La lezione del gesuita seicentesco Jean-Joseph Surin- Come scuotere la tiepidezza spirituale

2017-03-17 L’Osservatore Romano

Jean-Joseph Surin (1600-1665), gesuita francese, è tra i più grandi mistici del  XVII secolo, ma anche uno dei più dimenticati. Molti ne sono rimasti affascinati: da Bossuet a Fénelon, da Teresa di Lisieux a Raïssa Maritain. 

La sua eccezionale statura spirituale è stata a lungo oscurata dalla sua malattia mentale e dalle intricate vicende che l’hanno visto coinvolto in strani fenomeni di possessione diabolica a Loudun. Nel Novecento è stato riscoperto da studiosi di fama mondiale come H. Brémond e M. De Certeau.

Frontespizio del «Catechismo spirituale» di Jean-Joseph Surin (1654)

Surin non è un autore facile, né accomodante. Le sue pagine sferzano l’anima e scuotono la tiepidezza spirituale che tenta di smorzare gli entusiasmi e rende sordi alle esigenze di quell’amore divino che offre e chiede la donazione totale di sé. La sua luce fruga nelle pieghe recondite dell’anima. La sua voce non consente ai mediocri di sonnecchiare in pace.
Non è uno scrittore freddo. Pur dotato di una sicura conoscenza teologica e di un raffinato gusto letterario, li mette da parte quasi infastidito. Preferisce esprimersi con linguaggio semplice e diretto. Come tutti i grandi, riesce a condensare la ricchezza della sua proposta in poche idee; le ripete con insistenza. Le rappresenta con efficace concretezza visiva, vivezza e varietà di immagini, come chi possiede una grande esperienza di vita e sa leggere in profondità le persone.
Jean Joseph Surin è uno di quei maestri di spiritualità che, quando si legge una volta, non si abbandona più; ogni tanto viene voglia di riprenderlo e di tenerlo a portata di mano, come una medicina di cui si è sperimentata l’efficacia o un amico al quale chiedere consiglio.
Il giovane Surin si forma alla scuola del gesuita Louis Lallemant, impareggiabile guida spirituale. Da lui impara che per giungere a “gustare Dio” occorre cominciare a volerlo fermamente, con tutto il cuore, nella disponibilità a sacrificare ogni cosa pur di ottenere questo dono. Molte persone non fanno nessun progresso nella via della santità proprio perché non si decidono a fare questo passo che consiste nella decisione di donarsi a Dio in modo totale, immediato e irrevocabile. Così ci si trascina per lunghi anni, e anche per tutta la vita, e «per paura di essere infelici, restiamo davvero miseri per sempre». Lo scrive a madre Jeanne des Anges, il 10 febbraio 1659. E aggiunge: purtroppo, «il mondo è pieno di gente che vuole Dio con una volontà vaga e generica» che si limita a nutrire sante aspirazioni, a fare mille propositi, senza arrivare a una vera decisione. Il progresso spirituale esige di «rianimare continuamente il proprio fervore», di discernere i moti del proprio cuore, di assoggettare l’animo alla grazia, di consegnarsi totalmente a nostro Signore, di eseguire generosamente ciò che egli ispira, di abbandonarsi alla provvidenza e all’obbedienza.
Surin ravvisa nella mancanza di questo primo passo la causa del decadimento della vita religiosa e cristiana: «Una delle ragioni per cui si vedono tante religiose strascicate e rammollite è che all’inizio non hanno assunto questa autentica prospettiva di amare e di cercare Dio nel compimento della sua volontà». Per appartenere a Dio non ci vogliono grandi penitenze, né lunghe orazioni, né è necessario torturarsi l’anima; occorre «fissare saldamente il proprio cuore in Dio, camminare sempre verso di lui e non sopportare nel proprio cuore nessun attaccamento che prenda il posto di Dio» (Lettera a madre Jeanne des Anges, 17.11.1658).
Un impegno di questo tipo deve avere tre qualità: universalità, perché accoglie tutto ciò che Dio vorrà disporre; sincerità, in modo che ci sia corrispondenza tra ciò che promette il cuore, ciò che dicono le labbra e ciò che avviene nella pratica; infine, deve essere pieno di risolutezza e costanza, per poter affrontare le difficoltà e superarle con generosità.
La scelta di donarsi pienamente a Dio e di non rifiutargli nulla, non può essere rimandata a un imprecisato futuro, deve riguardare il presente, l’oggi: «È oggi che voglio uscire dalle mie terre, per trasferirmi nella regione della grazia. È oggi che abbandono completamente la mia volontà [...]. È oggi che rinuncio a tutti i miei interessi, ai miei progetti, ai miei timori, abbandonandomi interamente e irrevocabilmente alle disposizioni della provvidenza» (Lettera a madre Claude-Agnès Barrin, 1660).
Tra le insidie che più frequentemente impediscono di muovere il “primo passo” c’è la dispersione delle energie dell’anima. Efficace l’esempio evocato da Surin nella sua Guida spirituale (i,6): avviene come per una fontana da cui zampilla dell’acqua; il getto potrebbe essere ben maggiore se molta acqua non si perdesse prima in mille rigagnoli. Per potenziarne la portata occorre convogliare l’acqua in un unico sbocco, chiudendo tutti gli altri. Analogamente, se raccogliessimo tutte le nostre forze e le concentrassimo in Dio, trascurando ogni altro interesse, che meraviglie potremmo vedere! Le mille attività, intraprese senza un serio discernimento, affondano l’anima in una palude dalla quale è difficile uscire. Occorre puntare sull’unum necessarium, quello che Gesù raccomanda a Marta (Luca 10,42). 


di Ezio Bolis