La conferenza stampa di Papa Francesco durante il volo di ritorno dal Messico

2016-02-19 L’Osservatore Romano

Quello messicano è «un popolo di una ricchezza tanto grande, è un popolo che sorprende». Ha «una cultura millenaria» ed «è un popolo di una grande fede», anche «se ha sofferto persecuzioni religiose». Insomma è un popolo che «non si può spiegare» per la sua ricchezza, la sua storia, la sua gioia, la sua capacità di festa, nonostante le tragedie. Papa Francesco ha sintetizzato così le sue impressioni sul viaggio in Messico, rispondendo alle domande dei giornalisti mercoledì sera, 17 febbraio, all’inizio del volo di ritorno che nel pomeriggio di giovedì 18 lo ha riportato a Roma.

Nella consueta conferenza stampa il Pontefice ha affrontato diversi temi di attualità. Ma più volte è voluto ritornare con il pensiero all’accoglienza ricevuta dal popolo messicano, sottolineandone anche l’unità, che gli ha consentito di «non fallire», di «non finire con tante guerre», come è successo in altri Paesi del mondo. E si è detto convinto che se questo «popolo ha ancora questa vitalità», ciò «si spiega solamente per Guadalupe: la Madonna è lì. Io non trovo un’altra spiegazione». In questo mistero legato alla “Morenita” — ha rimarcato — c’è il segreto per «capire un po’ questo popolo tanto grande, tanto bello».

E interpellato proprio sulla sua sosta di preghiera silenziosa davanti alla venerata immagine, compiuta nel tardo pomeriggio di sabato 13, il Papa ha spiegato di aver invocato l’intercessione della Vergine «per il mondo, per la pace», insomma per «tante cose»: talmente tante che — ha detto sorridendo — «la poverina ha finito con la testa così».

Francesco ha anche confidato di aver «chiesto perdono» e di aver affidato alla Madonna la speranza «che la Chiesa cresca sana» e «che i preti siano veri preti, e le suore vere suore, e i vescovi veri vescovi: come il Signore ci vuole».

Quanto ai temi sociali legati alla realtà messicana, in particolare al dramma dei desaparecidos, il Pontefice ha ribadito la sua attenzione verso questo tragico fenomeno e invitato a rileggere i suoi discorsi per trovarvi «riferimenti continui agli assassinati, alle morti, alla vita presa da tutte queste bande del narcotraffico, dei trafficanti di esseri umani». Infatti, ha assicurato «di questi problemi ho parlato come di una delle piaghe di cui sta soffrendo il Messico».

Il testo integrale della conferenza stampa:

Durante il volo che da Ciudad Juárez lo ha portato a Roma al termine del suo viaggio in America latina, mercoledì sera, 17 febbraio, Papa Francesco ha incontrato i giornalisti a bordo dell’aereo in una conferenza introdotta dal direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi. Pubblichiamo una sintesi delle domande e la trascrizione delle risposte del Pontefice, le prime due delle quali sono in una traduzione dallo spagnolo.

Maria Eugenia Jimenez Calíz, del giornale messicano «Milenio», ha ricordato i desaparecidos del suo Paese e in particolare il caso emblematico dei 43 studenti di Ayotzinapa, chiedendo perché il Papa non avesse incontrato i loro familiari e un messaggio per i familiari.

In realtà, se lei legge i messaggi, ci sono riferimenti continui agli assassinati, alle morti, alla vita presa da tutte queste bande del narcotraffico, dei trafficanti di esseri umani. Cioè che di questi problemi ho parlato come di una delle piaghe di cui sta soffrendo il Messico. C’è stato qualche tentativo di ricevere delle persone; ed erano tanti gruppi, anche opposti tra loro, con lotte interne. Allora io ho preferito dire che nella Messa li avrei visti tutti, nella Messa di Juárez se preferivano, o in un’altra, ma ero aperto a questa disponibilità. Era praticamente impossibile ricevere tutti i gruppi, che, d’altra parte, erano anche opposti tra loro. È una situazione difficile da capire, per me, chiaramente, che sono straniero. Ma credo che pure la società messicana sia vittima di tutto questo: dei crimini, di questo far sparire la gente, scartare la gente. Ne ho parlato nei discorsi in cui ho potuto, e lei lo può constatare. È un dolore che mi porto molto grande, perché questo popolo non merita un dramma come questo.

