Incontro attraverso il dialogo - Intervista di Papa Francesco ad «Asia Times»

2016-02-02 L’Osservatore Romano

Pubblichiamo, in una nostra traduzione, l’intervista al Papa uscita il 2 febbraio su «Asia Times».

Lo ha percepito subito, o almeno così mi è parso, e ha cercato di mettermi a mio agio. Di fatto ero nervoso. Avevo passato molte ore a smussare ogni dettaglio delle domande che avrei posto, e lui aveva voluto del tempo per riflettere ed esaminarle. Aveva ragione. Avevo chiesto un’intervista su questioni culturali e filosofiche ampie, riguardanti tutti i cinesi, il 99 per cento dei quali non è cattolico. Non volevo toccare argomenti religiosi o politici dei quali altri Papi avevano parlato in altre occasioni. 

Matteo Ricci con Xu Guangqi

Speravo che potesse trasmettere agli uomini e alle donne in Cina, la sua immensa empatia umana, parlando per la prima volta in assoluto di questioni che li preoccupano profondamente ogni giorno: la disgregazione della famiglia tradizionale; le loro difficoltà a essere compresi dal mondo occidentale e a comprenderlo; il loro senso di colpa derivante da esperienze del passato come la rivoluzione culturale e così via. E lui lo ha fatto, dando a tutti i cinesi, e a tutte le persone preoccupate per la rapida crescita della Cina, motivi di speranza, pace e riconciliazione. Il Papa ritiene che i cinesi stiano andando in una direzione positiva e che non debbano avere paura di ciò, e nemmeno il resto del mondo. Pensa anche che i cinesi abbiano una grande eredità di saggezza che arricchirà loro e tutti gli altri; questa eredità aiuterà tutti a trovare un cammino pacifico per andare avanti. In qualche modo, questa intervista è il Papa che benedice la Cina.

Che cos’è per lei la Cina? Come la immaginava da giovane, considerato che per l’Argentina la Cina non è oriente ma lontano occidente? Cosa significa per lei Matteo Ricci?

Per me la Cina è sempre stata un punto di riferimento di grandezza. Un grande paese. Ma più che un paese, una grande cultura con una saggezza inesauribile. Da bambino, quando leggevo qualcosa sulla Cina, questo fatto aveva la capacità di ispirarmi ammirazione. Provo ammirazione per la Cina. In seguito ho approfondito la vita di Matteo Ricci e ho visto come quell’uomo provava la stessa cosa che provavo io e nello stesso identico modo, ammirazione, e come è riuscito a entrare in dialogo con questa grande cultura, con questa saggezza secolare. Seppe “incontrarla”. Quando ero giovane e si parlava della Cina, pensavamo alla Grande Muraglia. Il resto non si conosceva nella mia patria. Ma approfondendo la questione sempre più, ebbi un’esperienza d’incontro molto diversa, sia per il tempo sia per i modi, rispetto a quella di Ricci. Però mi sono imbattuto in qualcosa che non mi aspettavo. L’esperienza di Ricci c’insegna che è necessario entrare in dialogo con la Cina, poiché si tratta di un accumulo di saggezza e di storia. È una terra benedetta da molte cose. E la Chiesa cattolica, tra i cui doveri vi è quello di rispettare tutte le civiltà, dinanzi a questa civiltà, direi che ha il dovere di rispettarla, con la r maiuscola. La Chiesa ha il grande potenziale di ricevere cultura. L’altro giorno ho avuto l’occasione di vedere i dipinti di un altro grande gesuita, Giuseppe Castiglione, il quale aveva anche lui il virus gesuita (ride). Castiglione sapeva come esprimere bellezza, l’esperienza dell’apertura nel dialogo: ricevere da altri e dare qualcosa di se stessi su una lunghezza d’onda “civilizzata”, delle civiltà. Quando dico “civilizzato” non intendo soltanto civiltà “educate”, ma anche civiltà che s’incontrano. Inoltre, non so se è vero, ma dicono che sia stato Marco Polo a portare gli spaghetti in Italia (ride). Quindi sono stati i cinesi a inventarli. Non so se è vero. Ma lo dico en passant. È questa la mia impressione: grande rispetto. E ancora di più, quando ho sorvolato la Cina per la prima volta, e in aereo mi è stato detto “tra dieci minuti entreremo nello spazio aereo cinese e invieremo il suo saluto”, confesso di avere provato una grande emozione, cosa che di solito non mi accade. Mi sono commosso per il fatto di sorvolare questa grande ricchezza di cultura e saggezza.

Per la prima volta nella sua storia millenaria la Cina sta uscendo dal proprio ambiente e si sta aprendo al mondo, creando sfide senza precedenti per se stessa e il mondo. Lei ha parlato di una terza guerra mondiale che sta avanzando in modo nascosto: quali sfide questo rappresenta nella ricerca della pace?

