Il chierichetto di Don Mazzolari: un uomo libero innamorato del Vangelo

2017-06-17 Radio Vaticana

“Io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano”. E’ una delle frasi che amava ripetere Don Primo Mazzolari. Parole che segnano la particolare sintonia tra questa importante figura della Chiesa italiana e Papa Francesco, che il 20 giugno renderà omaggio alla sua tomba a Bozzolo, piccolo centro della diocesi di Cremona. Sulla forza profetica di Don Primo, Alessandro Gisotti ha raccolto la testimonianza di Giancarlo Ghidorsi, segretario della Fondazione Mazzolari, che del parroco di Bozzolo fu prima chierichetto e poi continuò un rapporto di amicizia filiale con lui:

R. – L’ho conosciuto nel periodo che va dal 1949 al 1959, circa dieci anni, prima come chierichetto, nei primi anni delle scuole elementari, e successivamente a dieci-dodici anni ho cominciato a pensare di poter registrare le omelie di questo grande sacerdote perché mi aveva e mi continuava ad affascinare sentendolo in chiesa. Mi ha subito affascinato il suo modo di parlare, di esprimersi con semplicità. È stata una persona che ha lasciato una grande impronta nella mia vita. Don Primo Mazzolari è stato mio maestro, un maestro di vita! Ho capito che i punti chiave di quest’uomo erano questi: prima di tutto, lo definisco un uomo libero. Per me è un personaggio che parlava in una maniera veramente libera a tutti i cittadini, a tutti i fedeli in chiesa; era vicino ai poveri, agli ammalati, ai “lontani”. Un personaggio che veramente era di esempio anche per noi giovani, non solo per gli adulti che forse capivano meglio il significato delle sue parole.

D. - Lui diceva anche essere obbedienti ma obbedienti in piedi, un po’ questa libertà che diceva lei …

R. – “Con la schiena dritta”, diceva lui! “Io sono sempre stato ubbidientissimo in Cristo, forse un po’ meno verso le autorità più alte della Chiesa”. E lui si riferiva ovviamente ai momenti in cui gli era stato proibito di predicare fuori dalla parrocchia e di scrivere sul suo famoso quindicinale “Adesso”. Sul suo giornale faceva scrivere anche dei personaggi un po’ “scomodi” della Chiesa. Mazzolari aveva avuto qualche ingiunzione, qualche "fastidio" da parte delle autorità ecclesiastiche.

D. - Don Mazzolari era un uomo di grande forza, in tante occasioni è stato definito un profeta. Lei dove vedeva questa forza profetica, evangelica, in particolare?

R. - Diciamo la verità: l’ho conosciuto dopo come profeta! Subito per me era una persona straordinaria. Quando parlava, quando predicava, adesso posso dire che erano profezie. Allora ero talmente giovane che forse non capivo neanche il significato di questo. Però era già avanti con il suo pensiero. Per farle un esempio pratico: per noi ragazzi la domenica pomeriggio dopo l’oratorio, verso sera, alcune volte celebrava la Santa Messa. Ma come la celebrava? Pensate! La celebrava in italiano e davanti, di fronte a noi! Erano i primi anni ’50, cioè quando il Concilio doveva ancora nascere nelle idee delle Chiesa. Era già un anticipatore del Concilio Vaticano II.

D. - Paolo VI disse appunto che è il destino dei profeti che sono troppo avanti …

R. – “Aveva un passo troppo lungo e a noi piaceva stargli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto noi. È il destino dei profeti”, questa è la frase di Paolo VI.

D. - Però aveva mantenuto per sé questo dolore, non se ne lamentava con il popolo, con la gente come con lei, no?

R. - Nessuno lo sapeva! Sono convinto che l’avessero saputo solo uno o due dei suoi collaboratori. Si teneva tutto dentro. Io lo vedevo quando passeggiava con breviario nel suo giardino: sembrava leggesse il breviario. Dico sembrava, perché aveva il breviario aperto, passeggiava e guardava in alto: “Chissà cosa pensava”, noi dicevamo. Avevo l’impressione che lui pensasse ad altre cose. Era stato colpito da queste ingiunzioni.

(Da Radio Vaticana)