Javier Solórzano, di Canal 11, ha affrontato il tema della pedofilia, che in Messico ha radici molto dolorose. Il caso di padre Maciel ha lasciato forti segni, soprattutto nelle vittime che continuano a sentirsi non protette dalla Chiesa, mentre altre continuano a essere uomini di fede, e alcuni addirittura sono divenuti sacerdoti. Il giornalista ha domandato al Pontefice se ha pensato di incontrare le vittime e come considerasse la prassi di limitarsi a cambiare parrocchia a quei preti che commettono abusi.

Bene, comincio dal secondo. Un vescovo che cambia la parrocchia a un sacerdote, quando si verifica un caso di pedofilia, è un incosciente, e la cosa migliore che possa fare è presentare la rinuncia. Chiaro? Secondo, andando indietro, caso Maciel. E qui mi permetto di rendere un omaggio all’uomo che ha lottato in un momento in cui non aveva forza per imporsi, finché è riuscito a imporsi: Ratzinger. Il cardinale Ratzinger — un applauso per lui! — è un uomo che ha avuto tutta la documentazione. Quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede ha avuto tutto nelle sue mani, ha fatto le indagini e è andato avanti, avanti, avanti... ma non è potuto andare più in là nell’esecuzione. Ma se voi ricordate, dieci giorni prima che morisse san Giovanni Paolo II, quella Via crucis del Venerdì Santo, disse a tutta la Chiesa che bisognava pulire le “sporcizie” della Chiesa. E nella Messa pro eligendo Pontifice — non è uno sciocco, lui sapeva di essere un candidato — non gli importò di mascherare la sua posizione, disse esattamente la stessa cosa. Vale a dire, è stato l’uomo coraggioso che ha aiutato tanti ad aprire questa porta. Così che voglio ricordarvelo, perché a volte ci dimentichiamo di questi lavori nascosti che sono stati quelli che hanno preparato le basi per scoperchiare la pentola. Terzo, stiamo lavorando abbastanza. Con il cardinale segretario di Stato, parlando, e anche con il gruppo dei nove cardinali consiglieri, dopo aver ascoltato, ho deciso di nominare un terzo segretario aggiunto alla Congregazione per la Dottrina della fede, che si occupi solamente di questi casi, perché la Congregazione non può farcela con tutto quello che ha da fare, e dunque uno che sappia gestire questo. Inoltre, è stato costituito il Tribunale d’Appello, presieduto da monsignor Scicluna, che si sta occupando dei casi di seconda istanza, quando si fa ricorso; la prima istanza, infatti, la esamina la “feria quarta” — come la chiamiamo, perché si riunisce il mercoledì — della Congregazione per la Dottrina della fede. Quando c’è il ricorso si torna alla prima istanza, e questo non è giusto. Quindi, il secondo ricorso, già con un profilo legale, con l’avvocato difensore. Però bisogna appurare perché siamo abbastanza in ritardo nei casi, perché si presentano casi. Terzo, un’altra realtà che sta lavorando molto bene è la Commissione per la tutela dei minori. Non è strettamente riservata ai casi di pedofilia, ma di tutela dei minori. In quella sede mi sono incontrato per una mattina intera con sei di loro — due tedeschi, due irlandesi e due inglesi — uomini e donne, abusati, vittime. E mi sono incontrato con le vittime anche a Filadelfia. Anche lì una mattina ho avuto un incontro con le vittime. Insomma, si sta lavorando. Però io ringrazio Dio che si sia scoperchiata questa pentola, e bisogna continuare a scoperchiarla, e prendere coscienza. E, infine, voglio dire che è una mostruosità, perché un sacerdote viene consacrato per portare un bambino a Dio, e lì se lo “mangia” in un sacrificio diabolico, lo distrugge. Poi, per quanto riguarda Maciel, tornando alla congregazione, è stato fatto tutto un intervento, e oggi la congregazione, il governo della congregazione è semi-commissariato, ossia, il superiore generale è eletto dal consiglio, dal capitolo generale, però il vicario lo elegge il Papa. Due consiglieri generali sono eletti dal capitolo generale e altri due li elegge il Papa, in modo tale che li aiutiamo a fare i conti con il passato.

