La radice e i rami selvatici

2013-01-16 L’Osservatore Romano

La storia delle relazioni ebraico-cristiane è complessa e difficile. Accanto a momenti positivi, in cui alcuni vescovi presero degli ebrei sotto la loro protezione contro pogrom o stermini di massa, vi sono stati periodi bui, che sono rimasti particolarmente impressi nella coscienza collettiva ebraica. Da parte cattolica, la dichiarazione del Vaticano ii, Nostra aetate, ha rappresentato la svolta decisiva. Essa è irrevocabile — come Benedetto xvi ha chiaramente ribadito anche durante la sua visita alla sinagoga di Roma il 17 gennaio 2010. È irreversibile per il semplice fatto che le argomentazioni teologiche centrali della dichiarazione Nostra aetate sono fermamente stabilite in due costituzioni conciliari del più alto livello: la costituzione dogmatica sulla Chiesa (nn. 6, 9, 16) e la costituzione dogmatica sulla divina rivelazione (nn. 3, 14). Forse per descrivere la relazione tra ebraismo e cristianesimo più di una chiarificazione concettuale è utile l’immagine che Paolo usa nella Lettera ai Romani. Egli parla della radice di Israele in cui i rami selvatici dei gentili sono stati innestati (Romani, 11, 16-20). Questa immagine, evocando il profeta Isaia (11, 1), esprime il senso della distinzione nell’unità in due modi. Da una parte, si dice che i rami selvatici innestati non sono cresciuti dalla radice stessa e non possono derivare da essa. D’altra parte la Chiesa deve trarre il suo vigore e la sua forza dalla radice che è Israele. Se i rami innestati sono tagliati dalla radice, si seccano, s’indeboliscono e infine muoiono.

Walter Kasper