La festa dell’8 marzo all’indomani della strage di Aden - Onore alle donne missionarie

2016-03-08 L’Osservatore Romano

«Continuiamo a pregare insieme per la sorella che è sopravvissuta e per il padre salesiano di cui non si hanno più notizie». Suor Cyrene, provinciale per l’Italia delle missionarie della carità, ha conosciuto una decina di anni fa sister Marguerite, originaria del Rwanda, una delle quattro religiose orribilmente uccise venerdì scorso insieme ad altre dodici persone in un centro di accoglienza per anziani e disabili nei pressi della città yemenita di Aden.

Zaher Bizri, «Martire» (2015)

La religiosa è comprensibilmente ancora sconvolta dall’accaduto ma le parole che spende in un breve colloquio telefonico con «L’Osservatore Romano» sono tutte per spiegare il senso della missione ereditata da madre Teresa di Calcutta e della tenacia con cui in ogni angolo del pianeta le missionarie dal sari bianco cercano di restarvi fedeli anche di fronte alle difficoltà, alla paura, anche quando tutto consiglierebbe di abbandonare e di fuggire. «Noi non lasciamo i poveri. È impensabile», dice la religiosa che a ogni frase ricorda la lezione ricevuta dalla fondatrice. «La Madre ci ha insegnato questo. Se siamo da sole e non abbiamo persone da accudire certo, di fronte al pericolo, ci spostiamo, andiamo da un’altra parte. Ma se abbiamo i poveri, i malati, i paralitici... come si fa? La Madre ha sempre fatto così, la ricordo ancora a Beirut con i bambini sotto i bombardamenti. Così abbiamo fatto anni fa in Liberia. Così facciamo in Siria. E così facciamo ancora in Yemen dove, non dimentichiamolo, abbiamo altre case». Quello che veramente «fa male», aggiunge, è «l’indifferenza nel cuore di tanta gente per le sorti e le condizioni dei poveri, degli ultimi».