... Chi non ha capito, chieda a uno spagnolo che gli spieghi le cose che ho detto.

Phil Pulella, dell’agenzia Reuters, ha fatto riferimento alle dichiarazioni di uno dei candidati alla Casa Bianca, il repubblicano Donald Trump, che in un’intervista ha detto che il Pontefice è un uomo politico, dichiarando che, se eletto, vuole costruire 2500 chilometri di muro lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico e deportare undici milioni di immigrati illegali, separando le famiglie. Quindi ha domandato cosa pensasse di tali dichiarazioni e se un cattolico americano possa votare per una persona del genere.

Ma, grazie a Dio che ha detto che io sono politico, perché Aristotele definisce la persona umana come “animal politicus”: almeno sono persona umana! E che sono una pedina... mah, forse, non so... lo lascio al giudizio vostro, della gente... E poi, una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti, non è cristiana. Questo non è nel Vangelo. Poi, quello che mi diceva, cosa consiglierei, votare o non votare: non mi immischio. Soltanto dico: se dice queste cose, quest’uomo non è cristiano. Bisogna vedere se lui ha detto queste cose. E per questo do il beneficio del dubbio.

Jean-Louis de la Vaissière, di France Presse, ha parlato dell’incontro con il Patriarca russo Cirillo, della Dichiarazione comune e del fatto che in Ucraina i greco-cattolici si sentano traditi. Poi ha chiesto al Papa se è stato invitato dal Patriarca ad andare a Mosca o se pensa di andare forse a Creta per il Concilio panortodosso.

Incomincio dalla fine. Io sarò presente, spiritualmente e con un messaggio. Mi piacerebbe andare a salutarli nel Concilio panortodosso: sono fratelli; ma devo rispettare. Ma so che loro vogliono invitare osservatori cattolici, e questo è un bel ponte. E dietro gli osservatori cattolici ci sarò io, pregando con i migliori auguri affinché gli ortodossi vadano avanti, avanti, perché sono fratelli e i loro vescovi sono vescovi come noi. Poi, Kirill. Il mio fratello. Ci siamo baciati, abbracciati, e poi un colloquio di un’ora...

Padre Lombardi ha osservato: «due ore!»...

