Il Papa dei molti inizi - Il cinquantesimo della «Populorum progressio»

2017-04-19 L’Osservatore Romano

Dalla morte del beato pontefice Paolo VI sono trascorsi ormai quasi quarant’anni e, mentre per lo scorrere del tempo, come è naturale, il ricordo della sua figura si fa più sbiadito e remoto, il suo magistero e la sua opera invece emergono con forza sempre maggiore. Infatti non c’è ombra di dubbio che il ruolo, l’azione sulla scena mondiale e la stessa figura del Papa, come li vediamo oggi, hanno avuto in lui il loro inizio.
Oggi siamo abituati a vedere il Papa in giro per il mondo, in viaggi transoceanici fino agli estremi confini della Terra, ma è stato lui a iniziare questa nuova modalità di apostolato, quasi volendo imitare l’apostolo Paolo, dal quale prese il nome e la missione.

Papa Montini  firma la «Populorum progressio»

Anche nel campo della promozione del dialogo ecumenico tra le Chiese è stato l’iniziatore, pur senza dimenticare la visita in Vaticano a Giovanni XXIII del Primate della Chiesa di Inghilterra nel dicembre del 1959 e l’invito rivolto ai fratelli separati a partecipare in qualità di osservatori ai lavori del concilio. Se tutti oggi abbiamo vivo nella mente l’incontro tra Francesco e Kirill all’aeroporto dell’Avana lo scorso anno, il pensiero rimonta all’abbraccio a Betlemme nel gennaio del 1964 tra Paolo vi e il patriarca Ecumenico Atenagora.
Un ultimo esempio, tra i tanti, la sua visita nell’ottobre 1965 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Anche in questo caso fu la prima volta di un Papa al Palazzo di vetro e, dopo di lui, da Giovanni Paolo II a Francesco, passando per Benedetto XVI, i suoi successori si fecero come un dovere di recarsi là. Da non trascurare, infine, che è stato lui a introdurre anche l’appuntamento settimanale con i fedeli attraverso l’udienza del mercoledì.
Venendo più da vicino all’ambito sociale, Paolo VI fu l’iniziatore di molte strade. Condotto felicemente in porto il concilio Vaticano ii, che soprattutto nella costituzione pastorale Gaudium et spes si era interessato ai temi sociali, Paolo vi quindici mesi dopo pubblicava il suo documento di dottrina sociale più rilevante, cioè la lettera enciclica Populorum progressio sullo sviluppo integrale e solidale.
In quegli anni non si parlava naturalmente di globalizzazione e nel mondo piuttosto si vedevano contrapposizioni, tra il nord e il sud sotto il profilo economico e tra l’est e l’ovest sotto quello politico. Non di rado si abusa del termine “profetico” per indicare prese di posizione della Chiesa, ma in questo caso esso è quanto mai appropriato.
Papa Montini introduce nel magistero della Chiesa il tema dello sviluppo, fino ad allora sconosciuto, intuendo con lungimiranza la sua centralità. È ancor più interessante osservare come egli intenda e determini il sostantivo nel senso di sviluppo «di tutto l’uomo e di tutti gli uomini». Al primo momento poteva sembrare che formulasse un auspicio o si trattasse di una suggestiva espressione retorica, mentre conteneva l’intuizione di tutta la complessità del concetto di sviluppo, che emergerà via via nei decenni a venire non solo nei documenti della Chiesa, ma anche nelle riflessioni degli economisti e scienziati sociali.
Ormai più nessuno parla di sviluppo senza aggettivi, ma quanto meno di sviluppo sostenibile nella presente generazione e compatibile con quelle che verranno, di sviluppo integrale, come appare esplicitamente nell’ultima enciclica di Francesco. Il quale, nella recente riforma dei dicasteri della Curia romana, ha chiamato quello risultante dalla fusione di diversi precedenti Pontifici consigli o commissioni Dicasterium ad integram humanam progressionem fovendam.
Che con la Populorum progressio si fosse aperto un nuovo cammino nella storia del magistero sociale, lo avvertì chiaramente Giovanni Paolo II, che volle ricordare nel 1987 i vent’anni dell’enciclica paolina, con la Sollicitudo rei socialis e lo stesso fece Benedetto XVI in occasione del quarantesimo con la Caritas in veritate, dove esplicitamente la riconosce come «la Rerum novarum dell’epoca contemporanea». Si potrebbe dire, con un’immagine senz’altro gradita a quest’ultimo, che con la Populorum progressio l’organo della dottrina sociale abbia aggiunto una nuova tastiera. Effettivamente la parola di Paolo VI in campo sociale è risuonata forte e risuona tuttora nella Chiesa, sebbene nell’ultima parte del suo pontificato proprio la dottrina sociale non godesse buona salute, criticata da più fronti anche per la suggestione che il pensiero marxista esercitava in quegli anni fuori e dentro la Chiesa. Tant’è che si ricorda il primo viaggio di Giovanni Paolo II in America latina, che anche per esperienza personale non si faceva incantare da quella sirena, come il rilancio con forza della dottrina sociale stessa e della sua funzione evangelizzatrice.
Altro tema, molto coltivato nel pontificato di Paolo VI e continuato con la stessa cura dai successori, è quello della pace, soprattutto nel suo rapporto con la giustizia. Si deve a lui, inoltre, l’istituzione della Pontificia commissione Iustitia et Pax (1967) e della Giornata mondiale della pace (1º gennaio 1968), con relativo messaggio indirizzato ai governanti, molto atteso dai popoli e dal mondo politico e sempre incentrato sulla relazione complessa che la pace ha con altre dimensioni e valori del vivere sociale: pace e giustizia, pace e sviluppo, pace e vita, quando in Italia e un po’ in tutto l’occidente era vivo il dibattito sull’aborto, per una sua introduzione nella legislazione civile, sulla scia del processo di secolarizzazione sempre più penetrante e imponente.
Un ulteriore orizzonte di natura sociale, sul quale si è affacciato lo sguardo lungimirante di Paolo VI, è quello che oggi chiamiamo “questione ecologica”, oggetto dell’enciclica di Papa Francesco Laudato si’.
L’attuale Pontefice richiama all’inizio del suo scritto i precedenti interventi sull’argomento da parte del magistero papale e cita espressamente come primo Paolo VI, il quale propose le sue riflessioni in proposito in diverse occasioni, agli inizi degli anni Settanta, apparendogli subito chiarissima la serietà della posta in gioco insieme con le cause e soprattutto le possibili conseguenze. Riconduce tutta la questione a una concezione insufficiente di sviluppo, in quanto che quello scientifico e tecnico come la stessa crescita economica più prodigiosa, se disgiunti da un autentico progresso sociale e morale, si ritorcono alla fine contro l’uomo.

Il sentiero aperto da Paolo VI sul fronte dell’ecologia si è via via allargato nel magistero sociale di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che nelle loro encicliche hanno dedicato spazio sempre maggiore al tema dell’ambiente, fino a farlo diventare un’autostrada nella Laudato si’ di Francesco, prima enciclica a occuparsi interamente della questione ecologica, collegandola opportunamente alla concezione dello sviluppo e al sistema economico dominante.

di Ferdinando Citterio