Il timore, la paura, non è mai un buon consigliere. Se un padre o una madre hanno paura quando hanno un figlio adolescente, non sanno come occuparsi bene di lui. In altre parole, non dobbiamo temere sfide di alcun genere, poiché tutti, uomini e donne, hanno in loro la capacità di trovare modi di coesistenza, di rispetto e di ammirazione reciproca. Ed è evidente che tanta cultura e tanta saggezza, e per giunta tanta conoscenza tecnologica — pensiamo solo alle antichissime tecniche mediche — non possono rimanere rinchiuse in un paese; tendono a espandersi, a diffondersi, a comunicarsi. L’uomo tende a comunicare, una civiltà tende a comunicare. È ovvio che quando la comunicazione avviene in tono aggressivo per difendere se stessi, ne risultano guerre. Ma non avrei paura. È una grande sfida mantenere l’equilibrio della pace. Qui abbiamo Nonna Europa, come ho detto a Strasburgo. Sembra che non sia più Mamma Europa. Spero che possa riuscire a riprendersi quel ruolo. E riceve da questo antichissimo paese un contributo sempre più ricco. E quindi è necessario accettare la sfida e correre il rischio di bilanciare questo scambio per la pace. Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza per farlo. Dobbiamo trovare il modo, sempre attraverso il dialogo; non c’è altra via (allarga le braccia come per abbracciare). L’incontro si ottiene attraverso il dialogo. Il vero equilibrio della pace si realizza attraverso il dialogo. Dialogo non significa che si finisce con un compromesso, mezza torta a te e l’altra mezza a me. È quello che è accaduto a Yalta e abbiamo visto i risultati. No, dialogo significa: bene, siamo arrivati a questo punto, posso essere o non essere d’accordo, ma camminiamo insieme; è questo che significa costruire. E la torta rimane intera, camminando insieme. La torta appartiene a tutti, è umanità, cultura. Tagliare la torta, come a Yalta, significa dividere l’umanità e la cultura in piccoli pezzi. E la cultura e l’umanità non possono essere tagliate in piccoli pezzi. Quando parlo di questa grande torta parlo in senso positivo. Tutti possono influire sul bene comune di tutti (il Papa sorride e chiede: «Non so se l’esempio della torta è chiaro per i cinesi». Annuisco).

Negli ultimi decenni la Cina ha sperimentato tragedie senza pari. Dal 1980 i cinesi hanno sacrificato ciò che hanno sempre avuto più a cuore, i loro figli. Per i cinesi si tratta di ferite molto profonde. Tra l’altro, hanno lasciato un enorme vuoto nelle loro coscienze e in qualche modo anche un bisogno estremamente profondo di riconciliarsi con se stessi e di perdonarsi. Nell’anno della misericordia, che messaggio può dare al popolo cinese?

L’invecchiamento di una popolazione e dell’umanità si sta verificando in molti luoghi. Qui in Italia il tasso di natalità è quasi al di sotto dello zero, e più o meno è lo stesso anche in Spagna. La situazione in Francia, con la sua politica di assistenza alle famiglie, sta migliorando. Ed è ovvio che le popolazioni invecchiano. Invecchiano e non hanno figli. In Africa, per esempio, è stato un piacere vedere bambini nelle strade. Qui a Roma, se vai in giro, vedi pochissimi bambini. Forse dietro c’è la paura alla quale lei sta alludendo, l’errata percezione non che semplicemente rimarremo indietro, ma che finiremo in miseria, quindi non facciamo figli. Ci sono altre società che hanno fatto la scelta opposta. Per esempio, durante il mio viaggio in Albania sono rimasto sorpreso nello scoprire che l’età media della popolazione è di circa quarant’anni. Esistono paesi giovani; penso che in Bosnia ed Erzegovina sia lo stesso. Paesi che hanno sofferto e scelgono la gioventù. Poi c’è il problema del lavoro. È una cosa che la Cina non ha, perché ha la capacità di offrire lavoro sia in campagna sia in città. Ed è vero, il problema della Cina di non avere figli deve essere molto doloroso; perché la piramide viene invertita e un bambino deve portare il fardello del padre, della madre, dei nonni. E questo è sfibrante, faticoso, disorientante. Non è naturale. Mi sembra di capire che la Cina ha aperto nuove possibilità su questo fronte.

Come dovrebbero essere affrontate queste sfide delle famiglie in Cina, considerando che si trovano in un processo di profondo cambiamento e non corrispondono più al modello tradizionale cinese della famiglia?