Due ore! Due ore, nelle quali abbiamo parlato come fratelli, sinceramente, e nessuno sa di che cosa si sia parlato, soltanto ciò che abbiamo detto alla fine, pubblicamente, riguardo a quello che abbiamo provato nel colloquio. Terzo: quell’articolo, quelle dichiarazioni in Ucraina. Quando io ho letto questo, mi sono un po’ preoccupato, perché era piuttosto Svjatoslav Shevchuk che avrebbe detto che il popolo ucraino, o alcuni ucraini, o tanti ucraini si sentono profondamente delusi e traditi. Prima di tutto, io conosco bene Svjatoslav: a Buenos Aires, per quattro anni abbiamo lavorato insieme. Quando lui è stato eletto — a 42 anni, un brav’uomo! — è stato eletto arcivescovo maggiore, è tornato a Buenos Aires per prendere le sue cose. È venuto da me e mi ha regalato un’icona — piccola così — della Madonna della Tenerezza e mi ha detto: «Questa mi ha accompagnato per tutta la vita: voglio lasciarla a te, che mi hai accompagnato in questi quattro anni». È una delle poche cose che mi sono fatto portare da Buenos Aires e la tengo sulla mia scrivania. È un uomo per il quale ho rispetto e anche familiarità, ci diamo del “tu”, e per questo mi è sembrato un po’ strano. E ho ricordato una cosa che ho detto a voi: per capire una notizia, una dichiarazione, bisogna cercare l’ermeneutica di tutto. Quando ha detto questo? È stato detto in una dichiarazione del 14 febbraio scorso, domenica, domenica scorsa. Un’intervista che ha fatto, presa dal padre... non ricordo, un sacerdote ucraino; in Ucraina, presa, e pubblicata. Quella notizia — l’intervista è di due pagine e un po’, più o meno — quella notizia è nel terz’ultimo paragrafo, così piccolo. Ho letto l’intervista, e dirò questo: Shevchuk è la parte dogmatica, si dichiara figlio della Chiesa, in comunione con il Vescovo di Roma, con la Chiesa; parla del Papa, della vicinanza del Papa, e di lui, della sua fede, e anche della fede del popolo ortodosso. Nella parte dogmatica nessuna difficoltà, è ortodossa nel senso buono della parola, cioè dottrina cattolica. Poi, come in ogni intervista — questa, per esempio — ognuno ha il diritto di dire le sue cose, e questo non lo ha fatto riguardo all’incontro, perché dell’incontro dice: «È una cosa buona e dobbiamo andare avanti». In questo secondo capitolo, le idee personali che una persona ha. Per esempio, questo che io ho detto sui vescovi che spostano i preti pedofili, che il meglio che possono fare è dimettersi, è una cosa... non è dogmatica, ma è quello che io penso. E così lui ha le sue idee personali che sono per dialogare, e ha diritto ad averne. Tutto quello che dice lui è sul documento: quello è il problema. Sul fatto dell’incontro dice: «Questo è il Signore, lo Spirito che va avanti, l’abbraccio...»: tutto va bene. Il Documento? È un documento discutibile. E c’è un’altra cosa da aggiungere: che l’Ucraina è in un momento di guerra, di sofferenza, con tante interpretazioni. Io ho nominato il popolo ucraino chiedendo preghiere e vicinanza tante volte, sia negli Angelus sia nelle Udienze del mercoledì. Ma il fatto storico di una guerra... ognuno ha la sua idea: come è questa guerra? chi l’ha incominciata? come si fa? come non si fa?... È evidente che questo è un problema storico, ma anche un problema esistenziale di quel Paese, e parla della sofferenza. E in questo contesto, io inserisco questo paragrafo, e si capisce quello che dicono i fedeli... Perché Svjatoslav dice: «Tanti fedeli mi hanno chiamato o scritto dicendo che sono profondamente delusi e traditi da Roma». Si capisce che un popolo in quella situazione senta questo. Il Documento è opinabile su questa questione dell’Ucraina, ma lì si dice che si fermi la guerra e che si vada ad accordi; anche io personalmente ho auspicato che gli Accordi di Minsk vadano avanti, e non si cancelli con il gomito quello che è stato scritto con le mani. La Chiesa di Roma, il Papa ha sempre detto: «Cercate la pace». Ho ricevuto entrambi i Presidenti . E per questo, quando lui dice che ha sentito questo dal suo popolo, io lo capisco, lo capisco. Ma non è “la” notizia. La notizia è tutto. Se voi leggete tutta l’intervista, vedete che ci sono cose dogmatiche serie, che rimangono, c’è un desiderio di unità, di andare avanti, ecumenico — lui è un uomo ecumenico... E ci sono alcune opinioni... Lui mi ha scritto, quando si è saputo del viaggio, dell’incontro, ma come un fratello, dando le sue opinioni di fratello... A me non dispiace il Documento, così; non dispiace nel senso che dobbiamo rispettare le cose che ognuno ha la libertà di pensare e in quella situazione tanto difficile. E da Roma... Adesso il nunzio è sulla frontiera dove si combatte, aiutando i soldati, i feriti; la Chiesa di Roma ha inviato tanto aiuto, tanto aiuto lì. E sempre cercare la pace, gli accordi; si rispetti l’Accordo di Minsk... Questo è l’insieme. Ma non bisogna spaventarsi per quella frase: questa è una lezione, che una notizia la si deve interpretare con l’ermeneutica del tutto, non della parte.

Quindi il giornalista francese ha di nuovo domandato se ci fosse stato l’invito del Patriarca Cirillo a Mosca.

