​Le migrazioni del futuro nel romanzo «La barriera» - 2029 Odissea in Europa

2017-07-17 L’Osservatore Romano

Souleymane e Milo provengono da due mondi completamente diversi. Il primo è nato in Senegal, un paese che — pur senza conoscere la miseria più nera — ignora l’ambizione di un futuro migliore; Milo, invece, è di Melito di Porto Salvo, un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria che, all’epoca della storia, nel 2029, non esiste più, sommerso completamente dalle acque del mare Mediterraneo.

Nel 2029 non è cambiato molto per il Senegal: l’Europa è ancora una terra promessa e in tanti cercano di raggiungerla con il miraggio di riconquistare una vita più dignitosa. L’Italia è, invece, un paese alla deriva, colpito da disastri ambientali, ecologici e politici, fucina di una nuova generazione di immigrati destinati a occupare clandestinamente le città del nord Europa.

Milo e Souleymane, in un giorno di agosto del 2029, imboccano la strada della fuga dalla miseria e dalla fame. Destinazione Germania, l’unico paese europeo a sedere al tavolo del G7 accanto a Brasile, India, Cina e Russia, l’unico che riesca a mantenere una parvenza di ordine sociale grazie a una rigida forma di controllo: al confine una barriera protegge lo Stato dai nuovi ingressi. Solo chi ha sulla pelle un tatuaggio di riconoscimento può circolare liberamente. La storia di Souleymane apre il romanzo di Vins Galico e Fabio Lucaferri, La barriera (Roma, Fandango Libri, 2017, pagine 289, euro 18) e fa da sfondo a quella di Milo in tre cori inframmezzati alla narrazione principale. Sembra apparentemente una storia marginale, lontana nello spazio e nel tempo dalla realtà robotizzata di Berlino, e invece è a essa speculare nella sostanza e destinata a incrociarsi con essa.

Il 2029 è l’era dell’alta tecnologia: occhiali speciali permettono la localizzazione Gps, la consultazione di internet, lo scambio di mail e di dati, sostituendosi alla ormai superata tecnologia Apple, mentre per nutrirsi sono sufficienti pillole vitaminiche. Cambiano anche i mezzi che i clandestini usano per spostarsi: Milo viene, letteralmente, catapultato da un aereo al confine tra Polonia e Germania. Cambia anche la compagine dei clandestini: a riempire il velivolo non sono più siriani, pakistani o africani, ma portoghesi, greci e italiani.

Quello che non cambia, però, è la crudeltà dei traghettatori. Né muta la disperazione e la paura di chi non può permettersi un comodo biglietto aereo per il luogo dove ha scelto di vivere, ma attende il lancio nel vuoto pregando in silenzio, affidandosi al vicino di posto o, travolto dalla esasperazione, lasciandosi andare a risse sanguinose.

Milo arriva a Berlino confidando nell’aiuto di Nils, con il quale ha condiviso anni prima un appartamento a Gottinga e le frequentazioni degli ambienti anarchici. Nils accetta di ospitarlo, ma è reticente a dargli quello che lui vuole, una nuova identità, un tatuaggio che gli consenta di iniziare una nuova vita. Per di più, la notte stessa dell’arrivo di Milo, Nils scompare misteriosamente insieme a sua sorella Franziska, coinvolgendo l’amico clandestino, aiutato dalla compagna di costei e dal poliziotto Dieter, in una intricata quanto appassionante indagine che condurrà il lettore negli ambienti più corrotti della Berlino del futuro. Se, infatti, la barriera tedesca risponde a una esigenza di controllo e sicurezza, tuttavia essa ha consentito alla malavita organizzata di speculare sulla disperazione di milioni di persone. A spingere Milo ad affrontare i mille rischi della ricerca di Nils sono il miraggio di un tatuaggio e la speranza dell’apertura di un varco che consentirebbe l’ingresso di milioni di profughi. Tra essi il nostro Souleymane, che ha attraversato il deserto e il mare, è approdato in Europa e, raggiunta la barriera, aspetta che si apra, sempre portando nel cuore gli occhi della ragazza che ama e per la quale ha intrapreso il viaggio. La Germania nazista ci ritorna prepotentemente davanti agli occhi, la barriera al confine polacco ci fa pensare al muro di Berlino che per ventotto anni ha diviso la Germania federale da quella comunista: quella barriera che tanti morti ha visto fino al 1989 continua a mieterne nel 2029 a testimoniare — come giustamente riflette uno dei personaggi — che il progresso scientifico ha lasciato tuttavia piccole le menti degli uomini. E il marchio, che con tanto pudore è stato portato da Primo Levi e dagli altri ebrei che hanno conosciuto i campi di concentramento, è qui — con un procedimento antifrastico — il simbolo della possibilità di una vita nuova.

di Angela Mattei