La detenuta al Papa: grazie, ti sei fatto carcerato con i carcerati

2016-02-18 Radio Vaticana

“L’unico merito che ho nel rivolgermi a lei è l’uniforme che porto”. Si è rivolta così a Papa Francesco la detenuta del Penitenziario messicano Cereso 3 di Ciudad Juarez, che ha raccontato una toccante storia personale di fede e di rinascita umana. Le sue parole nel servizio di Alessandro De Carolis:

Si può stare in tanti modi dietro le sbarre di una cella. Maledicendo, disperandosi, per la propria sfortuna o benedicendo Dio che sulle righe storte di quella sventura scrive una nuova storia di speranza e dignità.

Carcere, famiglia di estranei
Resteranno a lungo in chi le ha ascoltate – e ha visto l’abbraccio che le ha accompagnate – le parole della detenuta che ha rivolto il saluto a Papa Francesco durante la sua visita al carcere di Ciudad Juarez. Parole che sono uno spaccato della vita dietro quel cemento alto che impedisce tutto – dove non si è padroni di niente, neanche di “te stesso”, ha affermato la donna – e insieme un soffio di vita, in cui l’affetto di una figlia o l’inginocchiarsi in preghiera diventano, spiega, il sale di esistenze altrimenti buttate via:

“È proprio in questi luoghi che si mette alla prova la tua fede, la forza del tuo spirito. In questo luogo dove non importa chi sei dall'altro lato delle mura, in cui il tuo compagno di cella diventa parte della tua famiglia, in cui si condivide la mensa con degli sconosciuti che saranno parte dei tuoi giorni e dove siamo tutti uguali nei nostri vestiti così come siamo uguali agli occhi di Dio”.

Uguali agli occhi di Dio
“Questa esperienza ci sta trasformando”, ha raccontato la detenuta. “All'inizio di questo viaggio chiamato carcere ci siamo sentiti esposti, vulnerabili, da soli. Ma la sua presenza con noi – di un Papa “diventato uno di noi in carcere” – è “un invito”, ha assicurato, per quelli “che hanno dimenticato qui che sono degli esseri umani, perché se anche siamo trasgressori della legge e peccatori, la maggior parte di noi spera nella redenzione e in alcuni casi, ha la volontà di raggiungerla”, aiutati – ha soggiunto la donna – da programmi lavorativi, compresi spazi e momenti religiosi, che facilitano il recupero degli ospiti del centro:

“Impariamo un lavoro che ci aiuterà ad affrontare con dignità la libertà. Non tutto è finito qui, è solo una pausa nella nostra vita, è un momento per riflettere su come vorresti vivere e vorresti che i tuoi figli vivano. Lavoriamo per far sì che i nostri figli non ripetano la nostra storia”.

Esperienza per rinascere
La nostra situazione legale – ha osservato la donna – genera a volte disperazione e tristezza, quindi è comprensibile che per noi non vi sia tesoro più grande che il contatto umano con i nostri cari”. Un “ti amo mamma” dalle labbra di mia figlia quando viene in carcere, ha confidato, “mi darà la forza per sopravvivere nei prossimi giorni di carcere”. E tuttavia, ha soggiunto la detenuta, “se la vita e le nostre azioni ci hanno gettato nell’oscurità, forse non è per morire in essa, ma perché la illuminiamo con la nostra fede e la nostra voglia di cambiare”:

“A molti di noi la Parola di Dio ci ha portato a capire che le mura del nostro carcere spirituale sono state alzate da noi stessi, dai nostri vizi, dalle nostre passioni male indirizzate. Questa esperienza ci fa essere pazienti e perseveranti. Queste due grandi virtù ci rendono migliori, le usiamo a nostro vantaggio. Lavoriamo su noi stessi perché il nostro futuro diventi il progetto della nostra vita, rafforziamo il nostro spirito perché dovunque andiamo portiamo amore e così porteremo Dio, perché Dio è amore”.

(Da Radio Vaticana)