Il Patriarca Kirill... Io preferirei... perché se dico una cosa devo dirne un’altra e un’altra e un’altra. Preferirei che quello di cui abbiamo parlato noi, da soli, sia soltanto quello che abbiamo detto in pubblico. Questo è un dato. E se dico questo, dovrei dire altro… no! Quello che io ho detto in pubblico, quello che lui ha detto in pubblico, questo è ciò che si può dire del colloquio privato. Altrimenti non sarebbe privato. Ma posso dirle: io sono uscito felice. E anche lui.

Carlo Marroni, del «Sole 24 Ore», ha accennato alla discussione nel Parlamento italiano della legge sulle unioni civili, che rimanda anche al tema delle adozioni e diritti dei bambini e dei figli.

Prima di tutto, io non so come stanno le cose nel Parlamento italiano. Il Papa non si immischia nella politica italiana. Nella prima riunione che ho avuto con i vescovi [italiani], nel maggio 2013, una delle tre cose che ho detto: «Con il governo italiano, arrangiatevi voi». Perché il Papa è per tutti, e non può mettersi nella politica concreta, interna di un Paese: questo non è il ruolo del Papa. E quello che penso io è quello che pensa la Chiesa, e che ha detto in tante occasioni. Perché questo non è il primo Paese che fa questa esperienza: sono tanti. Io penso quello che la Chiesa sempre ha detto.

La spagnola Paloma García Ovejero, di Cope, ha espresso preoccupazioni per il virus “Zika”, che provoca rischi soprattutto alle donne in gravidanza, al punto che alcune autorità hanno proposto l’aborto. E ha domandato al Pontefice se la Chiesa può prendere in considerazione il concetto di “male minore”.

L’aborto non è un “male minore”. È un crimine. È fare fuori uno per salvare un altro. È quello che fa la mafia. È un crimine, è un male assoluto. Riguardo al “male minore”: evitare la gravidanza è un caso — parliamo in termini di conflitto tra il quinto e il sesto comandamento. Paolo VI — il grande! — in una situazione difficile, in Africa, ha permesso alle suore di usare gli anticoncezionali per i casi di violenza. Non bisogna confondere il male di evitare la gravidanza, da solo, con l’aborto. L’aborto non è un problema teologico: è un problema umano, è un problema medico. Si uccide una persona per salvarne un’altra — nel migliore dei casi — o per passarsela bene. È contro il giuramento di Ippocrate che i medici devono fare. È un male in sé stesso, ma non è un male religioso, all’inizio, no, è un male umano. Ed evidentemente, siccome è un male umano — come ogni uccisione — è condannato. Invece, evitare la gravidanza non è un male assoluto, e in certi casi, come in quello che ho menzionato del beato Paolo VI, era chiaro. Inoltre, io esorterei i medici che facciano di tutto per trovare i vaccini contro queste due zanzare che portano questo male: su questo si deve lavorare... Grazie.

Il tedesco Ludwig Ring-Eifel, della Katholische-Nachrichten-Agentur (Kna), ha preso spunto dal fatto che tra poche settimane Francesco riceverà il Premio Carlo Magno, uno dei riconoscimenti più prestigiosi della Comunità europea — come il suo predecessore, Giovanni Paolo II — in un momento in cui l’unità europea sembra stia andando in pezzi, prima con la crisi dell’euro e adesso con quella dei rifugiati.

