Il tempo e il viaggio nell’opera di Pino Reggiani- Cronache dell’eterno presente

2017-05-17 L’Osservatore Romano

La mostra — allestita a Roma, alla Galleria Andrè di via Giulia dal 19 maggio al 10 giugno — si intitola «La fine dell’estate», ma il sottotitolo potrebbe essere «cronache dell’eterno presente». Molti dei quadri di Pino Reggiani ricordano quelle tavole medievali in cui un fatto è scomposto nei suoi elementi diacronici, raffigurati uno accanto all’altro: quello che è successo e che succederà, accanto a foto di gruppo ante litteram e particolari su cui l’autore vuole che lo sguardo dello spettatore si soffermi. Una visione globale e multipla, rassicurante nel suo permanere, anche quando si stanno raccontando fatti drammatici.

Pino Reggiani, «La partenza»  (2017, particolare)

Uno dei quadri più densi e vibranti in mostra è Partenza; in alto, uno sciame in movimento (su una nave, ma potrebbe anche essere uno stormo di uccelli migratori), in basso un volto diviso, segnato da una ferita semicircolare, colto in quel momento senza tempo in cui la «vita di prima» si fa ancora più presente, proprio perché in procinto di fare spazio ad altro. Tutto è composto e abbracciato in una campitura di blu profondo, che risolve ogni conflitto e suggerisce una misteriosa pace. Classificare l’autore come figurativo o informale non ha molto senso, chiosa Benito Recchilongo (che molti leggono e conoscono con lo pseudonimo di Leo Seniore) in uno dei saggi che accompagna il catalogo.

Reggiani appartiene a quella generazione di pittori che si è formata tra gli anni cinquanta e sessanta, quando in Italia il dibattito culturale non poteva prescindere da un dilemma, che oggi non ci appare più decisivo, come era invece sentito in quegli anni: il problema dell’impegno sì, impegno no. Sembrava a molti intellettuali allora che un artista o uno scrittore, se voleva lasciare un segno profondo nell’interpretazione del proprio io e del proprio tempo, non potesse non aderire a una certa visione politica della società e a certi canoni estetici. «C’erano molte ragioni storiche che davano un fondamento a quel dibattito — continua Recchilongo — ma le conclusioni estetiche cui spesso approdava diventarono anche una camicia di forza per molti artisti: si pensi solo al contrasto, che in Italia divenne spesso un conflitto, tra arte astratta e arte figurativa, che aveva agitato la generazione precedente, quella stessa che in quegli anni dominava la scena culturale: la generazione di Afro, di Guttuso, di Burri, tanto per intenderci. Ora il giovane Reggiani partecipava a quel clima culturale, ma non è mai stato totalmente integrato in esso: in parte, probabilmente per una sua ritrosia personale, una qualche forma di timidezza, che lo portava alla riflessione più che alla lotta; in parte perché era più impegnato a sperimentare linguaggi diversi, nella ricerca d’un suo linguaggio originale, che a proporre soluzioni e certezze».

Insomma, Reggiani non è mai stato un “intellettuale organico”: e questo lo ha talvolta penalizzato, ma lo ha anche salvato da quelle rigide scelte stilistiche (che in una certa misura erano anche scelte di campo) le quali a distanza di tempo si sono rivelate soffocanti «o addirittura sterilizzanti», rincara la dose Recchilongo. Grazie a questa libertà interiore Reggiani respira l’aria di quello che è stato definito genericamente neorealismo del secondo dopoguerra, ma scompagina l’assunto mimetico della rappresentazione, che è alla sua base, con inserti e campiture prettamente astratte o informali. Si avvicina all’arte pop, ma non ne accoglie fino in fondo i temi ricorrenti e i moduli stilistici, perché su di lui esercita una forte suggestione anche un certo espressionismo nordico, quello del gruppo Cobra ad esempio, con l’accumulo di una materia magmatica, una visionarietà onirica e una gestualità istintiva. Soprattutto non c’è mai in lui l’assunzione come immagine/simbolo della propria identità (che in alcuni artisti pop diventa anche celebrazione) dei prodotti della civiltà industriale.

di Silvia Guidi