​In un libro la storia del primo cappellano di Montecitorio - Le mille vite di don Falsario

2017-04-21 L’Osservatore Romano

All’anagrafe era registrato come Pietro Barbieri, ma gli amici lo chiamavano scherzosamente don Falsario; non certo un’offesa ma un complimento nel periodo di Roma città aperta, quando contraffare documenti per salvare vite umane era estremamente rischioso. Di coraggio ne ha avuto tanto Pietro Barbieri durante la sua lunga, intensa vita terrena, conclusa negli anni sessanta del Novecento, oltre a intraprendenza, tenacia, determinazione, spirito di iniziativa; qualità sempre saldamente ancorate a un costante, profondo dialogo con Dio. Non è facile riassumere il vasto, variegato, ricchissimo curriculum vitae di monsignor Barbieri: scrittore presso la Congregazione per il clero (che allora si chiamava Sacra Congregazione del Concilio) dal febbraio del 1931, staffetta partigiana, anima del Comitato di liberazione nazionale, primo cappellano di Montecitorio, amico e collaboratore di don Luigi Sturzo — sodalizio testimoniato da un nutrito scambio epistolare — ideatore e fondatore dell’Enciclopedia cattolica, saggista, commentatore radiofonico del vangelo domenicale, pastore attento alla cura degli emigrati in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti — dove ha incontrato Sacco e Vanzetti in punto di morte — fondatore di una cittadella sociale in Lombardia, pensata per garantire l’accoglienza alle persone più fragili.

Inaugurazione della cittadella sociale a Pieve di Cairo  Da sinistra, in prima fila, Pietro Barbieri il presidente Luigi Einaudi e monsignor Cesare Angelini

Alle mille vite di don Falsario, monsignor Paolo Rizzi — postulatore delle cause di canonizzazione del venerabile Teresio Olivelli e del beato Tommaso Reggio, officiale della Segreteria di Stato nella sezione Affari Generali dal 1998 — ha dedicato un libro, attingendo a testimonianze autorevoli e fonti di archivio inedite: Un italiano monsignore. Pietro Barbieri il primo cappellano di Montecitorio (Torino, Effatà editrice, 2017, pagine 174, euro 12). Scegliendo di cominciare da un episodio di grande forza evocativa, che fa capire il temperamento del protagonista.

Siamo a Roma, nei mesi più bui della seconda guerra mondiale, in piena occupazione tedesca.

«Don Pietro — scrive monsignor Rizzi — da diversi giorni sfida nazisti e fascisti e, con rischio quotidiano della vita, nasconde diversi perseguitati a casa sua, in via Cernaia 14, e presso istituti religiosi. Tra di essi, i rappresentanti dei partiti antifascisti si ritrovano clandestinamente nella sua abitazione per gettare le basi della nuova democrazia. Si presta anche a portare ai membri del Comitato di liberazione nazionale, ospitati in diverse strutture della capitale, le convocazioni del presidente, Ivanoe Bonomi». Oltre alle informazioni raccolte attraverso una ricetrasmittente, posta nel suo studio, e alle “soffiate” di un triestino, capitano dell’esercito.

In una di queste occasioni rischia davvero grosso, dimostrando un coraggio e una presenza di spirito eccezionali. Monsignor Barbieri sta andando in automobile in piena notte al Laterano per consegnare una lettera di convocazione del Comitato di liberazione nazionale. Il foglio è nascosto all’interno della custodia dei vasetti dell’olio santo.

A un posto di blocco la sua auto viene fermata dalle ss. I soldati sono insospettiti e irritati dal fatto che il sacerdote non vuole dire le generalità del malato a cui sta portando l’unzione degli infermi. I soldati decidono di arrestare lui e l’autista e portarli al carcere di Regina Coeli.

Guardandosi attorno alla ricerca di un pretesto per prendere tempo, don Pietro si accorge che sul marciapiede accanto all’auto è seduto un uomo anziano. Subito lo indica alle guardie come il malato da assistere spiritualmente. Don Barbieri intima ai due militari di trasportarlo all’ospedale e con altrettanta risolutezza ottiene di essere lasciato solo nella parte posteriore del camion per confessarlo e impartirgli l’unzione degli infermi, mentre l’autista prende posto con i due soldati nella cabina. Approfittando di qualche attimo di distrazione dei militari, che lo sorvegliano attraverso lo specchietto retrovisore, Barbieri straccia e ingoia pezzo dopo pezzo il foglio che aveva nascosto nel cofanetto del crisma. «Senza Barbieri, io e gli altri politici ospiti del Laterano avremmo fatto la fine di Bruno Buozzi, preso e ucciso dai nazisti» dirà l’onorevole Meuccio Ruini molti anni più tardi, nel 1963 rendendo omaggio — accanto a cardinali, vescovi, ministri, deputati, professori universitari, giornalisti, ex alunni, tanta gente del popolo e tanti amici di origine ebraica — alla salma di don Pietro.

di Silvia Guidi