​Intervista a Valeria Fabrizi - Da suora a contessa

2017-03-15 L’Osservatore Romano

«Io penso sempre che Lui ci sia». L’indice timidamente alzato, gli occhi pieni dell’incanto di una bambina, intatto nonostante le molte primavere, Valeria Fabrizi — la suor Costanza della serie tv «Che Dio ci aiuti» — racconta la sua personale spiritualità, e il suo costante dialogo con Dio. «Lui ci guida, ha già scritto tutto e ogni giorno della nostra vita — questo regalo immenso che è la vita — dobbiamo dire grazie. Ringraziare per le piccole e grandi gioie che ci vengono date. Basta questo come preghiera secondo me».

Per cosa dice grazie Valeria Fabrizi?

Il cast della serie televisiva «Che Dio ci aiuti»

Ci sono cose importanti per cui ringraziare, come il vero amore. O come un figlio. L’amore è un impegno, però è tutto nella vita. Un padre, una madre e un figlio sono una trinità.

Lei è sempre stata credente?

Sì. Adesso le racconto una cosa molto personale: da bambina mi hanno regalato un santino che ho sempre portato con me. Poi, più grande, mentre lavoravo in compagnia con Erminio Macario, mi venne regalato un altro santino. L’immagine era sempre quella e raffigurava Gesù. Poi il mio parroco mi regalò un altro santino; e l’immagine era sempre la stessa. Lo stesso parroco mi ha poi portato a vedere una chiesa vicino al Vaticano (io non sono di Roma), e lì ho trovato l’originale, ho visto che il Gesù del santino era il Gesù della Misericordia. Ora che vivo a Roma torno sempre in quella chiesa, prendo i santini di Gesù e li distribuisco a tutti. Con Carlo Campanini e Macario andammo anche da padre Pio. Vado spesso in Vaticano a comprare dei piccoli rosari del Gesù della Misericordia da regalare. È un rosario piccolissimo con tre grani: un Padre Nostro, un’Ave Maria e un Gloria: lo possono recitare tutti. E poi credo molto nel nostro angelo custode, che non preghiamo mai ma ci è sempre accanto e ci guida veramente nella nostra vita.

Come si trova nel ruolo di suor Costanza, madre superiora del convento?

Benissimo, amo questo personaggio che ho personalizzato e fatto mio. Nel mio ruolo di suor Costanza ad esempio, è scritto che io debba prendere spesso delle pillole per il cuore. Tempo fa, malignando per scherzo, dicevo che la casa di produzione aveva scelto di inserire questo particolare per precauzione, perché l’attrice o il ruolo potevano non funzionare. E allora avrebbero avuto la possibilità di togliermi dalla serie con facilità fingendo un attacco cardiaco. Io invece li ho fregati! A parte gli scherzi, il mio personaggio ha avuto davvero un grande successo, è molto amato da chi segue la serie. E anche gli autori se ne sono sicuramente resi conto.

È soddisfatta della sua carriera?

Sono sempre stata un jolly; forse non sono stata mai capita davvero. Ero una ragazza molto bella ma sono stata penalizzata perché ero seria. Non cedevo. Il Padre eterno mi ha dato veramente tanto: so cantare, ballare, recitare, sono a mio agio sia nei ruoli drammatici che in quelli brillanti. Mi rendo conto che dicendo così può sembrare che sto peccando di presunzione, ma alla mia età lo devo dire, essere sincera è un lusso che mi posso permettere. Non ho mai avuto ambizione, non ho mai sgomitato e mi sono sempre accontentata. Mi volevo sposare, volevo una famiglia. Ho sposato Tata Giacobetti del Quartetto Cetra, ho avuto una figlia, ho perso un figlio, e da quel momento ho deciso di smettere di lavorare. Per lungo tempo.

Poi che cosa è successo?

Pupi Avati mi ha proposto un lavoro, poi è morto mio marito. Ero rimasta sola e anche mia figlia mi ha spronato a riprendere il lavoro. E così è stato. Sono felice di averlo fatto perché la recitazione è la mia natura.

di Silvia Maria Busetti