Primo, sul Premio Carlo Magno. Io avevo l’abitudine di non accettare onorificenze o dottorati; da sempre, non per umiltà, ma perché non mi piacciono queste cose. Un po’ di pazzia è bene averla, e non mi piace. Ma in questo caso, sono stato non dico “forzato”, ma “convinto” con la santa e teologica testardaggine del cardinale Kasper, che è stato scelto da Aachen per convincermi! E io ho detto: «Sì, ma in Vaticano». Ho detto questo; e lo offro per l’Europa: che sia una con-decorazione, un premio perché l’Europa possa fare quello che ho auspicato a Strasburgo: perché possa essere non la “nonna-Europa” ma la “mamma-Europa”. Secondo. L’altro giorno, leggendo le notizie su queste crisi — io leggo poco, sfoglio soltanto un giornale (non dico il nome per non suscitare gelosia, ma si sa), quindici minuti guardo, e poi mi faccio informare dalla Segreteria di Stato — una parola che mi è piaciuta, mi è piaciuta — non so chi l’approvi e chi no — è «la rifondazione dell’Unione Europea». E ho pensato ai grandi Padri... Ma, oggi, dove c’è uno Schuman, un Adenauer? Questi grandi, che nel dopoguerra hanno fondato l’Unione Europea. E mi piace, questa idea della ri-fondazione: magari si potesse fare! Perché l’Europa, non direi che è unica, ma ha una forza, una cultura, una storia che non si può sprecare, e dobbiamo fare di tutto perché l’Unione Europea abbia la forza e anche l’ispirazione di farci andare avanti. Non so: è questo che penso.

Anne Thompson, di Nbc News, ha chiesto come una Chiesa che sostiene di essere “misericordiosa” possa perdonare più facilmente un assassino che chi divorzia e si risposa.

Mi piace la domanda! Sulla famiglia, hanno parlato due Sinodi e il Papa ha parlato tutto l’anno nelle catechesi del mercoledì. E la domanda è vera, mi piace, perché Lei l’ha fatta plasticamente bene. Nel documento post-sinodale che uscirà, — forse prima di Pasqua — in uno dei capitoli — perché ne ha tanti — si riprende tutto quello che il Sinodo ha detto sui conflitti o sulle famiglie ferite, e la pastorale delle famiglie ferite... È una delle preoccupazioni. Come un’altra è la preparazione per il matrimonio. Lei pensi che per diventare prete ci sono otto anni di studio, di preparazione, e poi, dopo un certo tempo, se non ce la fai, chiedi la dispensa e te ne vai, ed è tutto a posto. Invece, per fare un Sacramento che è per tutta la vita, tre-quattro conferenze... La preparazione al matrimonio è molto, molto importante, perché credo che sia una cosa che la Chiesa, nella pastorale comune — almeno nel mio Paese, in Sudamerica — non ha valutato tanto. Per esempio — adesso non tanto, ma alcuni anni fa — nella mia Patria, c’era l’abitudine di... si chiamava “casamiento de apuro”: sposarsi di fretta perché viene il bambino. E per coprire socialmente l’onore della famiglia... Lì, non erano liberi, e tante volte questi matrimoni sono nulli. E io, come vescovo, ho proibito di fare questo ai sacerdoti, quando c’era questo... Che venga il bambino, che continuino da fidanzati, e quando si sentono di farlo per tutta la vita, che vadano avanti. Ma c’è una carenza [nella preparazione] al matrimonio. Poi, un altro capitolo molto interessante: l’educazione dei figli. Le vittime dei problemi della famiglia sono i figli. Ma sono anche vittime dei problemi della famiglia che né il marito né la moglie vogliono: per esempio, il bisogno di lavoro. Quando il papà non ha tempo libero per parlare con i figli, quando la mamma non ha tempo libero per parlare con i figli... Quando io confesso una coppia che ha figli, dei coniugi, dico: »Quanti figli ha?». E alcuni si spaventano perché dicono: «Il prete mi domanderà perché non ne ho di più...». E io dico: «Le farò una seconda domanda: lei gioca con i suoi figli?»; e la maggioranza — quasi tutti! — dicono: «Ma, padre, non ho tempo: lavoro tutta la giornata». E i figli sono vittime di un problema sociale che ferisce la famiglia. È un problema... Mi piace, la sua domanda. E una terza cosa interessante, nell’incontro con le famiglie, a Tuxtla — c’era una coppia di ri-sposati in seconda unione, integrati nella pastorale della Chiesa; e la parola-chiave che ha usato il Sinodo — e io la riprenderò — è “integrare” nella vita della Chiesa le famiglie ferite, le famiglie di risposati, e tutto questo. Ma non dimenticare i bambini al centro! Sono le prime vittime, sia delle ferite sia delle condizioni di povertà, di lavoro, di tutto questo.

