​Le figure giovanili nella Bibbia- Libro per i millennials

2017-09-11 L’Osservatore Romano

Fin dal titolo, il piccolo libro che Raffaele Mantegazza ( Sono solo un ragazzo. Figure giovanili nella Bibbia, Bologna, Edizioni Dehoniane, 2017, pagine 144, euro 12,50) dedica alle figure giovanili nella Bibbia intercetta il dinamismo vocazionale, nella sua drammaticità. «Sono solo un ragazzo»: l’espressione rimanda alle resistenze con cui fare i conti quando si è tentati di commisurare le vie di Dio alle proprie possibilità. Così, mentre la Chiesa si avvia a ripensare i processi con cui nel mondo accompagna la sete spirituale di tanti millennials, le pagine del pedagogista milanese traggono dalle Scritture originali indicazioni. 

Matthias Stom, «Esaù cede il diritto di primogenitura a Giacobbe  per un piatto di lenticchie» (xvii secolo)

Come nella quotidianità pastorale, nel testo sacro la densità della vita e la complessità del cuore umano non si lasciano imbrigliare in una dottrina, sebbene Dio comunicandosi crei ordine, riconciliazione e armonia. Ogni figura documenta, infatti, l’imprevedibile grazia che lavora il carattere, collega avvenimenti, solleva dai peccati, valorizza i talenti, trae dal poco il molto.
Il primo effetto sul lettore è un bisogno rinnovato di contatto con la Parola di Dio, santuario della vita in tutte le sue sfumature: solo abitandola il cuore diviene leggibile, più chiaramente di quanto concesso alle stesse scienze umane. Il loro contributo, insieme a quello dell’esegesi e dell’arte, di cui Mantegazza si dimostra acuto cultore, prepara la via a un di più che è della preghiera come incontro e intimità. In essa si può dialogare con i protagonisti della storia sacra, entrare nei loro luoghi e riconoscersi in certi pensieri che sembrano proibiti, avvertire che nulla è scandaloso o senza posto davanti a Dio. Ci pare si tratti dell’esperienza culturale, psicologica e spirituale, indispensabile a una Chiesa che voglia abbracciare il presente come tempo provvidenziale, riconoscendo nei giovani, così come sono, un libro in cui il Dio di Israele continua a scrivere.
L’autore, a tal proposito, fin dalle prime battute indica alcune costanti, per chiunque voglia evitare «che la parola “giovani”, così abusata, rischi di rivelarsi un significante vuoto». Anzitutto la Bibbia «propone costantemente un rapporto tra le figure giovanili e le figure adulte» all’interno di un orizzonte che sembra evaporato nelle società tecnologicamente avanzate: quello del popolo, espressione su cui la Chiesa è sfidata, come depositaria di un’alternativa a nazionalismi e comunitarismi postmoderni non privi di fascino per le nuove generazioni. Quali esperienze virtuose di popolo esistono, in cui i giovani avvertono che legarsi li libera e confrontarsi li orienta? Come consolidarle e promuoverne di nuove? E soprattutto con chi, quando molteplici sono gli orientamenti di senso che convivono nella medesima città, se non addirittura sotto lo stesso tetto?
D’altra parte, Mantegazza legge negli intenti di Dio due ulteriori certezze: «Il primo amore, i primi moti del cuore, sembrano considerati i più profondi e i più autentici, e dunque i giovani sono depositari di un’esperienza autentica che ha una grande importanza a livello teologico». Inoltre, «l’elasticità del giovane lo porta a offrirsi fiducioso ai progetti che lo mettono al centro dell’attenzione, che lo considerano come una creatura in evoluzione e osano fidarsi di lui, anche ribaltando le gerarchie generazionali consuete».
