Il monologo di Maria in un libro di Mariapia Veladiano - Storia eccezionale e ordinaria

2017-12-07 L’Osservatore Romano

Dio, che ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili, ha chiesto la collaborazione di una ragazzina per salvare il mondo. Una ragazzina coraggiosa che, fidandosi, ha cambiato la storia dell’umanità. Paura, meraviglia, felicità: cosa avrà provato quell’adolescente ebrea di Nazaret? È la domanda che ha ispirato nei secoli gli artisti di ogni arte, chiamati a dare volto e sostanza a un incontro intimo ma centrale («stupendo mistero della fede» secondo Benedetto XVI), capace di segnare il cammino della storia umana. Dio non impone nulla a Maria: Dio chiede l’assenso a un soggetto afono per il diritto e la società dell’epoca. A questa ragazzina, divenuta madre e donna, Mariapia Veladiano dà voce nel suo ultimo libro, Lei (Milano, Guanda, 2017, pagine 174, euro 17). Invocata, raccontata, raffigurata — «Sono stata scritta da uomini e donne di ogni tempo (…). Sono stata di tutti come l’aria che si respira, l’acqua che dà vita, l’abbraccio di cui si ha bisogno. Sarò di tutti ancora e per sempre» — Veladiano, suffragata da una profonda conoscenza dei testi evangelici, la immagina in una dimensione personale. 

Shiloh Sophia McCloud,  «In principio era il Verbo» (2013)

Il risultato è il poetico e toccante monologo di una madre che racconta il suo legame con il figlio. Una madre speciale, sicuramente, ma nel contempo una madre come tutte. Una madre felice che guarda meravigliata il suo bimbo, cercando di mettere a tacere timori e paure. «Per me vederlo come tutti i bambini era la forma perfetta della felicità. Niente di speciale mi dicevo». Quel quotidiano fatto di giochi, racconti, canti, scherzi, indovinelli.
Maria che non riesce a dormire finché il figlio adolescente non rientra, Maria che teme per lui («Ho avuto paura. Anche in questo somiglio a tutte le madri»), Maria che sa che per quanto grande possa essere il suo amore, comunque non basterà.
Veladiano è molto brava nel ripercorrere in continua altalena una storia che è insieme eccezionale e ordinaria. Nell’immaginare pensieri, attese e domande che, seppur guidati dalla consapevolezza delle parole dell’angelo, sono quelle di ogni madre. «Cosa sappiamo di quel che pensava davvero nostro figlio mentre mangiava con noi, chi gli parlava dentro e chi incontrava nei suoi sogni? Lo pensiamo a nostra immagine, speriamo quel che possiamo sperare, preghiamo per lui che non si allontani troppo dal pensiero del mondo perché non vogliamo che soffra e quando ci sfiora l’abisso del suo essere incomprensibile abbassiamo la testa e ci mettiamo a fare il pane e a costruire utensili».
Gesù parte, e Maria cerca — per quanto può — di seguirlo. Di ascoltarlo, anche a distanza, mentre predica («A volte riconoscevo un’espressione di famiglia e sorridevo al figlio che era rimasto. Quasi sempre diceva cose mai sentite»). Tutti vogliono capire, e così amici e nemici bussano alla porta di casa per fare domande. Giovanni il Battista, Simone, Giuda, Nicodemo…
Pagine veramente belle sono dedicate a Giuseppe, marito e padre che condivide appieno il cammino della genitorialità, dell’essere famiglia, in un tandem delicato. Ed è interessante l’enfasi che Veladiano dà al sì di Maria: «Solo uomini che non sanno nulla del desiderio e dell’attesa che occupa i giorni e le notti di una umana promessa possono pensare che non ci fosse Giuseppe con me, insieme all’Angelo, mentre dicevo va bene, va bene, così sia (…). Lui capirà, ho pensato lui capirà. Ho scelto anche per lui. Ho disposto del nostro amore e questo è ciò che mille volte avviene nell’amore (…). Sapevo che anche Giuseppe avrebbe detto: “Eccomi”».
Giuseppe, il falegname che «parlava di giorni da sposi, raccontava le attese per cui io non avevo parole», le sarà accanto anche durante la nascita: «Lo ha asciugato con un panno che gli ho dato, lo ha avvolto in tutto quel che avevamo, con un gesto inconsapevole ha allontanato di poco gli angeli curiosi, troppo vento con le loro ali impazienti. Mi ha fatto riposare. “Guardo io il bambino” ha detto semplicemente. E così ha fatto ogni giorno».
La storia di Maria, però, a un certo punto non è più la storia di ogni madre. «La mia vita è stata più lunga della vita di mio figlio ed è cosa che non dovrebbe accadere mai. Anche in questo ho raccolto tutta insieme la pena del mondo». Quella di Maria diventa così la storia della piega più dolorosa della maternità, e il suo nome diventa il nome di tutte le madri condannate a sopravvivere ai loro figli. Avrebbe detto sì all’angelo quella ragazzina di Nazaret, se avesse saputo?
Immaginare il dolore della perdita mentre Gesù cresce è talmente immenso che Maria tentenna. «Non chiedetemi se sapendo avrei detto sì. Sono domande che non si possono sentire. Risposte che non si possono pensare». Madre come tutte, Maria osa l’impensabile così umano: dimenticare l’angelo, sperare che il disegno non si compia.
Per chi crede, madre come nessuna perché ha avuto tra le braccia il figlio di Dio. Per tutti madre che si chiede: «Ma era vita prima?».

di Giulia Galeotti