Il paradiso perduto dell’amore divino dalla Genesi a Dostoevskji- Adamo perché piangi?

2017-05-15 L’Osservatore Romano

«Adamo, dove sei? Perché piangi Adamo, fratello mio?». Alla domanda del Signore Dio: «Adamo, perché piangi?» (Genesi, 3, 9), il libro della Genesi parla solo della vergogna di Adamo e di Eva, che «si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino» (3, 8), e non delle loro lacrime. Ebbene, la prima domenica di quaresima della liturgia bizantina celebra il “paradiso perduto” e comincia con il ricordo dell’uomo cacciato dal paradiso. Ecco che cosa canta: «Adamo un tempo si sedette per piangere davanti alla porta del paradiso e, la testa tra le mani, disse: “Dio di tenerezza, abbi pietà di me, povero peccatore”. Adamo, padre dell’umanità, si lamentava con grandi gemiti e i suoi singhiozzi riempivano tutto il vasto deserto, poiché la sua anima era tormentata da quel pensiero: “Ho offeso il Dio che amo”. Non rimpiangeva tanto il paradiso e la sua bellezza, quanto l’aver perso l’amore di Dio che, insaziabilmente e in ogni momento, attira l’anima a Lui».

l dialogo tra Raskolnikov e Marmeladov in una rappresentazione teatrale di «Delitto e castigo» di  Dostoevskji

Educato in questa liturgia bizantina, san Silvano del Monte Athos, monaco russo, fa risuonare tale canto, scrivendo a sua volta: «Adamo piangeva, perché a causa del suo peccato, aveva perso la pace e l’amore. Il suo dolore era immenso come il mare, e lo può capire solo colui la cui anima ha conosciuto il Signore e sa quanto ci ama. Anche io grido con Adamo: “Ti desidero Signore e ti cerco con le lacrime. Come potrei non cercarti? Tu mi hai permesso di conoscerti attraverso lo Spirito Santo, e questa conoscenza divina porta la mia anima a cercarTi piangendo”».

Con le lacrime di Adamo, il nostro primo fratello in umanità, cercheremo di entrare nel santuario intimo dell’anima di san Domenico, quando anche lui geme, si lamenta e versa abbondanti lacrime. Due domande costellano questo cammino verso la sorgente delle lacrime: «Dove sei?» e «Perché piangi?». Due santi ci guideranno in questo luogo intimo: da un lato san Domenico, che in un certo senso si fa eco delle lacrime di Adamo, e dall’altro santa Maria Maddalena, nel sepolcro vuoto, che in qualche modo ci fa entrare nelle lacrime di Cristo stesso.

Le lacrime di Domenico invitano a vedere al di là, a guardare l’invisibile che è in lui, vicino al suo cuore o alla sua anima. Quel pianto vede la profondità nascosta sotto la superficie, invita a una profondità insospettabile. Come se ciò che è possibile vedere in modo visibile non fosse che la corteccia delle cose, l’apparenza di un certa realtà.

Le lacrime di Domenico rivelano una conoscenza di pienezza senza artificio, al di là delle apparenze, della superficialità e della dispersione. Si tratta di un sapere su se stessi che è un dono e un dono d’amore. È come se aprissero una finestra sulla sua condizione di uomo grande e al tempo stesso fragile. Le lacrime annebbiano la sua vista per farlo entrare in un’altra conoscenza di sé e in un altro sapere. Piange perché vede che non c’è altro da vedere se non il suo abisso e la presenza di Cristo che lo guarda e l’ama. Piange perché vede che non c’è altro da vedere se non la sua indegnità e quell’Amore incondizionato che non dà alcun giudizio.

Domenico piangendo rinuncia a giudicare e a sapere, depone le armi di una forma di conoscenza per lasciarsi sorprendere da una passività senza fine che attenua la forza del legame tra lui e la sua indegnità; è senza dubbio per questo che si getta per terra con tutto il corpo e resta incollato alla polvere, come dice il salmo citato nel testo descrittivo dei nove modi di pregare (cfr. salmo 43, 26). Sceglie di mostrarci corporalmente lo spessore della sua incarnazione e della sua fragilità. Ci insegna in modo sorprendente l’intensità della sua presenza per l’Altro che è Cristo ma anche per tutti gli altri, i suoi fratelli. È completamente decentrato da se stesso, in un oblio di sé che è luce per coloro e per Colui ai quali sono destinate quelle lacrime. È presente a Cristo che piange sull’umanità, a se stesso e agli altri.

Le sue lacrime hanno origine nell’amore che arde in lui per il suo Dio e per i suoi fratelli. Le sue lacrime diventano quelle di Cristo. E le notti inondate di lacrime per coloro che lui chiama “i peccatori”, i suoi compagni, facevano riecheggiare la sua preghiera o quella di Cristo in Lui: «Misericordia! Che cosa ne sarà dei peccatori!». Le sue lacrime ci rivelano al tempo stesso il cuore di questo uomo fragile, responsabile, senza illusioni su se stesso, e insieme il dono che gli viene fatto di vedere al di là delle lacrime Colui che lo visita, l’abita e prega in Lui. O, per dirlo con le parole di Etty Hillesum: «Mi raccolgo in te, mio Dio, le lacrime a volte m’inondano il viso ed è la mia preghiera». E Tu Maria Maddalena, perché piangi? «Dimmi dove l’hai posto» (Giovanni, 20, 15). San Domenico ci ha indicato un cammino d’interiorizzazione, una via per ritrovare il proprio cuore, attraverso le lacrime. La prima degli apostoli, Maria Maddalena, nel Vangelo di Giovanni al capitolo 20 ci fa entrare nel mistero di quest’acqua che scorre sul suo viso e sicuramente anche sul volto di Cristo, suo prediletto.

