Le ferite profonde esigono giustizia

2017-09-11 L’Osservatore Romano

Nel quinto e ultimo giorno del viaggio in Colombia, Papa Francesco ha benedetto, a Cartagena de Indias, le prime pietre del progetto per realizzare case di accoglienza a favore di senzatetto e vittime della tratta di persone. Proveniva da una Bogotá che, sin dalle 6.30 circa si era riversata sulle strade per accompagnare in un’enorme catena umana i dodici chilometri che separano l’aeroporto dalla città. L’intensa attività è cominciata alle 10.

Nel chiostro di Santo Domingo a Cartagena de Indias, dove domenica ha sostato per il pranzo,  il Papa ha anche incontrato in privato per circa trenta minuti una rappresentanza della comunità dei gesuiti della Colombia, rispondendo ad alcune domande che gli sono state rivolte

All’arrivo all’aeroporto Rafael Núñez di Cartagena, il Papa è stato salutato da un gruppo di bambini che indossavano abiti colorati. La temperatura era molto calda e afosa. Il Pontefice, al quale è stato regalato anche un cappello, dopo le coreografie e i saluti alle autorità è salito sulla papamobile. Tra vicoli e strade affollate di gente in mezzo a case poverissime Francesco è arrivato nella Plaza de San Francisco, dove ha benedetto quelle che saranno le fondamenta di una casa per i senzatetto assistiti dall’opera Talitha Kum, presente in 79 paesi del mondo, con più di 800 religiosi e religiose di 240 congregazioni impegnati a combattere la tratta di persone.

Durante il tragitto nel cuore di un quartiere disagiato, dove l’aria che si respira ha un forte odore di acqua stagnante per mancanza di fogne, si trova la casa di Lorenza, una donna a cui Papa Francesco ha fatto visita. È in quest’occasione che il Pontefice si è fatto male battendo con il volto sulla papamobile mentre attraversava le strade tra due ali di folla. La contusione da subito evidente sopra e sotto l’occhio sinistro, sull’arcata sopraccigliare e sullo zigomo, è stata immediatamente medicata con piccoli cerotti e la veste è stata smacchiata anche se l’alone del sangue è rimasto visibile.

Successivamente, sempre in auto, il Papa si è diretto verso la zona più antica della città dove si trova la casa santuario di san Pietro Claver (1581–1654), il gesuita spagnolo che si dedicò per quasi quarant’anni a difendere le vittime della tratta degli schiavi. Qui il Papa ha incontrato circa 300 afroamericani assistiti dai gesuiti.

Alle 15.45 (le 22.45 ora di Roma) si è quindi trasferito in elicottero dalla base navale all’area portuale del Contecar, dove alle 16.30 ha celebrato la messa conclusiva del suo viaggio in Colombia. Nell’omelia il Pontefice ha condannato il narcotraffico, «questa piaga che ha messo fine a così tante vite». È tornato poi a parlare del processo di pace in Colombia: «Per la riconciliazione non bastano gli accordi tra gruppi politici. Nulla potrà sostituire l’incontro riparatore; nessun processo collettivo ci dispensa della sfida di incontrarci, di spiegarci, di perdonare». E ha fatto riferimento a un paese e a una Chiesa locale dove è in atto una corrente controculturale dell’incontro in cui la strada si percorre insieme. Bisogna dunque incontrarsi per riparare, dice il Papa e «nulla potrà sostituire questo incontro riparatore; nessun processo collettivo ci dispensa della sfida di incontrarci, di spiegarci, di perdonare. Le ferite profonde della storia esigono necessariamente istanze dove si faccia giustizia, dove sia possibile alle vittime conoscere la verità, il danno sia debitamente riparato e si agisca con chiarezza per evitare che si ripetano tali crimini». Riconciliazione non significa dunque passare sotto silenzio ciò che è avvenuto, né nascondere verità e responsabilità.

Dopo l’omelia il Papa si è recato in elicottero all’aeroporto internazionale di Cartagena. Dopo la cerimonia di congedo il Pontefice è ripartito per Roma.

dal nostro inviato
Silvina Pérez