Il mondo del cinema è diventato un paese per vecchi?

2017-09-11 L’Osservatore Romano

Ultimamente è stato spesso notato come il mondo del cinema stia diventando un paese per vecchi. Per quanto riguarda l’età dei registi, la media non sembra essersi particolarmente alzata. Firmare un capolavoro come Quarto potere a ventisei anni era un caso più unico che raro già nei primi anni quaranta. È vero che nella lista dei venti film diretti dai registi più vecchi troviamo quasi tutte opere realizzate dopo gli anni Duemila, ma questo si deve anche all’aumento dell’aspettativa di vita generale.

In compenso, poi, ad abbassare l’età media dei registi, c’è la recente diffusione della tecnologia digitale e più in generale la moda — per la verità leggermente in calo negli ultimissimi anni — di tenere la videocamera in mano. Elementi tecnici che permettono di abbattere i costi di una produzione e di fare a meno di nutrite maestranze. E, di conseguenza, di rendere più facile il compito ai giovani filmmakers. Se il regista è sempre stato un mestiere da persone di una certa età, infatti, lo si deve anche al fatto che per organizzare e dirigere il lavoro di un centinaio di persone bisogna essere dei piccoli generali. Ed è difficile avere tanta autorevolezza a vent’anni.

Meryl Streep e Hugh Grant in «Florence» (Stephen Friars, 2016)

Diverso però è il discorso che riguarda il pubblico e i soggetti che a questo vengono proposti. L’impressione, infatti, è che nelle ultime stagioni si sia rafforzata la componente degli spettatori più anziani. E se l’età media di chi siede in platea non si è alzata nettamente è solo perché è controbilanciata dall’estremo opposto, ovvero dal pubblico dei più piccoli, risorsa irrinunciabile in tempi di crisi economica, non soltanto per il cinema.

D’altronde, già i vecchi generi cinematografici erano nati, per mano della catena di montaggio della vecchia Hollywood, più per esigenze squisitamente economiche che per una naturale confluenza dei generi letterari preesistenti. Etichettare una pellicola come western, noir, melodramma, commedia, d’avventura, serviva a facilitare l’offerta al pubblico. Hai questi gusti? E allora per te andrà bene questo tipo di storia. Ti è piaciuto quel film? E allora ti piacerà sicuramente questo che gli assomiglia.

Ora che i generi classici non esistono quasi più — forse per semplice saturazione drammaturgica, ma forse anche perché avevano perso, per l’appunto, la capacità di attrarre lo spettatore medio — a essi si stanno sostituendo sempre di più i target di età. Film per bambini, film per adolescenti, film per anziani. Laddove rimane invece una zona grigia per lo spettatore che va dai trenta ai cinquant’anni, sempre meno avvezzo alla sala, orfano ormai da tempo di un cinema d’autore incisivo e in genere cinematograficamente poco colto. Sicuramente molto meno di un coetaneo della generazione precedente, che era stata quella dei cineclub e di un cinema d’autore viceversa molto forte e capace anche di influenzare quello più popolare.

Ecco allora che negli ultimi anni si è effettivamente assistito alla nascita di un nuovo filone, che è quello dei film per anziani. E che qualcuno, forse poco rispettosamente, ma in fondo appropriatamente, ha già provveduto a definire “Canasta movie”.

Gli ingredienti, infatti, sono simili a quelli di un rilassato pomeriggio da passare in salotto: protagonisti ovviamente âgées ma dal piglio a tratti adolescenziale, una trama piena di buoni sentimenti e dai toni dolciastri, ancora meglio se dipanata su uno sfondo biografico o storico, un pizzico di malinconia ma “sotto controllo”, superficiali riflessioni sul tempo che passa, qualche fugace idillio sentimentale, alcuni piccoli colpi di scena ma diluiti all’interno di un’atmosfera generale ovattata e soffusa. Film come Marigold hotel, Quartet, Le week-end, Vuoti a rendere, Florence, Julie & Julia, A royal weekend, intercettano in parte o in toto questi elementi. Presi singolarmente, non si tratta di brutti film, anzi. Ma tutti insieme finiscono per standardizzare l’offerta e, alla lunga, per anestetizzare la richiesta, ovvero i gusti di un pubblico ormai catalogato e in un certo senso cristallizzato.

Ora, questo meccanismo commerciale, utile e rassicurante per quanto riguarda l’offerta alle fasce più giovani, è quasi offensivo per quelle più mature. Fa quasi l’effetto, sgradevole, della dicitura “letteratura femminile” sugli scaffali di alcune librerie. Certo poi nessuno obbliga nessuno a fare nulla. Ma la storia, almeno quella del cinema, ci dice che certi meccanismi di persuasione purtroppo sono efficaci, almeno su larghissima scala. Eppure, se c’è una fascia di pubblico che non dovrebbe venire mai irreggimentata, etichettata, relegata dentro confini di prevedibilità, è proprio quella degli spettatori più vecchi. Perché una delle caratteristiche più preziose della terza età, è quella di includere tutte le altre. Chi ha vissuto fino a ottant’anni, porta dentro di sé anche gli altri settantanove. E dunque si aspetta di vedere rappresentato, sullo schermo, uno spettro di emozioni, di personaggi e di situazioni narrative molto più variegato di quello che il mercato vuole offrirgli sotto forma di prodotto preconfezionato e solo teoricamente ad hoc.

L’incontro fra vecchiaia e grande schermo, non a caso, ha prodotto alcuni fra i momenti più alti di quest’ultimo: Cupo tramonto di Leo McCarey (1937), Umberto D. di Vittorio De Sica (1952), Vivere di Akira Kurosawa (1952), Viaggio a Tokio di Jasujirô Ozu (1953), Il posto delle fragole di Ingmar Bergman (1957), Una storia vera di David Lynch (1999), solo per dirne alcuni. E sono capolavori che possono essere apprezzati al meglio proprio da chi ha la stessa età dei protagonisti.

di Emilio Ranzato