Come san Domenico, Maria Maddalena piange. Solo lei piange, piange perché non vede più niente, non tocca più il corpo di Cristo. Ed è lei stavolta a domandare: «Dove sei Signore?» «Dimmi dove l’hai posto» (Giovanni, 20, 15). È l’assenza apparente del suo prediletto a farla piangere; si ritrova davanti a un sepolcro vuoto, come il suo cuore, apparentemente svuotato anche della presenza colmante di Cristo.

Come quelle di Adamo, le lacrime di Maria Maddalena vengono da una conoscenza intima perduta e da un profondo desiderio di ritrovare quel legame. È prima di tutto accecata dalla sua sofferenza e dalla sua aspettativa di tenere tra le mani il corpo di Gesù. E di fatto non vede più nulla. Le sue lacrime sono al tempo stesso lacrime di disperazione, di tristezza e di desiderio. «Dov’è colui che il mio cuore ama» (versetto del Cantico dei Cantici, messo sulle labbra di Maria Maddalena).

Le due domande — «Dove sei?» e «Perché piangi?» — ci guidano sul cammino del luogo e del senso. Quando Cristo chiede a Maria Maddalena: «Perché piangi?», la sua domanda è un invito a interrogarsi sulla natura di quelle lacrime. Quali sono le lacrime di Maria Maddalena? Da dove vengono? È anche la domanda dei genitori davanti ai propri figli afflitti che non sempre sanno più il perché del loro pianto. La domanda di Gesù è un invito a risituarsi, a rimettersi in un luogo interiore, in quel punto di bontà o di tenerezza (come lo chiama la tradizione ebraica). In effetti se Lui è lì, presente, perché quelle lacrime? Da dove vengono?

A scuotere Maria Maddalena nel più profondo di sé è la Voce. La voce di Colui che non è che Presenza al di là di tutte le morti, la voce di Colui che è Consolazione, la Voce di Colui la cui voce non è che canto di attesa e di amore. Poiché è prima di tutto Lui che cerca Maria Maddalena e non lei, Lui che ha detto alla donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli!» (Luca, 23, 28).

Gesù risorto chiama Maria Maddalena in mezzo alle sue lacrime e la sua voce risuona e fa vibrare le corde del cuore infranto di questa donna che ama. Una voce che la sostiene, l’appoggia, la sorregge e la realizza. Un timbro di voce che la calma, la rafforza e la rigenera: la Pace entra in lei: «Niente più ombre nere, niente più paure, non ce n’è più traccia (…) Dove c’era infezione, c’è sangue nuovo, dove c’erano catenacci c’è l’oceano aperto»: Cristo ha lavato il suo volto. E Maria Maddalena ha capito, inteso e riconosciuto.

È come Marmeladov, l’ubriaco del romanzo Delitto e castigo, quello che piange all’evocazione di Cristo che aprirà le sue braccia agli ubriachi e ai peccatori: «E tenderà le sue mani verso di noi (...) e piangeremo, e capiremo tutto». Maria Maddalena in mezzo alle lacrime si volta perché capisce. È cambiata, le sue lacrime l’hanno trasformata. Lei che è venuta tremante e oppressa, si risolleva ancora in lacrime, ma lavata e generata a una gioia viva. Quelle lacrime diventano benedizioni e profumo di spezie, producono un frutto: l’annuncio e il servizio per i fratelli, ricevuto come un dono. Maria Maddalena ci fa capire la potenza di trasformazione contenuta nelle lacrime. Il cuore lacerato si ritrova unificato dalla fede. Lei che non vedeva più, corre ad annunciare ai suoi fratelli: «Ho visto il Signore» (Giovanni, 20, 18).

Adamo, Maria Maddalena, Domenico... e Dio. Tutti piangono. Il padre della parabola del figliol prodigo, mentre aspetta il figlio perduto, sicuramente piange anche lui. La Misericordia piange sui suoi figli erranti. Dunque, lungi dal significare solo tristezza e dolore, le lacrime parlano anche della preghiera, del desiderio e della gioia dell’annuncio e del servizio. Sono segni dell’amore e di quanti si amano, manifestazione della gioia e della sua luce. Provengono da un cuore aperto alla vicinanza di Dio e dei propri fratelli e aprono a una verità sul rapporto dell’uomo con Dio e di Dio con l’uomo. Sono il segno di un risveglio e di una nascita al segreto che dimora in ognuno. Danno a questo segreto una certa visibilità: tutti gli uomini imparano attraverso di esse che la loro finitezza è abitata da un amore infinito.

Il che fece dire a Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork: «Dio, Tu vedi come mi prendo cura di te, non ti offro solo le mie lacrime in questa domenica mattina, ma ti porto anche un gelsomino profumato».

di Catherine Aubin