Investimenti e impegni dal vertice sulla via della seta- Pechino scopre il libero commercio

2017-05-16 L’Osservatore Romano

La Cina “custode” della globalizzazione e del libero commercio: è questa l’immagine rilanciata dai media dopo il summit economico di Pechino, che ha riunito delegati di oltre cento nazioni e i vertici di Nazioni Unite, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. Ventisette dei trenta capi di governo presenti hanno in effetti sottoscritto l’appello «contro ogni nuova forma di protezionismo» promosso dal presidente cinese Xi Jinping. Appello legato a doppio filo alla nuova “via della seta”, un progetto di espansione economica e commerciale che muoverà ottomila miliardi di dollari, cioè venticinque volte il piano Marshall. Xi ha parlato di «sviluppo aperto» e di «inclusività dall’Asia all’Europa» in controtendenza rispetto alle nuove strette doganali annunciate dagli Stati Uniti.

Più che la cifra degli ottomila miliardi, da record è l’orizzonte temporale previsto per la realizzazione della nuova “via della seta”: il 2020. Se da un lato il paragone con il piano Marshall, voluto dagli Stati Uniti per l’Europa all’indomani della seconda guerra mondiale, può essere utile a comprendere le proporzioni dell’investimento economico che ruota attorno alla One belt one road (una cintura, una via), dall’altro va sottolineato che non si tratta di un intervento disinteressato. Il progetto prevede non solo investimenti per infrastrutture ferroviarie e portuali dall’Asia centrale all’Europa, passando per Asia del sud e Medio oriente, ma anche decine di progetti già portati a compimento, come nel caso del porto del Pireo in Grecia divenuto base commerciale cinese nel Mediterraneo. Pechino ha messo sul tavolo 124 miliardi di dollari. Il tutto si muove attraverso uno strumento essenziale: la Asian infrastructure investment bank, nata a Pechino nel 2014.

Da parte sua il presidente cinese ha comunque proposto «una piattaforma aperta di cooperazione e un’economia mondiale aperta». E all’universo commerciale che accusa la Cina di non rispettare le norme sul dumping, ha detto che il mondo deve creare condizioni che promuovano «norme commerciali e d’investimento globali, ragionevoli e trasparenti». In sostanza, dovrebbero essere discusse nuove norme commerciali.

Tra i favorevoli, il cancelliere dello Scacchiere britannico, Philip Hammond che ha dichiarato al vertice che il suo paese è «un partner naturale», ormai proiettato nel dopo Brexit. Tra i critici, il ministro del commercio australiano, Steven Ciobo, che ha affermato che «accanto alle opportunità sulla via della seta, non si possono dimenticare interessi nazionali da difendere». Xi Jinping ha rassicurato: «Non interferiremo negli affari interni di altri paesi, non esporteremo il nostro sistema di società e il nostro modello di sviluppo, e ancor di più non vogliamo imporre i nostri punti di vista». Sono proprio queste parole a chiarire che la questione si fa decisamente politica oltre che economica.

E tra entusiasmi o perplessità, c’è chi già ha sollevato un problema ben preciso. È stata l’India, di cui tutti gli analisti hanno notato l’assenza a Pechino. New Delhi non è d’accordo con il progetto del corridoio da 57 miliardi tra la Cina e il Pakistan che passa per il Kashmir.

Di «prospettive di pace che si aprono» si è detto convinto il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ricordando che «oggi la Cina è il motore dell’economia globale» e che «questo progetto avvicina le persone, favorisce non solo lo sviluppo ma anche il bene del mondo». Sempre che «tutti ne escano vincitori».

È chiaro che non sarà solo il governo cinese a investire nella nuova via della seta. Ciò nonostante, il grosso dell’impegno è pensato da Pechino e spetterà alla Cina, che rappresenta la seconda economia mondiale. Nel primo trimestre di quest’anno ha registrato una crescita del 6,9 per cento. Nonostante che ad aprile l’espansione della produzione industriale abbia rallentato, si potrebbe sempre chiudere il 2017 al 6,5 per cento. Ma c’è chi, proprio dall’interno, avverte su possibili rischi. L’economista Shi Yinhong, esperto di affari internazionali della Renmin University di Pechino, ha scritto che «la Cina deve evitare un eccessivo espansionismo, che porterebbe a conti scoperti strategici». La scommessa è per tutti.

di Fausta Speranza