La terza giornata del Papa in Colombia - Non fate resistenza alla riconciliazione

2017-09-09 L’Osservatore Romano

Un viaggio nell’America latina più profonda, tra le piaghe scoperte che affliggono le persone di questo continente sulle quali grava il terribile peso degli eventi ma dove il cuore pulsante, ferito e lacerato ma ancora coraggioso dell’uomo riesce a trovare la forza del perdono. Quella di venerdì 8 è stata la terza giornata di Francesco in terra colombiana. Nonostante la pioggia, è stato un venerdì di fiesta a Villavicencio.

L’aereo con a bordo il Pontefice è atterrato nella base dell’aeroporto della città. Ad attenderlo monsignor Óscar Urbina Ortega, arcivescovo di Villavicencio e presidente della Conferenza episcopale colombiana, autorità locali e anche tanti fedeli, incluso un coro di bambini e il gruppo musicale Joropo che ha interpretato musica llanera colombiana. Moltissimi abitanti della città a sud di Bogotá si sono riversati in strada per salutare il passaggio del Papa lungo tutto il tragitto che separa la base aerea da Catama, il vasto spazio dove si è svolta la messa di beatificazione del vescovo Jesús Emilio Jaramillo Monsalve (1916-1989) e del sacerdote Pedro María Ramírez Ramos (1899-1948): il primo fu sequestrato e ucciso dai guerriglieri dell’esercito di liberazione nazionale, il secondo massacrato dai rivoltosi durante le sommosse per l’uccisione di Pedro Eliecer Qaitan, candidato presidente del partito liberale. Sono — ha detto Francesco nell’omelia — «espressione di un popolo che vuole uscire dal pantano della violenza e del rancore».

Al suo arrivo sul luogo della celebrazione il Papa è stato accolto da un gruppo di abitanti della regione degli Llanos Orientales e ha ricevuto un bastone intarsiato insieme a un tradizionale cappello. La messa celebrata nella festa della Natività della beata Vergine Maria, davanti ad almeno un milione di persone, si inserisce nella giornata illustrata dal tema: «Riconciliarci con Dio, con i colombiani e con la natura».

Di fronte all’altare lo spettacolo della Cordigliera orientale delle Ande è imponente ed è motivo di orgoglio per gli abitanti di questa zona. Ma c’è stato anche un tempo in cui la montagna era fonte di preoccupazione. Un luogo da dove “scendeva la violenza” e dove venivano inghiottiti le speranze e il futuro di molti giovani. «Quando le vittime vincono la comprensibile tentazione della vendetta, quando sconfiggono questa comprensibile tentazione della vendetta, diventano i protagonisti più credibili dei processi di costruzione della pace» ha detto Francesco, il quale ha aggiunto: «Bisogna che alcuni abbiano il coraggio di fare il primo passo in questa direzione, senza aspettare che lo facciano gli altri». Il Pontefice ha invitato i battezzati a riempire «della luce del Vangelo le nostre storie di peccato, violenza e scontro». Quindi ha toccato il tema centrale di questa tappa: la riconciliazione. «Quanti di voi possono raccontare esperienze di esilio e di desolazione! Riconciliarsi — ha proseguito Francesco — è aprire una porta a tutte e ciascuna delle persone che hanno vissuto la drammatica realtà del conflitto». Un concetto, quello della riconciliazione, che Francesco ha esteso anche alla natura: «In questo ambiente meraviglioso, tocca a noi dire “sì” alla riconciliazione; che il “sì” comprenda anche la nostra natura», ha detto il Papa.

A conclusione della messa, il Papa ha espresso il suo cordoglio per le vittime del terremoto in Messico e per quelle dell’uragano Irma. «Li porto nel cuore e prego per loro. Vi chiedo di unirvi alla mia preghiera» ha detto rivolgendosi ai fedeli. Poi in sagrestia ha salutato una piccola delegazione di abitanti della città di Mocoa, colpita dalla devastante alluvione del 3 aprile scorso, offrendo al loro vescovo un contributo economico.