Riprendendo il tema, nell’anno della misericordia, che messaggio posso dare al popolo cinese? La storia di un popolo è sempre un cammino. Talvolta un popolo cammina più velocemente, altre volte più lentamente, altre ancora si ferma, a volte fa un errore e ritorna un po’ indietro, oppure prende il cammino sbagliato e deve ritornare sui propri passi per seguire quello giusto. Ma quando un popolo va avanti, la cosa non mi preoccupa perché significa che sta facendo storia. E penso che il popolo cinese stia andando avanti, ed è questa la sua grandezza. Cammina, come tutti i popoli, attraversando luci e ombre. Guardando al passato — e forse il fatto di non avere figli crea un complesso — è salutare assumersi la responsabilità del proprio cammino. Bene, abbiamo seguito questo percorso, qualcosa non ha funzionato per niente, quindi adesso si sono aperte altre possibilità. Entrano in gioco altre questioni: l’egoismo di alcuni dei settori benestanti che preferiscono non avere figli, e così via. Devono assumersi la responsabilità del proprio cammino. E andrei anche oltre: non siate amareggiati, bensì in pace con il vostro cammino, anche se avete fatto errori. Non posso dire la mia storia è stata negativa, che odio la mia storia (il Papa mi rivolge uno sguardo penetrante). No, ogni popolo deve riconciliarsi con la propria storia quale suo cammino, con successi ed errori. E questa riconciliazione con la propria storia porta molta maturità, molta crescita. Qui utilizzerei la parola usata nella domanda: misericordia. È salutare per una persona provare misericordia per se stessa, non essere sadica o masochista. Questo è sbagliato. E direi la stessa cosa per un popolo: è salutare per un popolo essere misericordioso verso se stesso. E questa nobiltà d’animo… Non so se usare o no la parola perdono, non lo so. Ma accettare che quello è stato il mio cammino, sorridere e andare avanti. Se ci si stanca e ci si ferma, si può diventare amareggiati e corrotti. E quindi, quando ci si assume la responsabilità del proprio cammino, accettandolo per quel che è stato, ciò consente alla propria ricchezza storica e culturale di emergere, anche nei momenti difficili. E come le si può permettere di emergere? Qui ritorniamo alla prima domanda: nel dialogo con il mondo attuale. Dialogare non significa arrendersi, perché a volte c’è il pericolo, nel dialogo tra paesi diversi, di agende nascoste, ovvero di colonizzazioni culturali. È necessario riconoscere la grandezza del popolo cinese, che ha sempre conservato la propria cultura. E la sua cultura — non sto parlando di ideologie che possono esserci state in passato — la sua cultura non è stata imposta.

La crescita economica del paese è avvenuta a un ritmo straordinario, ma ciò ha comportato anche disastri umani e ambientali che Pechino sta cercando di affrontare e risolvere. Allo stesso tempo, la ricerca di efficienza lavorativa sta imponendo nuovi costi alle famiglie: talvolta genitori e figli vengono divisi a causa delle esigenze lavorative. Che messaggio può dare loro?

Mi sento piuttosto come una suocera che dà consigli su ciò che andrebbe fatto (ride). Suggerirei un sano realismo; la realtà deve essere accettata, ovunque essa provenga. Questa è la nostra realtà; come nel calcio il portiere deve prendere la palla da ovunque arrivi. La realtà deve essere accettata per ciò che è. Essere realisti. Questa è la nostra realtà. Per prima cosa devo essermi riconciliato con la realtà. Non mi piace, sono contrario, mi fa soffrire, ma devo venirci a patti, non posso farci niente. Il secondo passo è di lavorare per migliorare la realtà e cambiarne la direzione. Ora, vede che sono suggerimenti semplici, un po’ comuni. Ma fare come lo struzzo che nasconde la testa nella sabbia per non vedere la realtà, non accettarla, non è una soluzione. Dunque, discutiamo, continuiamo a cercare, continuiamo a camminare, sempre in cammino, in movimento. L’acqua del fiume è pura perché continua a scorrere; l’acqua ferma ristagna. È necessario accettare la realtà così com’è, senza mascherarla, senza sofisticarla, e trovare sempre modi per migliorarla. Bene, questa è una cosa molto importante. Se ciò accade a un’azienda che ha lavorato per vent’anni e c’è una crisi negli affari, ci sono poche vie creative per migliorarla. Al contrario, quando accade a un paese antico, con la sua storia secolare, la sua saggezza secolare, la sua creatività secolare, allora si crea tensione tra il problema presente e il suo passato di antica ricchezza. E questa tensione porta fecondità quando guarda al futuro. Ritengo che la grande ricchezza della Cina, oggi, stia nel guardare al futuro da un presente sostenuto dalla memoria del suo passato culturale. Vivere in tensione, non nell’ansia, e la tensione è tra il ricchissimo passato e la sfida del presente che deve essere portata avanti nel futuro; vale a dire, la storia non finisce qui.

In occasione del prossimo nuovo anno cinese della Scimmia, vorrebbe inviare un saluto al popolo cinese, alle autorità e al presidente Xi Jinping?

Alla vigilia del nuovo anno, desidero inviare i miei migliori auspici e auguri al presidente Xi Jinping e a tutto il popolo cinese. E desidero esprimere la mia speranza che non perda mai la consapevolezza storica di essere un grande popolo, con una grande storia di saggezza, e che ha molto da offrire al mondo. Il mondo guarda alla vostra grande saggezza. In questo nuovo anno, con questa consapevolezza, possiate continuare ad andare avanti per aiutare e cooperare con tutti nella cura per la nostra casa comune e i nostri popoli comuni. Grazie!

di Francesco Sisci