Ciò consente di non dimenticare che i giochi rimangono aperti e non tutto dipende da ciò che l’educatore dispone: attraverso la soggettività di chi cresce, entrano in campo cose nuove. Dio rifiuta così di essere il contenuto di una trasmissione: non è un oggetto, ma il Vivente che sfida e accompagna le generazioni a incontrarsi in una salvezza mai ripetitiva. «La gioventù dunque non è compiuta e perfettamente definita né nel testo biblico, né nei nostri studi pedagogici, ma nella tensione che cerchiamo di porre tra questi due poli, sperando così peraltro che la Bibbia guadagni qualcosa “in una nuova attualità drammatico-concreta”, ovvero che sempre più lettori si accostino al testo sacro cercando di collocarsi in quel campo di forze».
L’autore si rifà metodologicamente a Erich Auerbach e al funzionamento delle “figure” da lui proposto: «L’interpretazione figurale stabilisce tra due fatti o persone un nesso, in cui uno di essi non significa soltanto se stesso, ma anche l’altro, mentre l’altro comprende o adempie il primo». Il testo biblico non viene così semplicemente attualizzato, ma in esso si producono traiettorie: le interpretazioni sono destinate talvolta a rimanere fragili e provvisorie, come provvisorie e incompiute sono tutte le vite in corso. «Esse rinviano l’una all’altra e tutte rimandano a un futuro che è ancora da venire e che sarà il processo vero e proprio, l’accadimento pieno e reale e definitivo».
Una Chiesa che sopporti il provvisorio e l’indefinito non è, allora, debole o relativista: al contrario, avendo l’Eschaton come suo orizzonte, può permettersi pazienza, attesa e fiducia di fronte ai passi incerti, precipitosi o contradditori di ciascuno. Mantenersi in sospeso, quando si tratta del mistero di ogni libertà, non significa astenersi dal condurre, ma assecondare la grazia. Semmai, più del pedagogista, i maestri delle cose spirituali sanno di dover combattere il peccato chiamando il diavolo per nome. Mantegazza non lo fa, mantenendo il libro nei confini della sua disciplina, specie quando su Genesi 3 arriva a scrivere: «Il serpente è il necessario Altro che aiuta a crescere, l’adulto di riferimento, l’amico più grande, l’iniziatore e il mentore che, sbalzando il bambino nella terra della gioventù, gli spalanca davanti l’accidentata e avventurosa strada a curve di una vita finalmente adulta». Non è così: Eva e Adamo dicono piuttosto che nessun guadagno viene dalla menzogna. Esiste in ogni tempo la tragica possibilità di mancare la propria vita, di finire ingannati. Dio solo si mette sulle tracce di chi vede tutto ormai infranto e ha la delicatezza di rivestire chi si sente denudato: non c’è vocazione senza perdono e guarigione.
Esaù e Giacobbe, «storia nella quale tanti fratelli attuali possono trovare ispirazione per comprendere i loro rancori e le loro rappacificazioni», Giuseppe dalle molte doti — «sentire fin dall’adolescenza di essere differenti dagli altri può portare a un senso di superiorità e suscitare invidie e risentimenti» —, Davide, il re ragazzo, tra amicizia e potere e poi Tobia, Daniele, gli sposi del Cantico, il discepolo che Gesù amava: differenti travagli, in cui può specchiarsi un intero popolo.
Leggendo, s’impara il discernimento: non è mai bianco o nero, eppure in ogni scelta si tratta di vita e di morte, di salvezza e di perdizione. È solo questa serietà a rendere affascinante la vita e preziosa la giovinezza: la Bibbia ne è incantata. Scrive Mantegazza che ogni figlio è unico: «Ogni genitore sa che l’amore per i figli si manifesta diversamente per ciascuno di essi», così come «I Dodici non erano tutti uguali agli occhi di Gesù». Accompagnare significa non dimenticarlo. In fondo, la sfida del prossimo sinodo riguarda la disponibilità di un’antica, universale istituzione a rimanere feconda: giovane, come ci appare nostra madre a ogni età.

di Sergio Massironi