare. Un passato che l’Europa, se vuole rinascere come progetto comune e progressista, deve lasciarsi alle spalle.

di Luca M. Possati