​La lenta crescita del culto

2017-03-18 L’Osservatore Romano

«Quando vidi lo stato in cui mi avevano ridotta i medici della terra e come fossi tutta contorta in così giovine età — scrive Teresa d’Ávila nella sua autobiografia (Vita, vi, 5-7) raccontando come è nata la sua particolare devozione a san Giuseppe — decisi di ricorrere ai medici del cielo e domandare ad essi la salute, perché quantunque sopportassi quel male con tanta gioia, desideravo anche di guarire. Pensavo talvolta che se con la salute avessi dovuto dannarmi, sarebbe stato meglio rimanere così, ma insieme m’immaginavo con la salute di poter servire meglio il Signore. Ecco qui il nostro errore: non voler rimetterci in tutto nelle mani di Dio che sa meglio di noi quello che ci conviene. Cominciai a far celebrare messe e a recitare orazioni approvate (...) presi per mio avvocato e patrono il glorioso san Giuseppe, e mi raccomandai a lui con fervore».

Lucio Massari, «La sacra famiglia che stende il bucato» (1620)

La preghiera, spiega Teresa, non tarda a raggiungere il suo scopo. «Questo mio padre e protettore — continua la riformatrice del Carmelo — mi aiutò nella necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi in cui era in gioco il mio onore e la salute della mia anima. Ho visto chiaramente che il suo aiuto mi fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare. Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta. Ed è cosa che fa meraviglia ricordare i grandi favori che il Signore mi ha fatto e i pericoli di anima e di corpo da cui mi ha liberata per l’intercessione di questo santo benedetto». Amato e venerato in modo particolare, con un affetto e una gratitudine, letteralmente, filiale. «Ad altri santi — continua Teresa — sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol farci intendere che a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede. Ciò han riconosciuto per esperienza anche altre persone che dietro mio consiglio si sono raccomandate al suo patrocinio. Molte altre si sono fatte da poco sue devote per aver sperimentato questa verità».

A chi legge queste parole oggi, negli anni dieci nel ventunesimo secolo, il culto del padre putativo di Gesù sembra qualcosa di ovvio e scontato, ma non è sempre stato così nella storia della Chiesa. Lo ha dimostrato con un’ampia argomentazione un saggio scritto qualche anno fa da Paul Payan, Joseph. Une image de la paternité dans l’occident médiéval (Aubier, 2006), analizza dagli inizi la devozione allo sposo di Maria nelle società cristiane. Inizi non facili, se si osserva che come nome di battesimo quello di Giuseppe era pochissimo diffuso fra i cristiani sino alla fine del Quattrocento, quando appunto cominciò a decollare, grazie soprattutto alla propaganda dei francescani.

Giuseppe è infatti un personaggio difficile, se non imbarazzante: il dogma della verginità di Maria lo pone infatti, fin dai primi secoli del cristianesimo, nel ruolo dello sposo casto, capo di una famiglia dove la moglie e il figlio sono entrambi molto superiori a lui. Per rendere credibile questa situazione l’apocrifo Protovangelo di Giacomo lo raffigura anziano e vedovo, per spiegare in questo modo la menzione dei “fratelli” di Gesù nei vangeli. Soltanto dal Quattrocento, in nuove rappresentazioni della natività di Gesù, sia Maria che Giuseppe sono inginocchiati davanti al figlio, ad adorarlo nella stessa posizione.

Il culto dello sposo di Maria, padre putativo di Gesù, si sviluppa solo in età moderna, quando il santo comincia a essere un modello, non solo un protettore, e non diviene davvero una devozione popolare fino all’Ottocento, quando è valorizzato anche come lavoratore in contrapposizione al socialismo dilagante. Nel 1870 Pio ix lo dichiara protettore della Chiesa universale, e nel corso del Novecento gli verranno dedicate ben due feste, il 19 marzo come patrono e modello dei padri, e il 1° maggio come artigiano, in palese contrappunto con la festa d’origine socialista.

Il culto di san Giuseppe, incentrato sulla sua umiltà e sul suo servizio a Gesù, nasce in ambiente monastico, spesso con sfumature mistiche, come in san Bernardo, che valorizza la sua intimità fisica con il figlio. Ma sono i francescani, nell’ambito della loro complessiva valorizzazione dell’umanità di Gesù, a proporre Giuseppe come esempio da seguire. Per loro diventa positiva la povertà della sacra famiglia e del suo umile custode, e per i loro superiori non usano il termine “abate”, che significa padre, ma quello di “custode”, attribuito appunto a colui che doveva custodire il piccolo Gesù e sua madre. Nel promuovere la figura di Giuseppe, più successo dei francescani ebbero però i servi di Maria, primi a festeggiarlo il 19 marzo, poco prima della festa dell’Annunciazione: il santo costituiva infatti il modello naturale del loro ordine, che ne legittimava l’identità impedendo una fusione con altri ordini mendicanti.

In questa lunga e affascinante storia Giuseppe non compare mai come figura di potere, ma piuttosto si afferma come mediatore, un pacificatore che risolve situazioni complicate. Nella discrezione e nel silenzio. È il silenzio, si legge nella Redemptoris custos 25 «che accompagna tutto quanto si riferisce alla figura di Giuseppe; è un silenzio, però che svela in modo speciale il profilo interiore di questa figura. I Vangeli parlano esclusivamente di ciò che Giuseppe “fece”; tuttavia, consentono di scoprire nelle sue azioni, avvolte dal silenzio, un clima di profonda contemplazione. Giuseppe era in quotidiano contatto col mistero “nascosto da secoli”, che “prese dimora” sotto il tetto di casa sua. Questo spiega, ad esempio, perché santa Teresa di Gesù, la grande riformatrice del Carmelo, si fece promotrice del rinnovamento del culto di san Giuseppe nella cristianità occidentale». Giuseppe simbolo, quindi, di un “sì” semplice e deciso, che si declina tutto nell’azione concreta, senza psicologismi o soverchie complicazioni, come ben riassumono i versi di David Maria Turoldo a lui dedicati: «E ristorato dal sonno Giuseppe / fece secondo il consiglio dell’angelo: / così la storia ha mutato il suo corso / quando due giovani hanno obbedito».