Quindi Thompson ha incalzato, domandando se ciò significasse che potranno fare la comunione.

Questa è una cosa... è il punto di arrivo. Integrare nella Chiesa non significa «fare la comunione»; perché io conosco cattolici risposati che vanno in chiesa una volta l’anno, due volte: «Ma, io voglio fare la comunione!», come se la comunione fosse un’onorificenza. È un lavoro di integrazione... tutte le porte sono aperte. Ma non si può dire: da ora in poi «possono fare la comunione». Questo sarebbe una ferita anche ai coniugi, alla coppia, perché non farà compiere loro quella strada di integrazione. E questi due erano felici! E hanno usato un’espressione molto bella: «Noi non facciamo la comunione eucaristica, ma facciamo comunione nella visita all’ospedale, in questo servizio, in quello...». La loro integrazione è rimasta lì. Se c’è qualcosa di più, il Signore lo dirà a loro, ma... è un cammino, è una strada...

Antoine-Marie Izoard, di Imedia, riallacciandosi alla precedente risposta ha scherzato sul fatto di non aver tempo per giocare con i figli. Poi riferendosi al clamore suscitato dalla corrispondenza tra Giovanni Paolo IIe la filosofa americana Anna Tymieniecka, ha chiesto se un Papa può avere una relazione così intima con una donna.

Questo lo conoscevo, questo rapporto di amicizia, tra san Giovanni Paolo II e questa filosofa, quando ero a Buenos Aires: una cosa che si sapeva, anche i libri di lei sono conosciuti, e Giovanni Paolo II era un uomo inquieto... Poi, io dirò che un uomo che non sa avere un buon rapporto di amicizia con una donna — non parlo dei misogini: questi sono malati — è un uomo a cui manca qualcosa. E io, anche per esperienza personale, quando chiedo un consiglio, chiedo a un collaboratore, a un amico, un uomo, ma mi piace anche sentire il parere di una donna; e ti danno tanta ricchezza! Guardano le cose in un altro modo. A me piace dire che la donna è quella che costruisce la vita nel grembo, e ha — ma questa è una comparazione che faccio — e ha questo carisma di darti cose per costruire. Un’amicizia con una donna non è peccato, un’amicizia. Un rapporto amoroso con una donna che non sia tua moglie, è peccato. Il Papa è un uomo, il Papa ha bisogno anche del pensiero delle donne. E anche il Papa ha un cuore che può avere un’amicizia sana, santa con una donna. Ci sono santi amici: Francesco e Chiara, Teresa e Giovanni della Croce... Ma le donne ancora sono un po’... non bene considerate, non totalmente... Non abbiamo capito il bene che una donna può fare alla vita del prete e della Chiesa, in un senso di consiglio, di aiuto, di sana amicizia. Grazie.

Franca Giansoldati, del «Messaggero», è tornata sul dibattito politico in Italia sulle unioni civili, ricordando il documento della Congregazione della Dottrina della fede, del 2003, che dice espressamente che i parlamentari cattolici non devono votare queste leggi. E ha chiesto se questo documento ha ancora un valore. Quindi ha parlato di un altro disgelo che si intravede all’orizzonte dopo quello con Mosca: ovvero l’incontro che il Pontefice vorrebbe avere con il Gran Imam di Al-Azhar e quindi con l’islam sunnita.

