La missione evangelizzatrice nell'era digitale

2011-07-18 L’Osservatore Romano

"Se la Chiesa non prenderà coscienza dei cambiamenti culturali suscitati dal sistema comunicativo che attualmente conosciamo, troveremo molte difficoltà nell'evangelizzare in un futuro prossimo". Non usa mezzi termini l'arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel descrivere le sfide poste dalle nuove tecnologie alla missione evangelizzatrice dei pastori nell'era digitale. Il suo monito è stato lanciato nei giorni scorsi a Rio de Janeiro, dove il presule è intervenuto al primo seminario di comunicazione per i vescovi del Brasile, che si è concluso domenica 17 luglio.
A fare gli onori di casa il cardinale Raymundo Damasceno Assis, arcivescovo di Aparecida e presidente della Conferenza episcopale nazionale. Conseguenza diretta di una precedente esperienza fatta a Roma nel 2008, l'incontro nella capitale carioca testimonia la sintonia creatasi fra la Commissione episcopale di comunicazione della Conferenza episcopale brasiliana e il dicastero della Santa Sede.
Paese dalle dimensioni continentali, in cui le esperienze e le iniziative di evangelizzazione sono molto varie, quale conseguenza di contesti sociali e culturali diversi, il Brasile rappresenta un laboratorio originale. "È ammirevole - afferma monsignor Celli - l'attività di molti pastori che con pochi mezzi ottengono grandi risultati"; dall'altra parte "in Brasile esistono anche grandi organizzazioni e molti professionisti che sono un esempio concreto di come fare comunicazione all'interno della Chiesa". Da qui la sottolineatura dell'importanza "della comunicazione nel ministero dei vescovi e della sua trasversalità nell'azione pastorale della Chiesa". In proposito per il presule "è fondamentale superare una visione meramente strumentale dei mezzi di comunicazione - ossia concepire i mezzi solo come altoparlanti che i destinatari ascoltano in modo acritico - e riconoscere che è la stessa cultura a trasformarsi costantemente a causa della comparsa di nuove forme di comunicazione attraverso le nuove tecnologie". Queste ultime, del resto, "creano nuovi modi di socializzare, nuovi linguaggi e nuove relazioni fra le persone, e allo stesso tempo schiudono orizzonti e pongono sfide al compito evangelizzatore di ogni battezzato".
Tra le grandi sfide vi è anzitutto quella del linguaggio. "Potremo dialogare con il mondo - ha detto il presule - solo se troveremo spazi d'intesa comune che ci consentiranno di comprendere e di ascoltare l'uomo e la donna di oggi, che molto spesso si sentono profondamente soli. Come pastori - ha proseguito - dovremo continuare a promuovere gli spazi di dialogo rispettoso, eliminando dalla comunicazione l'aggressività, anche all'interno della stessa Chiesa in quanto non rifletterebbe la ricerca della Verità". E in proposito ha citato l'esempio di come cambi la visione della realtà e della cultura per un bambino o un adolescente, quando internet, i videogiochi, la realtà virtuale, le reti sociale o la telefonia mobile diventano parte normale della sua esistenza. "Non c'è dubbio - ha commentato Celli - che a cambiare non è stato solo il linguaggio delle nuove generazioni, ma anche il contesto culturale e antropologico". Tuttavia, per i vescovi anche di fronte alle trasformazioni provocate dalle nuove tecnologie la missione resta la stessa: realizzare la nuova evangelizzazione, nuova nel suo ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione, concretizzando in questo nuovo contesto sociale e culturale il compito che il Signore ha affidato agli apostoli e attraverso di essi a tutti i pastori della Chiesa.
Soffermandosi poi sulla specifica realtà brasiliana il relatore ha messo in luce come nel Paese esistano ancora comunità vittime dell'esclusione e della povertà, anche digitale, nelle quali tante delle situazioni espresse sulle nuove tecnologie della comunicazione apparentemente non trovano un'eco, soprattutto in contesti in cui le nuove tecnologie della comunicazione non sono accessibili. Va comunque prestata attenzione al fatto - ha messo in guardia - che le nuove generazioni e moltissimi giovani hanno già saltato la breccia digitale, poiché è stata la cultura a travolgerli.
Resta comunque necessario valorizzare il servizio svolto dai mezzi di comunicazione tradizionali, come le radio cattoliche, i giornali e i bollettini. Basti pensare che il numero delle radio cattoliche in Brasile è molto più alto di quello delle emittenti cattoliche di tutta l'Africa. Esse hanno inoltre la capacità di realizzare "associazioni" e "reti" che coordinano il servizio alla comunità, unendo gli sforzi e le esperienze. Ed esemplari sono anche l'evangelizzazione e la promozione umana portate avanti con un elevato livello di professionalità dalle diverse reti televisive.
Tuttavia anche queste iniziative di comunicazione all'interno della Chiesa devono adeguarsi alle nuove caratteristiche culturali. La lingua deve conoscere i nuovi linguaggi che nascono all'interno della cultura digitale. In pratica "la sfida consiste nell'imparare nuovi modi di parlare di Dio, anche se i pilastri dell'Annuncio del Vangelo restano immutabili". Non si tratta di fare propaganda o di concepire i mezzi di comunicazione come altoparlanti; occorre essere segni della ricerca di Dio e dell'incontro fra Dio e l'umanità. E così l'atteggiamento dei pastori di una Chiesa, Madre e Maestra, sarà quello di essere diaconi di questa cultura.
Infine l'arcivescovo Celli ha parlato della propria esperienza personale al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali: "Dopo aver visitato vari continenti ed essere stato testimone dell'entusiasmo con cui tanti agenti di pastorale delle comunicazioni cercano di evangelizzare, dopo aver conversato con tanti vescovi che non sempre riescono a trovare un cammino facile per fare ascoltare la voce di quanti non hanno voce, dopo aver constatato in prima persona il servizio e la necessità della comunicazione che si sta realizzando nella Chiesa cattolica, ho anche compreso - ha concluso - che la comunicazione non è solo una questione di media, ma anche di una visione trasversale alla missione stessa della Chiesa, una questione di atteggiamento per vivere la comunicazione ed essere comunicazione".