Il momento più solenne e toccante dell’intera visita, il cuore del viaggio in Colombia, è scoccato alle 15.30 (le 22.30 ora di Roma) nel parco Las Malocas, dove si è svolto il grande incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale, alla presenza di vittime della violenza, di militari e agenti di polizia, e di ex guerriglieri. La struttura era gremita e faceva molto caldo. I rappresentanti di quanti hanno subito le violenze e di coloro che le hanno inflitte erano seduti uno accanto all’altro: diverse le loro provenienze ma simile il percorso intrapreso per arrivare a questo punto della riconciliazione. Da una parte chi per anni ha lavorato con la Chiesa nelle sue diverse realtà pastorali, dall’altra invece chi si è valso dell’aiuto dei programmi promossi dallo Stato. E a vederli così, mentre aspettano il Papa e cantano, si salutano e scattano dei selfie, riusciva difficile immaginare che molte di queste persone facevano parte di una guerriglia — la più longeva dell’America latina — che ha tenuto sotto scacco il governo colombiano con attentati e sequestri.

Nei loro racconti c’è tutto l’orrore della guerra. Tutti i presenti avevano una storia da raccontare. C’è la storia di Anita, che a 14 anni è stata violentata da un commando paramilitare mentre la sua intera famiglia veniva sterminata sotto i suoi occhi. C’è quella di Angela, che a 14 anni è entrata a fare parte della guerriglia e dopo sei anni di una vita che lei definisce «l’inferno in terra» ha chiesto aiuto a padre Leandro per «avere un futuro e una famiglia». L’ultima testimonianza sul palco arriva da Pastora Mira García, vedova, che ha raccontato al Papa il suo tragico destino: «Quando mia figlia aveva solo due mesi — racconta la donna — hanno ucciso il mio primo marito. Nel 2001 i paramilitari hanno fatto sparire mia figlia Sandra Paola. Ho trovato il suo corpo solo dopo averlo pianto per sette anni. Tutta questa sofferenza mi ha reso più sensibile al dolore degli altri, e dal 2004 lavoro con le famiglie delle vittime delle sparizioni e con gli sfollati». Purtroppo per le donne le dure prove della vita arriveranno anche qualche anno dopo: «Nel 2005, i paramilitari di una zona di Los llanos hanno assassinato mio figlio minore Jorge Anibal. Tre giorni dopo averlo sepolto, ho aiutato un giovane ferito e l’ho messo a dormire nella camera che era di mio figlio. Al momento di andarsene ha visto le sue foto e mi ha detto di essere uno dei suoi assassini. Rendo grazie a Dio, perché con l’aiuto della Madonna, mi ha dato la forza di assisterlo senza fargli del male, nonostante il mio indicibile dolore». Come «offerta di dolore», Pastora ha deposto ai piedi della croce Bojayà, che ha vegliato sull’incontro tra il Papa e le vittime, la camicia che sua figlia Paola aveva regalato al fratello Jorge Anibal: «La conservavamo in famiglia come auspicio che tutto questo non accadesse mai più».

Alla fine, l’appello del Papa: «Vorrei, come fratello e come padre, dire: Colombia, apri il tuo cuore di popolo di Dio e lasciati riconciliare. Non temere la verità né la giustizia. Cari colombiani: non abbiate timore di chiedere e di offrire il perdono. Non fate resistenza alla riconciliazione che vi fa avvicinare, ritrovare come fratelli e superare le inimicizie». È il momento di «sanare ferite, di gettare ponti, di limare differenze. È l’ora di spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di un’autentica cultura dell’incontro fraterno». L’auspicio è «che possiamo abitare in armonia e fraternità, come vuole il Signore!».

L’ultima tappa a Villavicencio è stata nel Parque de Los Fundadores davanti alla croce della riconciliazione. Sul piedistallo c’è una targa che riporta il numero delle vittime di sequestri, uccisioni e mine antiuomo — più di 472 mila — del conflitto armato. E lì davanti il Papa ha sostato per un minuto in preghiera silenziosa, insieme al presidente della Repubblica Manuel Santos, circondato da 400 bambini e da un gruppo di indigeni. Infine, prima di rientrare a Bogotá, il Papa ha piantato un albero per il futuro della Colombia.

dal nostro inviato
Silvina Pérez