Su questo, è andato monsignor Ayuso al Cairo, la settimana scorsa, per incontrare il vice del Gran Imam, e anche salutare l’Imam. Monsignor Ayuso è segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, presieduto dal cardinale Tauran. Io desidero incontrare l’Imam, so che a lui piacerebbe, e stiamo cercando il modo, sempre tramite il cardinale Tauran, perché quella è la strada. Ma ce la faremo, su questo. Sul primo argomento: io non ricordo bene quel documento del 2003 della Congregazione per la Dottrina della fede. Ma un parlamentare cattolico deve votare secondo la propria coscienza ben formata: questo, direi soltanto questo. Credo che sia sufficiente. E dico «ben formata», perché non è la coscienza del «quello che mi pare». Io mi ricordo quando è stato votato il matrimonio delle persone dello stesso sesso a Buenos Aires, che c’era un pareggio di voti, e alla fine uno ha detto all’altro: «Ma tu vedi chiaro?» — «No» — «Neppure io» — «Andiamocene» — «Se ce ne andiamo, non raggiungiamo il quorum». E l’altro ha detto: «Ma se raggiungiamo il quorum, diamo il voto a Kirchner!», e l’altro: «Preferisco darlo a Kirchner e non a Bergoglio!»... e avanti. Questa non è coscienza ben formata! E sulle persone dello stesso sesso, ripeto quello che ho detto nel viaggio di ritorno da Rio de Janeiro e che è nel Catechismo della Chiesa Cattolica.

Javier Martínez Brocal, di Rome Reports, ha chiesto al Papa se andrà in Argentina, quando tornerà in America latina, o se andrà in Cina.

La Cina... andare là: mi piacerebbe tanto! Voglio dire una cosa, una cosa giusta, sul popolo messicano. È un popolo di una ricchezza, di una ricchezza tanto grande, è un popolo che sorprende... Ha una cultura, una cultura millenaria... Voi sapete che oggi, in Messico si parlano 65 lingue, contando gli indigeni? 65! È un popolo di una grande fede, anche ha sofferto persecuzioni religiose, ci sono martiri. — adesso ne canonizzerò due o tre — È un popolo... non lo si può spiegare. E un popolo non lo si può spiegare semplicemente perché la parola “popolo” non è una categoria logica, è una categoria mistica. E il popolo messicano non lo si può spiegare, questa ricchezza, questa storia, questa gioia, questa capacità di festa, e queste tragedie delle quali voi avete domandato. Io non posso dire un’altra cosa, che questa unità, anche che questo popolo sia riuscito a non fallire, a non finire con tante guerre, e cose che succedono adesso... Lì, a Ciudad Juárez, c’era un patto di 12 ore di pace per la mia visita: dopo continueranno a lottare tra loro, i trafficanti... Un popolo che ha ancora questa vitalità, si spiega solamente per Guadalupe. E io vi invito a studiare seriamente il fatto Guadalupe. La Madonna è lì. Io non trovo un’altra spiegazione. E sarebbe bello che voi, come giornalisti... Ci sono alcuni libri buoni che spiegano, spiegano anche il dipinto, com’è, cosa significa... E così si potrà capire un po’ questo popolo tanto grande, tanto bello.

Caroline Pigozzi, di «Paris Match», ha domandato al Papa cos’avesse chiesto alla Vergine di Guadalupe e se sogna in italiano o in spagnolo.

Sì, dirò che sogno in esperanto... Non so come rispondere a questo, davvero. Alcune volte sì, ricordo, qualche sogno in altra lingua, ma sognare in lingue no, con figure, sì. La mia psicologia è così. Con parole sogno poco. E la prima domanda era?

Pigozzi ha risposto: sulla Madonna.

Ho chiesto per il mondo, per la pace... Tante cose... La poverina ha finito con la testa così... Ho chiesto perdono, ho chiesto che la Chiesa cresca sana, ho chiesto per il popolo messicano... E anche una cosa che ho chiesto tanto è che i preti siano veri preti, e le suore vere suore, e i vescovi veri vescovi: come il Signore ci vuole. Questo l’ho chiesto tanto. Ma poi, le cose che un figlio dice alla mamma sono un po’ segrete... Grazie, Carolina.

Infine padre Lombardi ha voluto festeggiare Alberto Gasbarri al suo ultimo viaggio. E il Papa ha interrotto con una battuta la presentazione di alcuni doni.

Una sola parola: anche io ripeto quello che ho detto all’inizio: grazie tante! E mi ha dato buoni consigli. Solo, ha un difetto: non sa calcolare bene i chilometri!...

Dopo la torta il Papa ha concluso.

Buon viaggio. Grazie tante per il vostro lavoro e pregate per me. E sapete che io sono a vostra disposizione. E giocate con i vostri figli!